Carlo Pignatelli © Remo Di Gennaro, GettyImages

Carlo Pignatelli, classe 1944, è il fondatore e titolare dell’omonima casa di moda specializzata negli abiti da cerimonia. Pugliese d’origine, a vent’anni si trasferiscea Torino dove apre il suo laboratorio e comincia a collaborare con alcune maison. Nel 1980 presenta la sua prima collezione. Oggi è a capo di una multinazionale tascabile che fattura 34 milioni di euro e che dà lavoro a 150 persone

Per Carlo Pignatelli non cambiò assolutamente nulla quando nel 2010 venne approvata la famosa legge Versace, quella norma che imponeva ai marchi italiani del fashion di applicare la magica etichetta solo in caso di prodotti effettivamente e prevalentemente realizzati sul territorio italiano. Pignatelli lo faceva già. E oggi l’impegno per garantire al proprio cliente quel gusto sartoriale anche in un abito che è realizzato con procedimenti industriali è lo stesso. Tanto è vero che né la crisi, né l’offerta delle catene del fast fashion, né i copiatori di professione riescono a intaccare seriamente i risultati economici. Il fatturato del 2011 è di circa 34,6 milioni di euro, ed è a grandi linee confermato pure per il 2012, che dovrebbe registrare solo una lieve flessione. Il segreto di Carlo Pignatelli è l’assenza di compromessi: in piena recessione, invece di ampliare l’offerta verso il basso, l’imprenditore pugliese (ma torinese d’adozione) ha scelto di concentrare gli sforzi sull’alto di gamma; quando si è trattato di ridimensionare l’azienda, ha tagliato il personale con più inclinazione alla pigrizia e all’assenteismo; piuttosto che approfittare dei contatti nel mondo del cinema e dello sport, che in passato gli hanno fruttato collaborazioni di cui hanno beneficiato brand e impresa, preferisce puntare tutto sul core business della propria attività, lo stile. Attenzione però a non chiamarlo stilista.

Quando si legge qualcosa su di lei non le viene mai affiancata la qualifica di stilista. Piuttosto la chiamano designer. È lei che si definisce così?

No. Io nasco in sartoria, quindi mi sento sarto. Le giacche le so cucire, tagliare, far nascere. E solo dopo aver fatto tanti anni di sartoria su misura qui a Torino ho presentato nel 1980 la mia prima collezione. Allora l’attività consisteva nel fare prima gli abiti e poi nel disegnarli. In pratica si trattava di un lavoro fatto al contrario! Oggi che le cose sono cambiate tutt’al più posso considerarmi un sarto-designer.

Tradotto sul piano pratico cosa vuol dire essere un sarto-designer?

In sartoria l’artigiano taglia un abito sulle misure di una persona in particolare, lo aggiusta e perfeziona per farlo calzare perfettamente al suo fisico. Nel lavoro che ho cominciato a svolgere quando è nato il marchio Carlo Pignatelli, invece, gli abiti sono pensati per essere indossati da tante persone. Passano attraverso processi di industrializzazione e di programmazione, e la seconda fase è diventata ancora più importante dopo aver dato vita all’ufficio stile. Senza contare che quando siamo partiti eravamo io e due-tre collaboratori in laboratorio. Adesso siamo un’azienda di 150 persone, e inevitabilmente il sistema con cui creiamo gli abiti si è evoluto. Cerco però di non far mancare mai al mio prodotto quei dettagli sartoriali che fanno la differenza con una confezione al 100% industrializzata, dall’asola ai bottoni passando per le cuciture.

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Quando nel 2010 fu approvata la legge Versace-Reguzzoni-Calearo, che tutelava il made in Italy imponendo alle aziende di apporre la famosa etichetta solo nel caso in cui i prodotti fossero realizzati prevalentemente su territorio italiano e con materie prime italiane, alcuni suoi colleghi la contestarono duramente, dicendo che il made in Italy non è solo questione di tecniche di cuciture, di materiali, di hardware, insomma, ma soprattutto di software, di atmosfere, di savoir vivre che viene trasmesso attraverso un oggetto. Lei invece auspicò che la legge non rimanesse lettera morta. A due anni di distanza, cosa dice rispetto all’applicazione della norma nel vostro settore?

La legge ha senz’altro mirato a una difesa della produzione manifatturiera, mettendo l’accento sull’importanza del vero made in Italy. Credo che si stia percorrendo la strada giusta a tutela dei più alti livelli di fattura e della creatività che contraddistinguono il nostro Paese. Sono convinto che gli sforzi fatti per garantire al consumatore finale un prodotto di qualità e chiara tracciabilità stiano dando i loro frutti, e per questo anche noi ci impegneremo a migliorare sempre più il servizio verso i clienti, perché si sentano sempre tutelati dalla loro firma preferita.

Avete dovuto cambiare procedure o forniture per ottemperare alla legge?

Noi non abbiamo cambiato nulla: il nostro sistema è sempre lo stesso. Abbiamo continuato a lavorare cercando di andare avanti anziché retrocedere, anche nei momenti più difficili, e dando ancora più risalto alla manifattura sartoriale. I nostri tessuti li scegliamo prevalentemente in Italia, nel Biellese e nel Comasco, più una parte che viene dal Portogallo.

E i suoi concorrenti? Nel settore la legge sul made in Italy ha comportato qualche trasformazione visibile?

A suo tempo ci sono state aziende che commissionavano una buona metà del prodotto in Romania o in Bulgaria o ancora in Turchia, importando abiti semilavorati, come per esempio giacche senza bottoni, per poi finirli qui in Italia aggiungendo dei semplici dettagli e fregiandosi dell’etichetta made in Italy. Oggi questo non si può più fare.

Paga rimanere così fedeli alla pratica vera del made in Italy anche in tempi come quelli che stiamo vivendo?

Assolutamente sì. Anche se con la situazione che si è vissuta e che si sta vivendo la voglia – la necessità direi – di andare sui mercati con prodotti più economici c’è stata. Per la nostra linea Cerimonia, però, non ci siamo lasciati prendere dalla tentazione di andare all’estero. Piuttosto abbiamo lavorato cercando di limare il listino per andare incontro ai nostri clienti.

Quali sono stati i margini che siete riusciti a limare?

Circa due anni fa abbiamo ridotto l’organico aziendale, eliminando una ventina di figure che potevamo permetterci durante il periodo delle vacche grasse.

In base a quali criteri avete licenziato?

In base alla meritocrazia. Abbiamo fatto a meno di persone che praticavano l’assenteismo, o che non lavoravano. La legge ce l’ha permesso e abbiamo tagliato collaboratori che gravavano sui costi aziendali. Ma non ci siamo limitati a licenziare. Siamo diventati più oculati rispetto agli investimenti e all’attività pubblicitaria, tirando un po’ i remi in barca per rendere il prodotto più appetibile in tempi non semplici. Anche se, va detto, ancora oggi i nostri clienti non chiedono nemmeno il prezzo quando li comprano: sono sicuri al 100% di venderli, e con un buon margine.

Non avete pensato alla creazione di linee più accessibili?

In realtà è successo il contrario. Avevamo fino a un paio d’anni fa una linea, Outside, di fascia più bassa, più sportiva e dedicata a un pubblico giovane, intorno ai 17 anni d’età. Erano in realtà prodotti che non ci somigliavano molto, sui quali però avevamo investito tanti quattrini sia per far crescere la linea, sia per dare notorietà al marchio. L’operazione Out-ide è durata una decina d’anni. Quando poi è arrivata la botta della crisi, abbiamo deciso di farne a meno per focalizzarci su un prodotto più sartoriale adatto a una fascia di mercato più alta. Visto che i giovani comprano da Zara, noi abbiamo deciso di mirare a un prodotto più alto di gamma.

Zara, H&M e gli altri. Come si convive con la moda veloce? Le grandi catene hanno in qualche in modo influenzato la vostra filosofia?

Noi, grazie a Dio, facciamo un prodotto che nei grandi magazzini non arriva. Chi compra un abito Carlo Pignatelli lo vuole perfetto, quasi su misura, quindi il fast fashion non ci ha disturbato troppo. Tanto che quest’anno, anche sulla linea 2013 rispetto alla quale avevamo qualche timore, il fatturato si è mantenuto agli stessi livelli dell’anno scorso, e di questi tempi è una grande vittoria. Avremmo potuto subire la concorrenza sul marchio Outside, invece, ed è questo un altro dei motivi per cui ne abbiamo fatto a meno.

L’evoluzione del concetto di lusso per Pignatelli nel difficile contesto economico che stiamo attraversando: ferma restando la mission del brand, che cosa è cambiato, se è cambiato, per rimodulare il dialogo coi consumatori e per conquistarne di nuovi?

Anni fa il lusso era ostentato per esprimere non solo il benessere economico, ma anche la spensieratezza del periodo. Oggi il contesto globale è cambiato, il vero lusso è il contenuto qualitativo e stilistico di un prodotto, a maggior ragione di un abito. Che non è bello tanto per come appare, quanto per la cura con cui è confezionato e per il tessuto che lo caratterizza. Aver avuto da sempre quest’approccio ci ha permesso di fidelizzare i clienti che avevamo già e conquistarne di nuovi, senza dover cambiare la nostra filosofia.

E Internet? Come il Web e i social network hanno trasformato il vostro approccio alla comunicazione?

Prima ammetto che avevamo paura dei copiatori. Ce ne sono a bizzeffe, in tutta Italia e nel mondo. In particolare nel Sud Italia, in Puglia o in Campania, ne nascono tutti i giorni. Sempre per lo stesso motivo, prima in sfilata non mandavamo mai i capi destinati alla vendita, ma un mood pensato appositamente per la passerella. Oggi le cose sono completamente cambiate. Abbiamo un ufficio grafico che aggiorna di volta in volta il sito con le nostre collezioni. Mandiamo gli abiti in sfilata e l’indomani le foto sono pubblicate su tutti i siti. Prepariamo campagne e cataloghi e carichiamo tutto il materiale sul sito dove in tempo reale viene scaricato in tutto il mondo. Il gioco vale la candela, perché mediante queste operazioni riusciamo ad attrarre nuovi mercati e clienti.

Dov’è che c’è più fermento per Carlo Pignatelli?

Il nostro focus attualmente è sulle economie forti, che dimostrino interesse negli abiti da cerimonia. Puntiamo quindi sui Brics, ma l’Europa e l’Italia rimangono fondamentali. Nella penisola iberica siamo presenti in maniera massiccia da una quindicina d’anni, come del resto in Giappone, per citare un mercato extra-Ue, dove abbiamo una partnership per la distribuzione delle linee uomo donna in tutto l’arcipelago. In questo momento mio nipote Francesco e una rappresentanza dell’azienda sono a Kyoto per inaugurare un nuovo showroom dedicato ai buyer del Sol levante.

 

Una panoramica sullo stile che dobbiamo aspettarci per la prossima stagione autunno-inverno 2014. All’interno di questo panorama dove si colloca Pignatelli?

Il campionario esce proprio in questi giorni. Posso anticiparle che abbiamo dato precedenza ai cappotti, al colore nero, ai tessuti pregiati. Nelle giacche è stata rivista la vestibilità, e abbiamo dato vita a capi decostruiti.

Qual è l’uomo che vestirà Carlo Pignatelli con questa collezione?

Da quando abbiamo eliminato la parola Outside dalle nostre linee, il target si è elevato di età. Oggi creiamo abiti per un uomo di 30-45 anni, attento alla qualità, alla vestibilità, ma anche al trend. Parliamo di un uomo che la moda la conosce, la segue, e soprattutto fa attenzione a quello che compra. Tiene in particolar modo alla sartorialità, non è uno sprovveduto. Da parte nostra vogliamo un cliente che cerca dei capi esclusivi.

L’impegno nel mondo dello sport. Dopo essere stati dei pionieri in questo ambito, vestendo le squadre di calcio della Juventus, del Marsiglia e del Torino, giusto per citarne alcune (oltre che della Nazionale italiana), a quali altre discipline intendete avvicinarvi?

Ultimamente ci siamo avvicinati al mondo del golf. Dopo aver avviato con Andrea Agnelli una collaborazione al Royal Park I Roveri, club torinese di proprietà della famiglia, continuiamo con questa partnership che ci permette di attingere a uno sport che ha fatto dell’eleganza la sua caratteristica principale, valore che condivido nella mia moda. Ormai molti dei miei collaboratori, soprattutto ai vertici aziendali, sono soci del club, e quella del golf è di fatto un’atmosfera che si respira anche da noi, un codice di eleganza che passa da un mondo all’altro in maniera osmotica.

Oltre al golf bolle qualcos’altro in pentola?

Per ora siamo lì, poi le opportunità nascono strada facendo. Non abbia mo progetti in questo senso, non è quello il nostro mestiere. A volte ci sono combinazioni che portano a esperienze inaspettate, come successe per il cinema a suo tempo.

Come andò con il cinema?

Cominciò tutto nel 1980, quando una mia amica che faceva la cercarobe per il film Amici miei Atto III venne a chiedermi aiuto: non si riuscivano a trovare abiti adatti per la buonanima di Adolfo Celi. Glieli feci io, e benché all’epoca non avessi quattrini, accettai poi di fare gli abiti per questo film. Fu un grande lavoro. Da lì poi sono scaturite conoscenze che sono diventate amicizie. Ed è grazie a questi contatti che i miei abiti sono finiti nei film di Vanzina, Yuppie, Yuppie 2 e Montecarlo Gran Casinò, icone di quegli anni. Poi ho lavorato con Salvatores e Luchetti, nei film Puerto Escondido e Arriva la bufera . In Puerto Escondido , se si ricorda, a un certo punto Diego Abatantuono dice: «Questo è un abito di Pignatelli, e costa come un Rolex».

Non guarda con nostalgia a quegli anni? Non le piacerebbe tornare al cinema?

È difficile ambire a fare qualcosa di emozionante se si ha avuto il piacere e il privilegio di vestire Marcello Mastroianni…

Era un testimonial o un cliente?

Un amico. L’ho conosciuto quando a Torino girava La donna della domenica . Nelle pause passava le giornate in sartoria, a chiacchierare, e poi andavamo insieme a cena. «L’abito lo fa un sarto, non uno stilista», diceva sempre. Ho qui in ufficio appesa sul muro la sua foto con dedica, e la mostro con grande orgoglio. Dubito oggi di poter fare qualcos’altro che possa emozionarmi allo stesso modo.

LE PASSIONI DI CARLO PIGNATELLI

La cucina

Mi rilassa molto cucinare, forse se non avessi fatto questo mestiere sarei diventato uno chef. Mi piacciono le ricette pugliesi. Scelgo riso patate e cozze e melanzane alla parmigiana

Lo sport

In realtà in gioventù non sono stato un grande amante dello sport. Ma quando cominciò la mia collaborazione con la Juventus sono diventato un tifoso della Signora, e ora la seguo anche allo stadio

La fotografia

Posseggo una ventina di fotocamere, tra reflex Nikon e Canon e compatte Sony. Qualche anno fa ho realizzato alcuni shooting fatti per le nostre collezioni

La tecnologia

Amo stare sempre connesso. Ai social network come alle reti professionali. Grazie all’iPhone 5 riesco a fare tutto anche a distanza

Il luogo

Amo l’Argentina, vivrei a Buenos Aires. E vent’anni fa comprai una casa a Salta, sulle Ande. Ne feci il mio buen retiro, e qualche volta riuscivo anche a rifugiarmici per mesi. Ora purtroppo non ho più il tempo di andarci spesso

Oggi cosa serve a un giovane stilista-imprenditore per diventare un sarto-designer come lei?

Dubito che oggi qualcuno possa fare la mia trafila: io a otto anni ho smesso di andare a scuola e ho imparato un mestiere. Adesso, anche frequentando una scuola di disegno non è semplice fare le stesse esperienze, visto che si tratta quasi esclusivamente di teoria. Chiunque voglia intraprendere questa strada, in ogni caso, non deve mai pensare di essere arrivato, e deve procedere per piccoli obiettivi. L’altro giorno, su Facebook, un ragazzo mi chiedeva: a quanti anni si diventa stilista? È questo il punto: oggi i giovani credono che ci sia un punto in cui si comincia a essere stilista. Quasi come fosse una laurea, un titolo. Ma non è così.

C’è molta, forse troppa formazione teorica in effetti. Serve un ritorno alle attività manuali secondo lei?

È quello che manca oggi. Probabilmente, come molti stanno tornando all’agricoltura, possiamo aspettarci anche la ricomparsa degli antichi mestieri. Spero che lo Stato permetta alle aziende di prendere apprendisti, più che precari da mille euro al mese. Il problema è che oggi anziché andare in sartoria si va in azienda, e lì di apprendisti non ne assumono.

E oggi nelle aziende del vostro settore si può crescere o si è un po’ gelosi dei giovani talenti?

Assolutamente, io sono per invogliare i giovani a crescere. Nella mia azienda ho preso tante ragazzine come apprendiste che col tempo sono diventate delle ottime sarte. E poi c’è mio nipote Francesco, che lavora con me ormai da 25 anni ed è diventato il mio braccio destro. Anzi, sarà lui a portare avanti il marchio Carlo Pignatelli quando io mi ritirerò. Certo, mi rendo conto che non tutti i giovani possono avere le stesse opportunità che ha avuto Francesco.

Il passaggio generazionale è un processo duro? Ci sono mai divergenze fra lei e suo nipote?

Sono contento di lui, devo dire che è molto più razionale di me. In realtà, oltre a Francesco, ormai delego a tutti i miei collaboratori più stretti le cose che ho meno voglia di fare, come le trasferte per l’appunto. Preferisco passare il mio tempo in azienda, a seconda di quello che c’è da fare. Nell’ufficio stile dove pensiamo le collezioni, piuttosto che in sartoria, quando vanno preparate, o ancora nell’ufficio grafico, quando bisogna realizzare i cataloghi con i grafici. Saltello da un posto all’altro in virtù di quel che stiamo facendo. E ancora mi diverto.