Vogliamo più consumi? Indebitiamoci

Non bastano palliativi come gli 80 euro in busta paga, il tfr anticipato o agevolazioni varie. Per tornare a far spendere le famiglie occorrono massicci investimenti pubblici nei settori produttivi. Con buona pace di Bruxelles. Parola di esperti

La signora Simona, tifosa sfegatata del Napoli, non va più allo stadio da una vita. Biglietti e abbonamenti costano troppo e Simona oggi preferisce sostenere la sua squadra del cuore assieme a un gruppo di amici che si riuniscono puntualmente nei bar della città, per seguire le partite sulla televisione satellitare.

Nulla di male se non fosse che anche il 57% degli italiani, al pari della tifosa partenopea, ammette di non spendere più neppure un centesimo per seguire i match del campionato di calcio, né quelli di serie A, né quelli delle categorie inferiori.

Proprio per questo motivo, un colosso della grande distribuzione come Coop, presentando il suo consueto rapporto annuale sui consumi, ha deciso di raccontare nel proprio sito Web la storia di Simona e di tanti altri nostri connazionali che oggi cercano di fronteggiare come possono la crisi economica. Sono italiani che faticano a far quadrare il bilancio della famiglia e che hanno ridotto il più possibile le spese personali un po’ in tutti i campi, non solo in quello dell’amatissimo football.

Un buono pasto ci aiuterà

Il bonus Irpef non ha funzionato

IN CERCA DI UNA RISPOSTA. Dalle Alpi alla Sicilia, di storie come queste se ne trovano a bizzeffe e hanno tutte un denominatore comune: il crollo dei consumi registratosi nel nostro Paese dal 2007 in avanti, cioè da quando è arrivata la crisi economica.

Secondo i dati dell’Istat, infatti, la spesa media mensile delle famiglie è in caduta libera: dai 2.484 euro del 2011 si è passati ai 2.359 euro di fine 2013, un livello che non si vedeva da dieci anni a questa parte.

Anche per il 2014, in attesa dei dati definitivi, c’è ben poco da sperare: in autunno, infatti, si è verificata una nuova e consistente discesa dell’indice di fiducia dei consumatori che, dal picco massimo di 106 toccato tra maggio e luglio, è tornato attorno al livello di 100 a novembre.

«Già sarebbe un risultato soddisfacente se il 2014 si fosse chiuso con una variazione positiva dei consumi di appena lo 0,2%», dice sconsolato Mariano Bella, responsabile dell’ufficio studi di Confcommercio, che sottolinea come la principale misura adottata sinora dall’esecutivo, cioè il Bonus Irpef che ha fatto crescere di 80 euro le buste paga mensili di 10 di milioni di italiani, non abbia raggiunto lo scopo per cui è stato architettato: riuscire a convincere i nostri connazionali a tornare a spendere con maggiore convinzione, per far ripartire l’economia.

Cosa ci vorrebbe, allora, per riportare milioni di italiani a riempire il carrello del supermarket? In realtà, persino gli addetti ai lavori e i rappresentanti delle associazioni di categoria faticano a dare una risposta convincente. Anche loro, dopo aver salutato con favore il Bonus Irpef, adesso masticano amaro nel vedere le vendite al dettaglio ferme al palo.

LA SPESA MEDIA È TORNATA AI LIVELLI

DI DIECI ANNI FA E IL BONUS IRPEF

È FINITO NEI RISPARMI PERCHÉ GLI ITALIANI

NON CREDONO ALLA RIPRESA ECONOMICA

QUI CI VOGLIONO 40 MILIARDI. Intanto il governo, dopo aver rinnovato il Bonus Irpef anche per il 2015, adesso sembra più concentrato su manovre di piccolo cabotaggio.

L’ultima Legge di Stabilità, per esempio, cerca di dare una spinta ai consumi con alcune misure importanti, ma certamente non decisive come la detassazione dei buoni-pasto e l’anticipo sulla busta paga del Tfr.

A partire da gennaio, infatti, milioni di lavoratori potranno chiedere di farsi pagare sul salario mensile anche le quote del trattamento di fine rapporto (Tfr), cioè la parte di stipendio accantonata tradizionalmente per la liquidazione.

Le varie indagini commissionate sia da Confesercenti sia da Confcommercio, però, rivelano che soltanto il 18-20% dei lavoratori si dichiara intenzionato a farsi pagare sullo stipendio le quote della liquidazione, mentre la stragrande maggioranza preferirà tenersele così come sono, cioè per farsi un gruzzoletto in vista della terza età o per tutelarsi contro un eventuale licenziamento.

E così, secondo le stime più accreditate, l’operazione-Tfr del governo potrebbe far confluire nei sistema nazionale dei consumi una quantità limitata di risorse: non più di 2 o 3 miliardi di euro all’anno. Si tratta di una goccia nel mare, se rapportata a quel che ci vorrebbe davvero a rilanciare i consumi.

«Per dare una vera sferzata all’economia nazionale occorrerebbero almeno 40 miliardi di euro di risorse messe nelle tasche dei consumatori e nelle casse delle aziende», dice Giuseppe Bortolussi, segretario della Cgia (la confederazione degli artigiani) di Mestre. Per Bortolussi, che è sempre stato molto critico sull’operazione del Tfr in busta paga, i 10 miliardi destinati al Bonus Irpef sono invece una misura arrivata troppo tardi, pur essendo condivisibile in linea di principio.

La ricetta per far ripartire il ciclo economico, secondo il rappresentante degli artigiani di Mestre, è, infatti, quella indicata da Pierluigi Ciocca, economista e vicedirettore generale della Banca d’Italia tra il 1995 e il 2006, che consiste sostanzialmente in un abbandono dell’austerity impostaci dall’Europa.

Secondo Ciocca, infatti, oggi purtroppo l’economia italiana non può recuperare spontaneamente, perché vi è un contesto di deflazione e sfiducia. Le famiglie non aumentano i consumi perché il loro reddito non aumenta in maniera permanente, mentre le imprese non investono e non danno lavoro, perché le loro prospettive di fatturato non migliorano.

Dunque, secondo l’ex vicedirettore di Bankitalia, il governo italiano dovrebbe imporre all’Ue di ridurre i vincoli di bilancio sugli investimenti pubblici, senza però abbandonare il piano di revisione della spesa improduttiva. Solo così, a detta di Bortolussi (che sposa in pieno le tesi dell’economista) si possono recuperare quei 40 miliardi di risorse da immettere nell’economia nazionale.

TRA DEFLAZIONE E PESSIMISMO,

L’UNICA SOLUZIONE ALLA CRISI

SEMBRA ESSERE QUELLA

DI ABBANDONARE L’AUSTERITY

IMPOSTA DALL’EUROPA

MENO TASSE PER TUTTI. Secondo Bella di Confcommercio, invece, la ricetta più indicata per far ripartire i consumi è di per sé molto semplice: abbassare le tasse per tutti, anche sulle fasce di popolazione con reddito medio o medio-alto, mettendo contemporaneamente in campo una revisione della spesa pubblica improduttiva.

L’esperto di Confcommercio, infatti, non ha problemi a esprimere un’opinione un po’ controcorrente. Mentre diversi economisti consigliano di concentrare i tagli alle imposte sulla popolazione meno abbiente, che di solito spende tutto il proprio reddito per i consumi, Bella ragiona da un punto di vista diverso: «In un clima di sfiducia come quello attuale», dice, «spesso sono gli italiani con redditi bassi a risparmiare il più possibile, mentre quelli con un tenore di vita un po’ più elevato hanno una maggior propensione marginale al consumo».

Detto in parole povere, chi si trova già in una situazione economica un po’ più tranquilla e beneficia di un aumento del reddito, più facilmente può permettersi il lusso di spenderlo per intero, o quasi, essendo meno preoccupato per le sorti dell’economia.Il “fattore-fiducia” è un elemento importantissimo da tenere in considerazione anche secondo Stefano Crippa, responsabile dell’area comunicazione e ricerche di Federdistribuzione, l’associazione di categoria rappresentativa della maggiori catene della gdo attive in Italia. «Nei mesi scorsi, si è assistito a una ripresa della propensione al risparmio delle famiglie italiane, dopo un lungo periodo di decrescita», ricorda Crippa.

Questi dati, secondo l’esponente di Federdistribuzione, dimostrano che «il Bonus Irpef non ha avuto purtroppo effetti significativi sui consumi, perché non è stato accompagnato da un forte percezione che l’economia italiana sta cambiando davvero, riacquistando competitività grazie a riforme strutturali del sistema produttivo».

Dalla burocrazia al fisco fino al mercato del lavoro, per Crippa l’agenda economica del governo deve muoversi a 360 gradi. La crisi degli ultimi 7 anni, infatti, secondo l’esponente di Federdistribuzione ha mutato radicalmente le abitudini di chi va a fare la spesa.

Anche i consumatori più abbienti, infatti, oggi sono molto sensibili al fattore prezzo, non soltanto durante l’acquisto di beni superflui ma anche in quello di molti generi di prima necessità. C’è infatti una diffusa sensazione di precarietà dell’economia, che oggi fa sentire tutti più vulnerabili, persino chi ha in tasca un po’ più di soldi da spendere. Finché questo scenario di fondo non muterà, sarà difficile che i consumi, nel nostro paese, tornino a viaggiare con il turbo.

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