Meno democrazia? Potere al popolo, ma con giudizio

Una manifestazione del movimento anti-sovranista delle “sardine” del gennaio scorso (foto © Getty Images)

La salute a rischio, poi la certezza di un’economia in stallo se non in recessione, e infine un’onda­ta di preoccupazione per il futuro delle istitu­zioni democratiche: queste fasi hanno scandito le settimane tra lockdown e progressiva ripre­sa. Una volta stabilizzata la situazione contagi, è impossibile non ripensare ai modi con cui è stata gestita l’emergenza rispetto alle norme e alle idee che for­mano le democrazie occidentali. C’è chi grida al rigurgito stata­lista, auspicando un maggior liberismo, e chi, come Garrett Jo­nes, giovane economista americano, un po’ per provocazione – ma solo un po’ – rilancia l’idea delle élite di grandi creditori che do­vrebbero scrivere l’agenda economica dei Paesi. Per garantire che si investano le risorse per ciò che veramente conta per la cresci­ta. Sarebbe questo il punto forte delle sue tesi, così come espres­se nel suo ultimo libro, 10% Less Democracy: How Less Voting Could Mean Better Governance  (Stanford University Press, 2020, Usa). 

Esistono vari gradi di democrazia, e un 10% in meno garan­tirebbe la governabilità e l’efficienza della macchina statale: è que­sta la ricetta di Jones, professore associato di economia alla Ge­orge Mason University, per un sistema di governo che sia “meno peggio” degli altri e soprattutto muova le risorse davvero per il bene comune. La sua riflessione si impernia sui processi confusi e spesso contraddittori che hanno scandito le attività normative du­rante l’emergenza coronavirus nei Paesi colpiti dai contagi. è davvero in grado di tenere le redini di un Paese? La classe politi­ca, che ha bisogno di essere popolare per conservare la poltrona, le lobby dei grandi gruppi economici, i cui interessi non sem­pre coincidono con il bene comune? L’apparato statale si è trovato più volte in impasse da cui è stato difficile uscire, al prezzo di norme macchinose che hanno aggravato più che alleggerire un dopo-epidemia che si configurava già di per sé piuttosto pesante. Rifacendosi alla teoria dell’economista Arthur Laffer, secondo cui all’aumentare delle tasse aumenta il gettito, ma fino a un punto critico oltre il quale inizia a diminuire (curva di Laffer), Jones ap­plica lo stesso principio ai meccanismi della democrazia, indivi­duando proprio nell’eccessiva democratizzazione delle decisioni la zavorra che frena o blocca la crescita degli Stati.

Le cause sono da individuarsi principalmente nei tempi delle legislature, troppo brevi perché i rappresentanti eletti possano smarcarsi dall’esigenza di compiacere l’elettorato, anche a scapito del bene comune, e dal debito pubblico, la spada di Damocle sui cittadini di domani. Perché allora – è la soluzione di Jones – non demandare parte delle decisioni politiche a un gruppo di grandi creditori dello Stato, che hanno l’interesse a che quest’ultimo torni attivo in modo che possa ripagare il debito? Interessi economici e bene comune viaggerebbero così sullo stesso binario. Almeno idealmente. Perché nemmeno un’economia in senso iperliberista, come quella auspicata da Jones, è garanzia di uno sviluppo equo ed eticamente sostenibile, tanto più se ipotizzata dal rappresentante di un’istituzione, come la George Mason University, che nel 2018 è stata al centro di uno scandalo per aver accettato una cospicua donazione da parte del miliardario americano Charles Koch in cambio di una certa influenza sulle scelte accademiche. Ma se l’idea di Jones, pur con i dovuti distinguo, contenesse degli spunti degni di riflessione? Soprattutto nella fase di passaggio in cui si trovano tanti Paesi occidentali e ancor più l’Italia? Lo abbiamo chiesto a Sabino Cassese e Nicola Porro, voci chiare e forti – rispettivamente – del mondo delle istituzioni democratiche e delle istanze che arrivano dall’uomo comune.

Articolo pubblicato su Business People, luglio-agosto 2020