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Attualità

Baby Boom alla romagnola

Indice di natalità: sta per realizzarsi il sorpasso storico sulla Campania. Motivi? Immigrazione, emancipazione e asili nido. Che al sud coprono appena l’1% delle necessità

Avranno ragione le donne, che incolpano gli uomini di non aiutarle nelle faccende domestiche. Avranno ragione gli uomini che vedono le donne troppo concentrate sulla carriera. Avranno ragione le giovani coppie, che vivono le difficoltà del precariato e dell’accesso ai mutui. Avranno ragione gli amministratori locali che accusano il governo di non adottare politiche di sistema a sostegno della famiglia. Avrà ragione l’esecutivo che ribatte che la gestione dei temi sociali è in capo agli enti territoriali. Di chiunque sia la colpa e chiunque abbia ragione, la sostanza non cambia: in Italia nascono sempre meno bambini.Con una sostanziale novità: nel 2009 l’indice di fecondità, cioè il tasso di figli per donna, in Emilia Romagna è salito (+0,3%), in Campania è sceso (- 0,3%). Di questo passo tra poco a Bologna, che ha tenuto la natalità a quota 9,7 neonati su mille abitanti, si faranno più figli che a Napoli che scende a 10,1. Le regioni del Sud da sempre baluardo della famiglia allargata, compatta e centralizzata, scoprono nuovi nuclei sociali costituiti da giovani donne in carriera, coppie senza figli, single. Al contrario al Nord, dove i tassi di occupazione femminile sono più alti, la maternità torna di moda.L’Emilia Romagna addirittura, con un 66% di donne lavoratrici si piazza in testa alla classifica italiana e supera di sei punti percentuali gli obiettivi fissati da Lisbona. Se oggi le bolognesi, pur lavorando, fanno più figli delle napoletane, vuol dire che il tessuto sociale italiano si sta fortemente modificando seguendo tre direttrici principali: l’immigrazione al Nord, la graduale emancipazione delle donne al Sud e azioni politiche di welfare efficienti al Centronord.L’immigrazione sta spingendo in alto il trend delle nascite nelle province del Nord. Questo perché, in linea generale gli insediamenti di stranieri hanno caratteristiche più stanziali e di lungo periodo nelle regioni dove c’è più ricchezza e maggiore aspettativa sociale (a sud molti immigrati sono braccianti, lasciano la famiglia nel paese di provenienza, e raggiunto un obiettivo finanziario rientrano). «L’aumento delle nascite al Nord non è solo legato al fenomeno dell’immigrazione», spiega il demografo Gian Carlo Blangiardo, responsabile del dipartimento di Statistica dell’università Bicocca di Milano. «Questa spiegazione va ridimensionata nel medio periodo. È vero infatti che le giovani donne straniere tendono a partorire più giovani e ad avere più figli, ma è altrettanto vero che già dalla generazione successiva queste popolazioni mostrano importanti segni di integrazione, le donne vorranno lavorare, emanciparsi e adattarsi pienamente ai canoni di vita occidentale». Prima però che l’emancipazione di sudamericane, filippine o ucraine, faccia vedere i suoi effetti demografici, è quella delle partenopee a segnare il passo.E qui arriviamo al secondo punto. Le donne campane, dedicando più tempo al lavoro e meno alla famiglia, stanno allineano i loro comportamenti a quelli delle coetanee del nord. «Anche nel Mezzogiorno non si avverte più l’obbligo di essere genitori a tutti i costi, con l’effetto che aumentano i single e le coppie di fatto», commenta l’assessore alle politiche sociali della Campania Alfonsina De Felice. L’amministratrice riconosce che «molte giovani coppie vorrebbero avere figli ma sono frenate da un contesto economico che certo non aiuta». La crisi però, verrebbe da obiettare, non conosce latitudini e porta i suoi effetti anche al Nord. E allora perché i figli riprendono a nascere più al Nord che non al Sud?Punto tre: il welfare. Mentre il governo non riesce a decidersi sul tema del quoziente familiare (le tasse vengono decise sulla base del reddito familiare e non di ogni suo componente) le amministrazioni locali decidono interventi mirati per sostenere le famiglie. Per esempio con gli asili nido. Probabilmente a spiegare il prossimo “sorpasso” dell’Emilia Romagna sulla Campania c’è anche il fatto che per la classifica di Cittadinanzattiva sui servizi di assistenza all’infanzia, l’Emilia Romagna sia stabile al primo posto mentre la Campania sia all’ultimo. Se si confronta il numero di posti nido rispetto a numero di bambini dai 0 ai tre anni si scopre che la copertura in Emilia Romagna è del 16% e in Campania è dell’1% contro una media nazionale del 6%. Questi dati, che si riferiscono al 2007, devono aver spinto la Giunta partenopea a rimboccarsi le maniche: nell’ultimo biennio ha assegnato 35 milioni di euro per costruire e ristrutturare 52 asili nido (2 mila posti), e punta a finanziarne altri 50. Il comune di Salerno si è dimostrato il più attivo aggiudicandosi i fondi per sei strutture, «ma non sempre gli amministratori locali hanno gli strumenti e la cultura per sviluppare progetti di questo tipo», ha aggiunto De Felice. «I soldi stanziati dalle Regioni», ha spiegato l’assessore, «vanno ai Comuni più preparati a partecipare alle gare».Soluzioni di sostegno alle famiglie di natura logistica sono state adottate a Perugia, il capoluogo della regione che vanta il maggior numero di nati da genitori di diverse nazionalità. «Dopo aver esteso l’ingresso agli uffici pubblici dalle 6.30 alle 9 del mattino», ha detto il sindaco Wladimiro Boccali, «stiamo valutando con i dirigenti scolatici anche un’apertura anticipata degli istituti per far sì che i genitori possano affidare al personale non docente i propri figli». Ma se la politica non bastasse? Asili e logistica da soli non sono sufficienti a ribaltare una tendenza che sta azzerando l’equilibrio demografico. «Fino a oggi la popolazione è salita (e continuerà a farlo fin quando non toccherà quota 63 milioni, ndr) grazie all’allungamento della vita media e all’apporto degli immigrati e al recupero delle donne italiane in età più matura», ha aggiunto Blangiardo. «Quando gli anziani sempre più numerosi innescheranno una più alta mortalità e gli stranieri saranno allineati al comportamento riproduttivo della popolazione autoctona, allora andremo verso una demografia negativa». E lo Stato dovrà prendere coscienza che se vuole quanto meno frenare quest’andamento, dovrà ispirarsi ai due modelli più virtuosi d’Europa, quelli di Francia e Svezia. La prima per anni ha elargito assegni mensili al secondo figlio dai 0 ai 18 anni; la seconda garantisce ad ogni coppia 450 giorni di congedo retribuito per la cura del bambino. Il prossimo traguardo del Parlamento scandinavo è costringere mamma e papà a dedicare pari tempo al nuovo nato spezzando il congedo a metà: se non ne usufruiscono entrambi separatamente, le agevolazioni vanno perdute.

Mamme in carriera

9,7 neonati ogni mille abitanti a Bologna

66% donne lavoratrici in Emilia Romagna