Angelo Moratti © Publifoto/LaPresse

Momenti clou
5 novembre 1909 Angelo Moratti nasche. E' il figlio di Albino, un farmacista con negozio a Milano vicino a piazza San Babila
1923 A quattordici anni resta orfano e va a vivere con il nonno. Due anni più tardi inizia a lavorare come rappresentante di lubrificanti
1937 Diventa socio di una ditta genovese di lubrificanti
1948 Fonda la Rasiom (Raffinerie Siciliane Oli Minerali)
1960 Cede la Rasiom alla Esso
1962 Nasce la Saras e tre anni più tardi entra in funzione la raffineria Sarroch, una della più grandi del Mediterraneo
12 agosto 1981 Muore a Viareggio a soli 71 anni

Angelo Moratti, il fondatore della Saras, il più grande gruppo petrolifero privato italiano oggi quotato in borsa, era il tipico self made man. Di lui Gianni Brera, principe dei giornalisti sportivi nazionali, scriveva: «aveva un volto antico, pieno di caratteristiche padano-alpine. Era sveglio e modicamente estroverso. Aveva intuizioni fervide e precise. Generoso per indole, non ebbe mai fatue impazienze nei confronti della vita». Giudizio condiviso da tutti quelli che hanno conosciuto questo capitano d’impresa nato a Sommariva Lombarda nel 1909 e morto improvvisamente per un problema cardiaco nell’agosto del 1981, mentre era in vacanza nella sua villa in Versilia. Giudizio ritenuto però dai più incompleto: perché Moratti era anche e soprattutto un uomo determinato, capace, che sapeva rischiare, deciso a raggiungere gli obiettivi che si era posto. Neanche trentenne aveva già messo assieme un capitale di un milione di lire, e nel 1937 un milione era una fortuna. L’aneddotica racconta che, raggiunto questo traguardo finanziario, andò da sua moglie con mille banconote da mille lire, le mise tutte su un tavolo e le disse: «Ecco Erminia: questo è il primo milione». La storiella è divertente, peccato non sia vera: è stata la stessa consorte, Ermina Cremonini, a smentirla in un’intervista rilasciata alla Domenica del Corriere nell’ottobre del 1981: «Una cosa del genere non è mai avvenuta, era del tutto estranea allo stile di Angelo. Mio marito era un musicista della vita. Gli davano fastidio tutte le stonature, gli eccessi, le mancanze di buon gusto e di stile».
Angelo Moratti era figlio di Albino, un farmacista con negozio a Milano vicino a piazza San Babila. Suo padre avrebbe voluto che studiasse farmacia e continuasse a mandare avanti la bottega di famiglia. Ma quella non era un’esistenza per lui. Un orizzonte troppo limitato, una vita troppo pigra, sempre lì a vedere le solite facce o, come avrebbe raccontato lui molti anni dopo, «a guardare entrare e uscire dal negozio persone sempre di fretta che non sapevano da dove venivano e non sapevano dove andavano». Lui aveva in mente altro. Rimasto orfano giovanissimo, a soli 14 anni, non trovò una buona intesa con la matrigna e per un po’ venne mandato a vivere con il nonno, Angelo come lui, un proprietario agrario del bergamasco che aveva avuto 21 figli e aveva una mentalità un po’ chiusa, come spesso succede a chi è vicino al mondo contadino. Altri orizzonti limitati e inadatti al giovane che voleva andar via, lasciare la scuola (nella quale peraltro non eccelleva) e tentare la sua strada per affermarsi e per diventare ricco (obiettivo che fin dalla più giovane età aveva chiaro in mente). L’occasione gli venne da un annuncio di ricerca di personale letto su un giornale: un’azienda svizzera che commerciava in lubrificanti, la Permolio, offriva un posto di rappresentante per la Lombardia. Il giovanissimo Moratti, poco più che un ragazzo, rispose ed ebbe l’incarico. Cominciò così a fare il piazzista, girando in lungo e in largo la Lombardia in treno con una valigia di similpelle piena di dèpliant e lattine di campioni di olio; aveva una stipendio di 300 lire al mese. «Era un lavoro duro» racconterà anni dopo «perché era una merce difficile da piazzare, ma io ero bravo, ci sapevo fare».

Rischiando la corte marziale
Ci sapeva fare davvero, era tenace. E a volte imprudente. Quando venne per lui il momento del servizio militare fu mandato a Civitavecchia. Ma non volle rinunciare alla sua attività, così quando lasciava la caserma nelle ore di libera uscita continuava a lavorare: si era specializzato nella fornitura di carburante ai motopescherecci del porto. La cosa non piacque a qualche concorrente che si vide soppiantare da quel giovanotto e lo denunciò. E Moratti si prese 15 giorni di cella di rigore più un trasferimento per ragioni disciplinari a Viterbo. Ma non servì: da Viterbo, appena poteva, tornava a Civitavecchia per seguire i suoi clienti, anche se rischiava la corte marziale. Tornato borghese, fece carriera: si stabilì a Civitavecchia, poi a Roma. E allora incominciò a immaginare e preparare il grande passo: mettersi in proprio, avviare una sua attività. «Negli affari o sei motrice o sei rimorchio» raccontava. «Io ero motrice e non potevo farmi rimorchiare. Ero io che dovevo trascinare gli altri». Come primo passo in questa direzione, nel 1937 divenne socio di una ditta genovese di lubrificanti. Ebbe un immediato successo finanziario che gli permise di accumulare il famoso primo milione. E con questo si mise in proprio davvero: comprò una miniera di lignite e una centrale elettrica e usò la prima per alimentare la seconda e produrre elettricità. Molto dopo, miniera e centrale saranno cedute all’Enel. In quegli anni di successo il giovane Angelo Moratti non era solo. Perché la sera del 23 ottobre 1927, un sabato, era capitato qualcosa di importante. Angelo Moratti era un buon ballerino, anzi aveva addirittura vinto una gara di ballo e si era guadagnato il soprannome di “Zamba”. Frequentava, quando aveva qualche momento libero, un locale di corso di Porta Ticinese a Milano, il Club Savona. In quello stesso locale andava anche Erminia Cremonesi, una telefonista della Stipel (poi diventata Sip e poi ancora Telecom Italia). Quella sera ballarono insieme. Lei ha ricordato così quell’incontro: «All’inizio quel tale Zamba non mi piaceva, si dava delle arie, era troppo sicuro di sé. Ma fui presto costretta a cambiare opinione sul suo conto: era un tipo un po’ bizzarro, imprevedibile, ma terribilmente simpatico. Continuammo a ballare insieme tutta la sera». Si sposarono a Milano il 12 gennaio 1933 e andarono a vivere a Civitavecchia, poi a Roma, a Genova e infine a Milano. E passarono insieme tutta la vita: ebbero cinque figli e ne adottarono un sesto.

Fame di energia
Nel dopoguerra la carriera di imprenditore di Angelo Moratti ebbe la svolta decisiva. L’Italia e l’Europa in ricostruzione avevano fame di energia, di petrolio. E il petrolio andava raffinato. L’idea di Moratti fu quella di costruire una raffineria proprio sulla rotta dei grandi tank che trasportavano greggio. «Perché la petroliera deva andare fino a Genova?» chiedeva Moratti ai suoi interlocutori: «Io raffino il petrolio qui in Sicilia, si risparmia tempo, i terreni costano poco, i fondali sono alti, c’è posto per tante petroliere». Aveva bisogno di un finanziatore per realizzare il suo progetto di raffineria ad Augusta in provincia di Siracusa. Scrive Brera: «Cerca capitali a Milano presso i grandi dell’industria. Gli crede il solo Giovanni Falck e basta il suo gran nome. Va subito nel Texas ad acquistare una vecchia raffineria e ne carica una piccola flotta di Liberty (navi costruite in Usa alla fine della seconda guerra mondiale ndr). Gli americani ridacchiano senza capire: la raffineria è superata e non promette nulla di buono». E invece produsse molte cose buone: era il 1948, anno di nascita della Rasiom (Raffinerie Siciliane Oli Minerali). I primi clienti furono gli americani della sesta flotta di stanza ad Augusta. Poi, nel 1951, il colpo di fortuna: il primo ministro iraniano, Mohammad Mossadeq, nazionalizzò l’industria petrolifera. Improvvisamente le sette sorelle avevano bisogno anche di raffinerie per sostituire quelle iraniane e la Rasiom di Moratti sembrava fatta apposta per loro. Infatti si fece avanti la Esso che firmò un contratto vantaggiosissimo: si impegnò a fornire l’80% del greggio che l’impianto era in grado di lavorare, ma in cambio pretese un’opzione sulla maggioranza del capitale della società. «Io pensavo che non l’avrebbero mai esercitata, credevo che per loro fosse solo una sorta di garanzia». Invece nel 1960 gli americani esercitarono quell’opzione, Moratti cedette la Rasiom per una cifra enorme, e non più in milioni, ma in miliardi.

L’Inter
A questo punto bisogna fare una digressione e un passo indietro: Moratti è diventato famoso non solo per aver creato un impero industriale, ma anche per essere stato dal 1955 al 1968 presidente dell’Inter. L’aneddotica racconta che a fargli sbocciare quella passione per il calcio e per la squadra nerazzurra sia stata la moglie che, quando vivevano a Roma, lo portò al Testaccio a vedere giocare proprio l’Inter. Di lì sarebbe nata la scintilla. Vero o falso che sia questo particolare, sta di fatto che Moratti entrò nella squadra milanese e portò nel calcio una concezione, uno stile di gestione mai visti in quell’ambiente: trattava l’Inter come fosse stata un’azienda qualsiasi, ne più ne meno. Nei primi cinque anni le cose non andarono molto bene: fu costretto a cambiare allenatore per 12 volte e ottenne come massimi risultati due terzi posti in campionato. Poi arrivò la stagione dei trionfi, della grande Inter: tre scudetti, due Coppe dei Campioni, due Coppe Intercontinentali. Moratti nelle vicende che riguardavano il calcio era diventato superstizioso: per andare alle partite indossava immancabilmente lo stesso abito perché lo aveva messo la prima volta una domenica che era stata eccezionalmente positiva per la sua Inter (quell’abito veste ora il manichino di Moratti posto al museo delle cere della stazione Centrale di Milano). Seguiva personalmente la squadra, quando non aveva impegni di lavoro e portava appunto i suoi metodi di gestione imprenditoriali, da capitano di industria. I giornalisti sportivi ricordano una domenica quando l’Inter subì una sconfitta pesante a opera dell’Atalanta. Finiti i 90 minuti di gioco, Moratti andò negli spogliatoi e si mise di fronte alla squadra. Helenio Herrera, il mitico allenatore, il mago, artefice di tanti successi dei nerazzurri, fece per sedersi accanto a lui. Ma Moratti lo mandò dalla parte opposta, assieme ai suoi giocatori che avevano fatto quella figuraccia in campo, a subirsi la ramanzina anche lui. Nel 1968 lasciò il calcio. Scrisse il giornalista Antonio Ghirelli: «Viene il momento in cui il grande giocatore di poker capisce che bisogna passare la mano».
La passione per l’Inter non distolse però mai Moratti dall’altra passione ancora più forte, l’imprenditoria. Ceduta la Rasiom agli americani della Esso, avrebbe potuto ritirarsi con tutti i miliardi incassati e vivere tranquillamente. Ma non era nel suo carattere, nella sua natura. E aveva appena 50 anni. E così si inventò un’altra avventura sempre nel settore petrolifero e sempre su un’isola, questa volta la Sardegna. «Pensai di cambiare settore» raccontò «e di indirizzarmi come molti altri industriali italiani in quello immobiliare. Ma ognuno nasce per fare bene un solo mestiere. Ritornai al petrolio». Nel 1962 nacque così la Saras, nel 1965 entrò in funzione la raffineria di Sarroch, una della più grandi del Mediterraneo, con una capacità di lavorare fino a 18 milioni di tonnellate all’anno. Oltre al petrolio, un’altra attività occupò in quegli anni Moratti, anche se marginalmente e per un periodo breve: l’editoria. Assieme alla famiglia Agnelli rilevò una quota del Corriere della Sera ceduta dai Crespi e fondò il quotidiano economico Il Globo . E aveva ancora altri progetti internazionali legati a una raffineria in Giamaica. Ma poi improvvisamente quel 12 agosto 1981, a soli 71 anni, Angelo Moratti mancò. Il suo lavoro da allora lo portano avanti i figli: Gianmarco è presidente della società, Massimo amministratore delegato.