Questione di equilibrio

Intervista al campione Francesco Molinari che ci svela il segreto del suo successo: «Atteggiamento bilanciato e costante voglia di migliorare». E nel pieno della stagione aggiunge: «Ora cerco qualche vittoria importante»

Uno dei sogni per un appassionato di golf? Poter avvicinare e parlare con uno dei suoi idoli. E a volte i sogni si avverano. Come nel caso di questo bell’incontro con Francesco Molinari, torinese, classe 1982, professionista dal 2004, il n. 1 italiano e uno dei campioni più forti al mondo. Nel 2009, con il fratello Edoardo, conquista la Coppa del Mondo. Siamo a metà della stagione, tra il nostro Open, lo US Open, l’Open Championship e il Pga Championship, un momento che polarizza l’interesse dei golfisti e può determinare in modo significativo le posizioni nel World Ranking. L’occasione è perfetta per fare un punto con il nostro campione che, con estrema gentilezza e disponibilità, ci permette di conoscere, dal lato tecnico ma non solo, qualcosa in più di lui, decisamente interessante e, per certi aspetti, inatteso.

Francesco, come ti prepari per queste gare così importanti?Si sente che siamo nel momento clou, con grande voglia di giocare e l’intenzione di dare il meglio. Le aspettative e le motivazioni sono forti, è il momento in cui si devono concretizzare gli obiettivi. Il programma con cui mi preparo è stabilito ad inizio anno e all’avvicinarsi a questi appuntamenti lavoriamo prevalentemente sui dettagli (quanto è stato fatto è stato fatto…), su piccole modifiche, puntando più che altro a giocare sul campo.

Quest’anno ti stai muovendo tra Usa ed Europa: come pianifichi la tua stagione tra tornei, continenti e vita privata?Proprio per la scelta di giocare sui due tour, la pianificazione è importante e per questo mi avvalgo della collaborazione di un gruppo di agenti per le varie attività organizzative e logistiche. Gli obiettivi sono stabiliti in modo piuttosto preciso a inizio anno e sono legati al World Ranking e ad alcuni tornei cui puntiamo in modo particolare.

Ci si abitua alla popolarità?La popolarità fa certamente piacere, poi dipende dalla personalità di ognuno come esprimerlo. Io sono piuttosto riservato, a volte esterno poco quello che provo, però, sì, anche a me piace l’apprezzamento delle persone, dei tifosi, e mi ci sto abituando. Per qualcuno, forse, è più importante anche manifestarlo; io cerco di vivere questo aspetto della mia professione in modo equilibrato.

A proposito di equilibrio, il caddie ha un ruolo che sembra decisivo per i giocatori: che importanza riveste per te?Sì, il caddie ricopre una funzione molto importante. È difficile dire quale aspetto sia prevalente, è un mix che dipende dal periodo: ci sono momenti in cui è la parte psicologica a richiedere un supporto, mentre in altre occasioni è quella più strettamente tecnico-tattica. È fondamentale che ci sia un buon feeling personale e reciproca conoscenza e fiducia.

Ma quanto “costa” fare il pro a livello top?Stare in giro praticamente tutto l’anno comporta un impegno significativo per quanto riguarda la parte strettamente logistica, tra hotel, viaggi, vitto, difficile da quantificare. La parte variabile, invece, quella che è collegata alle vincite e che è relativa a caddie, agenti ecc. si aggira sul 20-25%.

Durante un giro, prima e dopo i colpi, quale è il metodo che ti aiuta a liberare la mente?In realtà, non ho un metodo particolare. Direi che il tutto si riassume nel concetto di “equilibrio”: è con un atteggiamento equilibrato che si riescono a gestire i momenti difficili come anche i colpi eccellenti che, altrettanto, non devono compromettere la concentrazione. Si arriva a questo grazie alla pratica, all’allenamento e all’abitudine a vivere quelle situazioni negli anni.

Quante ore dedichi alla preparazione e come ti alimenti durante un giro?Dipende dal periodo: durante le fasi di riposo, aumenta la quota dedicata alla preparazione fisica; nei periodi di competizione la parte tecnica prende più spazio. Complessivamente, l’allenamento richiede cinque/sette ore al giorno. Per quanto riguarda l’alimentazione, area molto importante per la quale sono seguito da un nutrizionista (in un team di professionisti che mi supportano per gli aspetti fisico-atletici), durante un giro mi alimento in modo da integrare e rilasciare lentamente e con continuità le sostanze che vengono consumate.

Nel tuo gioco quale è la parte che ritieni più forte e dove pensi di poter migliorare?Punto a migliorarmi sempre, anzi, è come se non si fosse mai soddisfatti, si cerca di aggiungere sempre qualcosa. In particolare, sul gioco corto ritengo di poter migliorare ancora molto. E questa è l’area, approcci e putt, su cui consiglio a tutti di sforzarsi: è vero, magari è un po’ più noioso che tirare dei bei drive ma, alla fine, sappiamo che lo score dipende così tanto da questa parte del gioco!

Tornando alla Ryder Cup, l’impressione è che ci sia stato un passaggio di livello in quei giorni: quanto ti ha fatto crescere la partecipazione alla Ryder Cup?Sì, è vero, è stato un passaggio decisivo, che mi ha dato molta consapevolezza per quanto fatto e convinzione per il futuro! L’esperienza in sé ha rappresentato un momento speciale grazie al fantastico spirito di squadra che ha caratterizzato tutta la settimana. Molti giocatori, tra i più importanti e famosi, e anche tra quelli più riservati, erano completamente a disposizione, prodighi di consigli e attenzioni verso i nuovi. Questo è stato molto importante e decisivo anche per il risultato.

C’è un giocatore con cui ti diverti di più a giocare?In realtà, in gara si è molto concentrati su se stessi e il proprio gioco ed è, quindi, abbastanza ininfluente chi sia il compagno. Nei giri di prova può, invece, capitare di trovarsi con quelli con cui ci si diverte di più. In generale, il rapporto con i colleghi è buono; come in ogni ambiente si formano gruppi che stanno meglio insieme o che hanno abitudini simili e che aiutano a trascorrere bene il tempo, soprattutto quando si è in trasferta per periodi più lunghi.

Quali sono le differenze principali tra giocare in Usa e in Europa?Un aspetto che si nota maggiormente è che l’ambiente è un po’ più individualista, nel senso che i giocatori spesso si muovono con le famiglie e si sta meno tra colleghi. Certamente, la dimensione del golf è un’altra rispetto all’Europa, dalla quantità di pubblico, ai montepremi, dall’attenzione fortissima che l’ambiente tributa ai giocatori che di atto vengono in un certo senso coccolati dal sistema. Ci sono una serie di gare ed eventi cui è bellissimo partecipare anche se, complessivamente, trovo più divertente ancora giocare in Europa.

A proposito di colleghi, pensi che Tiger Woods tornerà ai livelli di prima?A dir la verità, credevo che una volta rientrato avrebbe ritrovato velocemente i suoi standard, non mi aspettavo le difficoltà che sta incontrando. È vero, però, che qualche infortunio negli ultimi tempi lo ha rallentato ma, in generale, penso che tornerà quello di prima. Oggi c’è più competizione per il primo posto e, quindi, forse più incertezza ma è altrettanto vero che il suo carisma, il suo essere leader in qualche modo mancano e tolgono un po’ di entusiasmo e interesse a tutto il movimento.

Se non avessi scelto la carriera di professionista cosa avresti fatto? Tra l’altro, hai avuto la notevole e non certo comune capacità di laurearti e, contemporaneamente, diventare un campione…In effetti, le due cose non sono slegate, nel senso che la prospettiva del professionismo è maturata strada facendo ma, proprio per tenermi aperte altre porte, ho voluto completare il corso di studi. Cosa avrei fatto? Probabilmente qualcosa collegato al marketing che è un’area che mi ha sempre interessato.

Non è abituale per gli italiani in genere decidere di vivere all’estero: tu ti sei trasferito a Londra, cosa ti piace particolarmente di questa scelta dal punto di vista golfistico e di vita?Londra è una città che in generale offre tantissimo ed è anche molto comoda logisticamente per le tante trasferte cui siamo chiamati. Tra l’altro, essendo seguito dal coach Dennis Pugh, mi risulta più facile anche questo rapporto. Infine, posso dire che il mondo anglosassone, abituato al golf, costituisce un ambiente che consente di vivere questa professione in modo equilibrato, nei momenti buoni e in quelli più difficili.

Sappiamo che sei un buon utilizzatore di social network: come è il tuo rapporto con la tecnologia?Sì, mi piace la tecnologia. Stando sempre in viaggio, tramite i social network riesco a mantenere i contatti non solo con i fan con cui comunico molto ma, di fatto, anche con diversi amici che riesco a incontrare di rado.

Oltre al golf ed alla tua famiglia, quali sono i tuoi interessi principali?In effetti, con gli impegni che per buona parte dell’anno mi portano lontano, oltre al golf c’è soprattutto la famiglia. Mi piace seguire gli altri sport e il cinema, interesse trasmessomi da mia moglie, grande appassionata. Sì, le mie vacanze non vedono il golf protagonista e, in linea di massima, sono abbastanza tranquille, torno a casa e mi dedico alla famiglia.

I tuoi programmi?Continuare la stagione puntando a migliorare sempre il gioco, la classifica e a qualche vittoria importante!

Nato a Torino l’8/11/1982, passa al professionismo nel 2004 dopo un eccellente curriculum da dilettante, completando in parallelo il corso di studi che lo conduce alla laurea in Economia e commercio. Dopo due anni tra i pro, vince il suo primo trofeo aggiudicandosi, 26 anni dopo l’ultimo connazionale, l’Open d’Italia al Castello di Tolcinasco. Nel 2009, con il fratello Edoardo, conquista (prima volta di due fratelli) la Coppa del Mondo. Nel 2010 con la squadra europea vince la Ryder Cup e ottiene un altro successo individuale mondiale, l’HSBC Championship, del World Golf Championship, che lo porta nei primi 15 posti del World Ranking. Sposato, da poco papà, vive a Londra, tifoso dell’Inter e appassionato di cinema.

LE MIE PASSIONI

Libro Il Giovane Holden

Film Forrest Gump

Musica Muse

Programma Tv Dexter

Luogo Londra

Hobby Cinema

Piatto Spaghetti alle vongole

Sport Calcio

Squadra Inter

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