Nicola Bardelle

Nicola Bardelle. Classe 1967, padovano, sposato con un figlio, è l’anima creativa di Jacob Cohën

Ha creato il primo jeans perché voleva avere un capo che fosse «attuale, comodo, ma allo stesso tempo luxury, esclusivo e adatto anche a momenti più formali». Così Nicola Bardelle, giovane imprenditore veneto, ha preso in mano le redini del marchio Jacob Cohën (creato 24 anni fa da suo padre) e oggi ne è “art director”. Un successo merito del fatto di aver sempre respirato come lui stesso spiega il sapore blue del denim. E merito soprattutto di suo padre, Tato, che negli anni ‘80 ha inventato brand del calibro di Americanino e Kinghino. Ancora oggi la mission di Bardelle è quella di trasformare il jeans in un capo di classe, che abbia la massima vestibilità e si adatti perfettamente al tempo libero così come alle moderne esigenze lavorative.

Jacob Cohën nasce in Veneto, a Pontelongo in provincia di Padova, un territorio estremamente fertile dal punto di vista imprenditoriale. Qual è il segreto che sta dietro l’intraprendenza di questo territorio?
La nostra è una regione ad altissima attività imprenditoriale. È un territorio dove l’“imprendere” ha radici storiche profonde e il lavoro ha una fortissima valenza sociale e culturale. Basti pensare ai commercianti veneziani che intrattenevano interscambi con l’intero mondo conosciuto. Per quanto riguarda specificatamente il settore moda-jeans, il tutto va fatto risalire agli anni del dopoguerra quando, alcune figure poi divenute mitiche nel mondo del denim, mutuarono ciò che avevano osservato negli usi e costumi delle truppe di liberazione americane.

Suo padre Tato negli anni ‘70 e ‘80 ha venduto milioni di jeans Americanino e Kinghino. Quanto di quella esperienza è confluito in Jacob Cohën?
Il presente di ognuno di noi trova le proprie radici nel nostro passato. Lei sa perché i Tuareg, il mitico popolo errante del deserto sono chiamati “uomini blu?” Tutto nasce nella notte dei tempi, quando presero a tingere i tessuti di cui si vestivano con una tintura blu, l’indaco appunto, estratto dai semi di una pianta. Indossavano queste tele a temperature molto elevate, e finivano per assorbire a livello epiteliale sfumature di blu; da qui il nome di uomini blu. Anch’io mi sento un uomo blu, perché tutta la mia giovinezza l’ho trascorsa nelle aziende di mio padre, nelle piattaforme produttive, dove ho respirato l’odore dell’indaco, del denim. Penso di avere l’anima blu.

Lei produce un jeans su misura, che non bada alle mode ma alla ricercatezza, alla cura per il dettaglio e alla vestibilità. Qual è il suo target di riferimento e come si è modificato in conseguenza della crisi economica?
Il jeans è il capo più longevo di tutta la storia dell’abbigliamento. È divenuto un “must have” di tutte le categorie sociali ed economiche del pianeta. È qui che nasce la mia idea di jeans sartoriale, ovvero di un capo che oltre alla comodità e alla facilità d’uso, possa anche garantire una certa disinvoltura, senza sacrificare l’esigenza di immagine che ognuno di noi ha nella quotidianità e negli impegni professionali. Quando ho ideato Jacob Cohën, pensavo innanzitutto a me, a quello che avrei chiesto a un paio di jeans, comodità, fit perfetto per ogni esigenza, ma anche esclusività. Il target è il professionista, l’uomo d’affari che ama sentirsi bene nel free time, coccolato e perfetto anche in un “casual style”, senza rinunciare alla qualità di ciò che indossa; e la giovane donna, che sa interpretare un paio di jeans nel modo più femminile e disinvolto possibile. Sono fortemente convinto che, anche in una situazione così complessa come l’attuale, ciò che paga sia la coerenza con ciò che si fa e si propone al mercato. In sostanza, il prezzo di un prodotto va determinato con quelli che sono i contenuti e i valori che comunica. Oggi più che mai il concetto “value for money” è attuale. Il mercato esige trasparenza e serietà, e certo anche innovazione, ricerca e propositività: questa la ricetta per vincere la crisi.

Segni distintivi di Jacob Cohën sono l’etichetta in cavallino, le cuciture fatte a mano, l’orlo a punto catenella e il tessuto denim giapponese Kurabo e Kyra. Che cosa significa eleganza per un capo denim?
Il concetto di eleganza nel corso degli anni ha assunto diverse connotazioni. Certo vi sono canoni che rimangono immutati nel tempo, quali la qualità dei materiali utilizzati, la perfezione del confezionamento di un capo e nel nostro caso anche la dotazione di accessori che lo completano. Per tornare al concetto di eleganza, sono convinto che esso sia da mettere in relazione anche alla capacità dell’utente finale di miscelare e coniugare i diversi stili e le tendenze, e soprattutto di saperle interpretare con equilibrio.

Come anticipava, lavorate molto sul fronte dei materiali per ottenere i migliori risultati in termini di vestibilità.
Un capo d’abbigliamento non deve essere solo bello, ma anche comodo. Tutte le stagioni, attraverso innumerevoli test e continue leggere e a volte impercettibili modifiche, cerco di affinarne sempre più la vestibilità. Il “jeans” è uno dei capi d’abbigliamento più difficili da evolvere in questa direzione, perchè ha delle regole tecnico/costruttive abbastanza rigide, difficili da cambiare. Un’altra difficoltà è quella posta dall’utilizzo di trattamenti, siano essi tinture o lavaggi, che operando su materiali organici utilizzo oltre 35 diverse tele denim, che cambio di stagione in stagione, oltre a 40/45 materiali alternativi come cotoni, lane, mescole di cotoni seta, cotoni lino e o canapa, cashmere, ecc. rendono molto difficile la standardizzazione. Stiamo lavorando su mescole particolari, in collaborazione con alcuni tra i maggiori e importanti produttori tessili del mondo, che troveranno utilizzo nelle prossime collezioni.

Quali sono le novità in termini di colori, materiali e tendenze delle nuove collezioni?
La prossima stagione sarà caratterizzata da una rigorosa ricerca di concretezza, di contenuti veri, reali e non da surrogati urlati. Colori naturali, ma resi fascinosi da trattamenti particolari, un elegante sobrio approccio a uno stile di vita che riscopre i valori della natura, dell’ecosostenibilità, del rispetto delle condizioni di vita degli uomini, un’eleganza fatta di equilibri morbidi, non di contrasti chiassosi.

La linea primavera estate 2010 è caratterizzata da uno stile fortemente vintage. Perché questa scelta?
Jacob Cohën, lo dico con una piccola punto d’orgoglio, ha traghettato il jeans nel presente, se non addirittura nel futuro. A questo punto mi è venuta voglia, parafrasando il titolo di un noto film degli anni ‘80, di “tornare al passato”. Ovvero di tornare alle origini del jeans, sperimentando nuovi e sempre più accattivanti lavaggi, trattamenti e look, che traggono l’ispirazione dalla storia del denim. Il nostro futuro è scritto nel nostro passato.

Lo scorso anno a Pitti Bimbo ha lanciato una collezione di capi per bambini in collaborazione con Altana. Quali sono i suoi obiettivi nel medio periodo?
Sono orgoglioso d’aver stretto questa “alleanza”, che sta generando enormi soddisfazioni. Senza dubbio il fatto d’aver progettato questa partnership con una delle aziende più importanti del settore kid è di per sé una garanzia. Abbiamo pianificato un comune obiettivo, non abbiamo pensato a questo progetto solo e unicamente in termini di brand extention, ma anche per il gusto di una nuova sfida: trasferire il mood, la filosofia del nostro marchio anche ai più piccoli. Ciò ha comportato molti studi, soprattutto in direzione di un adattamento delle strutture dei prodotti, che certo non possono essere pensati solo e unicamente con una riduzione in scala dei capi.

Dopo uomo, donna e bimbo punta al total look?
Già nel corso delle ultime stagioni abbiamo inserito capsule di prodotti diversi dal jeans, o meglio dal pantalone. Camicie di livello sartoriale sia uomo sia donna, così come maglieria e alcuni piccoli accessori, come le cinture. Certo il pantalone rimane per ora il nostro core business, anche perché sono fortemente convinto che ognuno deve fare ciò che sa meglio fare, e credo che con tanta fatica e molto impegno, siamo riusciti a consolidare una certa credibilità nel mondo dei “bottoms”.

Recentemente ha realizzato per Gilli una collezione esclusiva composta da 51 capi in denim, per la primavera estate 2010. Realizzerete altre operazioni di co-marketing?
Quella con Gilli è stata una collaborazione esclusivamente creativa. Ciò vale a dire che, apprezzando il loro mood, mi ha stimolato moltissimo l’idea di dare corpo a una creatività al di fuori dei canoni Jacob Cohën. È come per un cantante lirico, cimentarsi in un genere musicale diverso, per esempio il rock. Ora non posso dire se tale collaborazione avrà un seguito, anche perché ho talmente tante idee per sviluppare Jacob Cohën che il tempo che mi rimane non è moltissimo, oltre al fatto che essendo felicissimo papà di un bimbo di un anno e mezzo, Leonardo, devo dedicargli il tempo necessario.

Lei è un collezionista di occhiali e apprezza molto calzature e i profumi. Quali di queste categorie di prodotto entreranno nell’universo di Jacob Cohën?
È vero, posseggo oltre 250 occhiali diversi, collezionati nel corso degli anni, e nei moltissimi viaggi che ho fatto e continuo a fare per la mia ricerca. Creo ciò che mi piace, e gli occhiali mi piacciono molto, non solo perché ne sono un utilizzatore, ma perché sono un accessorio che contribuisce a completare l’immagine di una persona. Non le nascondo che sto valutando di iniziare a cimentarmi anche con la creatività in questo settore. Pure il mondo delle essenze mi affascina parecchio, tanto che già da stagioni aromatizzo i nostri prodotti e ciò potrebbe essere una buona base di partenza per dare vita a una linea di profumi Jacob Cohën. Per quanto riguarda calzature e accessori, sto valutando collaborazioni con i maggiori specialisti del settore: ognuno deve fare ciò che meglio sa fare!

Cosa significa essere imprenditore oggi?
Significa prendere decisioni, calibrare investimenti, non solo pensando all’azienda, ma anche al ruolo che una tale entità ha per le persone, per i collaboratori che l’azienda agglomera intorno al proprio business. Purtroppo negli ultimi decenni abbiamo avuto innumerevoli esempi di come le aziende “scrivessero” i propri codici imprenditoriali senza tener in buon conto tale delicato aspetto. Ciò ha portato a perdite di posti di lavoro e di conseguenza anche un disperdersi di sapienze artigianali, di professionalità, che nel nostro Paese hanno da sempre fatto la differenza. Questo è uno dei punti su cui anche la politica dovrebbe interrogarsi, ma soprattutto agire, proprio a tutela di questa immensa cultura, l’unica risposta alle economie cosiddette emergenti, che fanno del basso costo del lavoro e della produzione su vasta scala i loro punti di forza.

La Camera dei Deputati ha approvato il disegno di legge per l’etichettatura made in Italy per l’abbigliamento, l’arredo casa, la pelletteria e i prodotti calzaturieri realizzati prevalentemente in Italia. Il testo ora passa al Senato. Cosa ne pensa di questa decisione politica?
È un piccolo, ma doveroso passo che la politica doveva compiere. Certo è che oltre ai pronunciamenti, dovranno far seguito i fatti, il rispetto di quanto andremo a scrivere nei nuovi codici deontologici del nostro sistema produttivo. Per troppi anni si è predicato bene, ma razzolato molto male. Chi, come noi, si è ispirato e saldamente ancorato a tale modo di fare impresa, ha avuto e continua ad avere vita difficile. Ma non ci arrendiamo anzi, vogliamo con il nostro piccolo esempio esportare la nostra tenacia e l’X factor dell’italica gente.

Quali altri interventi politici ritiene necessari per supportare le Pmi italiane?
Oggi assistiamo al perdurare di una cultura politica che promuove gli interessi di alcuni, senza tenere conto che l’ossatura dell’economia italiana è retta da centinaia di piccole e medie imprese, che però rischiano di non avere voce e di non avere le risorse necessarie per traghettare nel terzo millennio le proprie attività. Alla politica chiedo di non dimenticare che l’Italia nel mondo è divenuta sinonimo di eccellenza non certo grazie alle automobili, ma alla moda e a settori che, come la moda, oggi sono totalmente ignorati.

Spesso la moda italiana è accusata di non essere in grado di fare sistema per proporsi oltre confine. In che modo può vincere la propria frammentazione?
Fare sistema significa stabilire regole, ma soprattutto rispettarle, mettere da parte gli antagonismi, le liti di corte, pensare in grande e non guardare solo il proprio giardinetto. Significa che quando una squadra italiana gioca in campo internazionale, si tifa comunque italiano. Vi sono ragioni storiche, nella nostra struttura “feudale” e nel fatto di essere diventati stato in tempi recenti, ma anche la politica ha una responsabilità pesante, la mancanza di visione del senso comune ci condanna inesorabilmente. Ma poi, me lo lasci dire, ci condanna anche la nostra innata bravura e creatività. Già, essere molto dotati spesso fa sì che l’impegno e la costanza non siano aspetti troppo curati. La nostra capacità di adattamento, parte del nostro Dna, fa in modo che si abbia sempre la certezza che ce la caveremo. E oggi non basta più.

LE PASSIONI DI NICOLA BARDELLE
Libro
Deluxe. Come i grandi marchi hanno spento il lusso di Dana Thomas
Musica
Colonne sonore in genere (soprattutto Morricone) e Mario Biondi
Vino
Krug Rosè
Squadra
La mia vera passione sono i motori. Ho avuto anche una piccola esperienza come pilota, gareggiando in categorie sport e turismo
Piatto
Il cappuccino di seppie, cucinato dallo chef del ristorante Le Calandre
Programma Tv
Attualità, ricostruzioni storiche e documentari naturalistici
Luogo
Londra, dove il meltin pot del genere umano ha trovato il giusto equilibrio
Hobby
Amo percorrere fuori pista con la motoslitta
Film
C’era una volta in America di Sergio Leone