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Un momento dei lavori della Conferenza che nel 1997 ha portato all'elaborazione del Protocollo di Kyoto

«Parole, parole, parole», cantava Mina in un successo del 1972. Citazione che sembra adattarsi perfettamente, per la mancanza di impegni concreti, al documento sottoscritto dai rappresentanti governativi di quasi 150 Paesi in occasione della Conferenza sullo sviluppo sostenibile dell’Onu, detta anche Rio+20, ospitata dalla città brasiliana dal 20 al 22 giugno scorso. Lo ha espresso con chiarezza Bill McKibben, fondatore del gruppo di attivisti 350.org e scrittore specializzato in questioni ambientali, osservando che, da una rapida analisi di questo testo pomposamente intitolato The future we want (Il futuro che vogliamo), emerge come «i governi siano d’accordo nell’“incoraggiare” e “supportare” azioni 148 volte, ma solo tre volte abbiano trovato il coraggio di dire che realmente “hanno intenzione” di fare qualcosa». Non resta che dire ad alta voce la parola fallimento. Persino il segretario nazionale della conferenza, Sha Zukang, chiudendo i lavori, ha riconosciuto che il risultato raggiunto «non soddisfa nessuno».

EMISSIONI IN CIFRE
280 mila parti per milione limite massimo di concentrazione di CO2 nell’atmosfera negli ultimi 600 mila anni
400 mila parti per milione soglia oggi raggiunta dalle concentrazioni di CO2 nell’atmosfera
30,6 miliardi di tonnellate le emissioni annue mondiali di CO2 da uso di combustibili fossili nel 2010
31,6 miliardi di tonnellate le emissioni annue mondiali di CO2 da uso di combustibili fossili nel 2011
2015-2018 periodo indicato dagli scienziati nel IV rapporto Ipcc come limite entro cui iniziare a ridurre le emissioni di gas serra
25-40% percentuale di riduzione delle emissioni di gas serra da parte dei Paesi ricchi indicata come indispensabile entro il 2020 nel IV rapporto Ipcc

UN LIBRO DI BUONI PROPOSITI
Tutte buone intenzioni, dunque, ma nessun impegno concreto, come invece speravano i paladini dell’ambiente, visto che non si trattava di una sede semplicemente consultiva, ma deliberante. Come sottolinea Mariagrazia Midulla, responsabile policy clima ed energia del Wwf, che ha seguito personalmente i negoziati. «Non sono scaturiti impegni precisi, ma solo processi che potrebbero, forse, portarne», commenta. Un niente di fatto preoccupante, perché «se negli ultimi anni stiamo assistendo a una forte spinta dal basso per un’economia verde, questa non è sufficiente. È indispensabile che i governi indichino la strada da seguire, anche per garantire la concorrenza». «Un libro di buone intenzioni», lo definisce anche Daniele Pernigotti, autore di diversi libri sul tema ambientale, oltre che consulente in materia per aziende ed enti pubblici e rappresentante per l’Italia in diversi tavoli tecnici dedicati alla questione dei gas serra. «Niente a che vedere con la grande svolta storica del Vertice della Terra di Rio de Janeiro del 1992, che ha dato vita a percorsi importanti – per esempio le convenzioni sui cambiamenti climatici e la bio-diversità – ed è riuscito a dare attenzione a livello globale alla questione ambientale. La principale buona notizia di questo “libro dei vorrei” è che l’Unep, il programma per l’ambiente delle Nazioni Unite, dovrebbe assumere maggiore autonomia diventando un vero e proprio ente». Un progetto ancora troppo aleatorio per Midulla: «Le organizzazioni multilaterali da anni non sono più adeguate a rappresentare la situazione geopolitica mondiale. Va aggiornato l’intero “governo dell’ambiente”. Speravamo in passi più concreti verso la trasformazione dell’Unep in agenzia, perché possa operare in modo più cogente».

 

DAI SUSSIDI AL PIL VERDE
Ma le richieste delle ong, e non solo, comprendevano molto altro. A partire dall’abolizione dei sussidi ai combustibili fossili, chiesta anche dall’Ocse, cui i capi di Stato si erano già impegnati nel corso del G20 di Pittsburgh, salvo poi fare ben poco. O ancora, mobilitare la finanza per il cambiamento climatico e lo sviluppo sostenibile. «Anche sul fronte del capitale naturale, a parte il riconoscimento a parole, non si è presa concretamente la decisione di contabilizzare il benessere sociale e ambientale nella politica economica» sottolinea Midulla. Così come è rimasto un nulla di fatto il ventilato protocollo sulla salute degli oceani. «In passato era facile accordarsi sulle questioni ambientali, perché non si andavano a toccare i problemi alla radice. Oggi che si tenta di andare più in profondità è più raro che tutti votino a favore con leggerezza. D’altra parte ormai sono temi che vanno affrontati con urgenza», commenta l’esperta del Wwf.

CONVENZIONE QUADRO DELLA NAZIONI UNITE SUI CAMBIAMENTI CLIMATICI, LE TAPPE PRINCIPALI
1997 Protocollo di Kyoto sul cambiamento climatico
2005 Entrata in vigore del protocollo di Kyoto
2007 Nascita della Bali roadmap
2009 Conferenza di copenaghen2011piattaforma di Durban
2012 Consiglio delle parti di Doha

L’APPUNTAMENTO DI DOHA
Ma il 2012 non rappresenta una data chiave solo per la ricorrenza del ventennale del Summit della Terra e l’insoddisfacente nuovo incontro a Rio de Janeiro. Quest’anno scade infatti la prima fase del noto Protocollo di Kyoto, frutto della Convenzione quadro sui cambiamenti climatici (Unfccc), scaturita proprio dallo storico incontro del 1992. Il prossimo appuntamento in programma a Doha (Qatar) dal 25 novembre all’8 dicembre, sarà quindi decisiva per il futuro dell’unico documento vincolante in tema di cambiamento climatico. «I primi problemi per il Protocollo sono nati subito la sua nascita», spiega Pernigotti. «Perché dopo essere stato votato da tutti, al momento della ratifica il senato americano non ha voluto approvarlo. Un duro colpo, visto che il documento prevedeva, nella prima fase, una riduzione delle emissioni da parte dei Paesi sviluppati, responsabili di buona parte dell’anidride carbonica presente oggi nell’atmosfera». Inutile dire che, in questa logica, il passo indietro degli Stati Uniti è stato il passo indietro del principale emettitore storico. Un gap importante, che non ha però impedito l’entrata in vigore (nel 2005) del Protocollo e, a partire dal 2006, i primi ragionamenti sulla seconda fase del piano, che dovrebbe prendere il via il prossimo anno. L’assenza statunitense ha però fortemente condizionato le trattative, portando a una fase di stallo. «La cosa più logica sarebbe ripartire da zero e stipulare un nuovo accordo che coinvolga anche gli Usa», osserva Pernigotti. «Ma questo presupporrebbe l’eliminazione del protocollo di Kyoto, contro la quale si sono schierati i Paesi in via di sviluppo, proprio perché questo è l’unico documento vincolante che preveda impegni concreti. Così nel 2007 è nata la Bali roadmap che ha portato alla creazione di un tavolo parallelo, comprendente tutti i Paesi del Protocollo più gli Stati Uniti». La Bali roadmap avrebbe dovuto portare dei risultati entro il 2009, ecco perché la Conferenza di Copenaghen di quell’anno, aveva destato tanta attenzione mediatica. Anche in considerazione delle partecipazione non solo dei “soliti” ministri dell’ambiente, ma di numerosi capi di stato, Obama compreso. Peccato che ancora una volta si sia rivelata un nulla di fatto, ma una speranza ancora c’è, perché a fine 2011 è nata la piattaforma di Durban, un altro percorso di negoziazione di tre anni. Questo lo scenario politico in gioco, ulteriormente complicato dall’abbandono, lo scorso anno, del Canada, protagonista di un incremento delle emissioni di CO2, invece della prevista riduzione del 5% (rispetto al 1990) richiesta entro il 31 dicembre 2012.

UE: LA SFIDA 20-20-20
La direttiva Europea 2009/28 indica già per gli Stati comunitari obiettivi più rilevanti e più a lungo termine rispetto a quelli del Protocollo di Kyoto. Comunemente chiamata direttiva 20-20-20, stabilisce infatti che le energie rinnovabili debbano coprire il 20% del fabbisogno del Vecchio Continente entro il 2020, con un taglio del 20% delle emissioni di CO2 e un aumento del 20% dell’efficienza energetica. Per l’Italia, che ha recepito la direttiva con decreto del 3 marzo 2011, i limiti previsti sono: portare la produzione di energie rinnovabili al 17% del fabbisogno, ridurre le emissioni di CO2 del 13% (rispetto al 2005) e ottenere un risparmio energetico del 14% rispetto alla media del periodo 2001-2005.

BILANCI E PREVISIONI
Anche se i dati sulle emissioni ora disponibili riguardano il 2010, è già possibile farsi un’idea di chi rispetterà gli impegni previsti. «Tolto il Canada, anche il Giappone avrà importanti difficoltà», spiega Pernigotti. «Sono invece sulla buona strada l’Australia, la Nuova Zelanda e soprattutto l’Europa, che ha già introdotto dalle politiche interne quanto previsto dal protocollo, e anche di più. Fatto che metterà il Vecchio Continente in una posizione negoziale forte. È inoltre certo che dall’1 gennaio la Russia non sarà più della partita», conclude. Resta però la decisiva incognita statunitense. «È chiaro, il mondo ha bisogno che gli Stati Uniti siano della partita, ma allo stesso tempo non si può continuare a vivere in questa situazione in cui le loro questioni interne condizionano pesantemente il versante delle vicende internazionali», commenta Mariagrazia Midulla. «Qualcosa si sta muovendo sul fronte interno, però vorremmo che finalmente gli Usa, oltre a non agire da freno come ho qualche sospetto sia accaduto in Brasile, assumano un ruolo di leadership sul fronte ambientale».Se è ancora incerto cosa accadrà a Doha, è invece più che certo che il tempo per le chiacchiere è scaduto. Le conseguenze dei cambiamenti climatici – innalzamento del livello degli oceani, desertificazione, cambiamento dell’impatto delle precipitazioni con conseguenti inondazioni, incremento di eventi climatici estremi – sono già in atto e non minacciano “solo” la salute dell’ambiente (e la nostra), ma anche gli equilibri geopolitici. Non a caso il Consiglio di sicurezza dell’Onu ha già tenuto due sedute speciali su cambiamenti climatici e sicurezza planetaria.

Autore di diversi libri sul tema ambientale, Daniele Pernigotti opera con il suo studio di consulenza e formazione ambientale Aequilibria. Rappresenta l’Italia in diversi tavoli tecnici in materia di gas serra (Uni, Iso, Accredia) e ha insegnato Normativa e certificazione ambientale all’Università Ca’ Foscari di Venezia. Svolge inoltre attività di giornalista free-lance in materia di cambiamento climatico e sarà a Doha per seguire e raccontare i negoziati nell’ambito di un progetto sviluppato con i colleghi di Planetnext (www.planetnext.net)