© Moma

Il suo momento preferito era la notte: usciva a dipingere alla luce di una corona di candele fissate al suo cappello. E, secondo le testimonianze di amici, conoscenti e psichiatri che lo ebbero in cura, spesso arrivava a mangiare interi tubetti di colore e a bere trementina, alternandola all’assenzio.

Era eccentrico, ossessivo, maniacale. Anche i suoi comportamenti bizzarri, quando non apertamente devianti, hanno contribuito a far nascere un vero e proprio mito attorno alla figura di Vincent van Gogh: il pittore malato per antonomasia, in bilico perenne tra genialità e pazzia.

Psicosi epilettica, schizofrenia, disturbo bipolare, attacchi di panico, istinti autolesionistici . Diverse sono state le diagnosi mediche, anche postume, relative alle sue improvvise, e spesso violente, alterazioni della personalità. Sbalzi repentini e stati confusionali che traspaiono dai tratti incisivi dei suoi bozzetti e, soprattutto, dalle pennellate nevrotiche e frammentate delle sue tele, ancora oggi molto ambite dai più prestigiosi musei internazionali e dai più ricchi collezionisti e mercanti d’arte.

Per darvi un’idea più precisa, ecco qualche cifra: proprio lo scorso autunno, da Sotheby’s a New York, un imprenditore asiatico si è aggiudicato una rara Natura morta , vaso con margherite e papaveri realizzata dal pittore olandese nel 1890 – una settimana prima di morire – stimata 40 milioni di dollari e venduta per 61,8 milioni.

La sua opera record resta, però, il Ritratto del dottor Gachet , battuto sempre nella Grande Mela, da Christie’s, a 82 milioni di dollari (costo attualizzato di 146,5 milioni di dollari circa); seguono poi Ritratto di Joseph Roulin (110 milioni) e Iris (108,1 milioni).

«Il parafulmine della mia malattia»: così Van Gogh definisce la pittura che, insieme alla scrittura – e prova ne è il fitto e intenso carteggio che intrattiene per anni con l’amato fratello minore Theo – costituisce per lui un importante sfogo emotivo, nonché massima espressione, della sofferenza umana che percepisce dentro di sé e al di fuori, attratto soprattutto dalla realtà degli “ultimi”, i diseredati della società a cui lui si è sempre sentito molto vicino.

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I COMPORTAMENTI BIZZARRI

HANNO CONTRIBUITO A FAR NASCERE

UN MITO INTORNO ALLA SUA FIGURA

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Quest’anno ricorre il 125esimo anniversario della sua morte. La Fondazione creata in sua memoria, che riunisce 30 enti e istituzioni presenti in particolare nell’Europa del Nord, ha messo a punto un fitto calendario di eventi e manifestazioni a lui dedicate, finalizzate a preservare e a promuovere la ricca eredità culturale di questo personaggio talentuoso e controverso, ma dotato anche di grande umanità, come dimostra la sua biografia.

Nato il 30 marzo 1853 nel piccolo villaggio di Zundert, nella regione olandese del Brabante, Vincent è figlio di un pastore protestante. Il temperamento inquieto si nota già da ragazzo: non porta a termine gli studi presso un istituto tecnico, ma, appena sedicenne, parte per L’Aja e comincia a lavorare come commesso per una casa d’arte.

Sembra l’inizio di una promettente carriera nel settore, sempre in viaggio tra l’Olanda, Londra e Parigi, ma una delusione sentimentale e la crisi depressiva che ne consegue gli fanno abbandonare questo percorso. Nella capitale francese, mentre trascura sempre di più il lavoro, passa molto tempo tra gallerie e mostre, e legge avidamente le pagine della Bibbia.

 

Tornato in Inghilterra, diviene istitutore e predicatore per scuole dei sobborghi operai e presso un reverendo metodista.

Il suo stato di salute, fisico e mentale, è molto precario: spossatezza e tensione emotiva lo convincono a tornare dapprima nel suo Paese d’origine, e poi ad andare in Belgio, dove svolge opera da evangelista presso i minatori del Borinage e di Mons. Prova a frequentare lezioni di teologia, ma rinuncia anche a questi corsi; nel frattempo, tuttavia, si riavvicina all’arte, studiando a Bruxelles anatomia e disegno prospettico.

Vive una serie di amori infelici, tra cui quello per Sien, prostituta con due figli a carico, di cui si prende cura per un periodo. Quasi alle soglie dei 30 anni, Vincent capisce che la sua missione è però quella di diventare artista.

Le sue prime opere significative parlano di povertà e di emarginazione nelle campagne olandesi (dove si trasferisce nuovamente): I mangiatori di patate , olio su tela del 1885, è realizzato con colori sporchi, terrosi, cupi.

La sua tavolozza inizia a illuminarsi di tinte più chiare e vivaci dapprima quando si reca a Parigi, invitato dal fratello Theo, dove entra in contatto con la pittura impressionista “en plein air”, suggestiva e delicata; poi, interessato a sperimentare differenti giochi di luce, si trasferisce nel Sud della Francia.

Nel 1888, ad Arles, prende in affitto la “Casa Gialla” – soggetto di uno dei suoi più celebri quadri – e dipinge assiduamente, ispirato dalla natura assolata e rigogliosa della Provenza. È il periodo delle tele dai tocchi spessi e vigorosi, dei blu pastosi e dei gialli abbacinanti; i noti Girasoli, in particolare, sprigionano energia e vitalità.

Per un periodo il pittore condivide anche l’abitazione con Paul Gauguin, ma il loro rapporto è burrascoso a tal punto che, dopo una lite furibonda, Vincent cerca di colpire con un rasoio l’amico e collega; poi, come per infliggersi una punizione, si taglia un pezzo di orecchio sinistro.

L’episodio turba molto l’artista olandese; ormai allontanato da tutti, cerca rifugio in una casa di cura a Saint-Rémyde-Provence. Dall’osservazione del paesaggio notturno, in un momento di profondo sconforto e tormento, nasce uno dei suoi capolavori più amati, la Notte stellata , che colpisce ancora oggi per le notevoli vibrazioni cromatiche e i movimenti vorticosi dei corpi celesti, in contrasto con la placida quiete della cittadina ancora avvolta dal sonno

. Sperando negli effetti salutari di un cambiamento, parte di nuovo alla volta di Auvers-sur-Oise, assistito dal dottor Gachet con cui, tuttavia, ha fortissimi e continui contrasti. La disperazione di Van Gogh culmina nell’estate del 1890, quando si spara una revolverata (seppure in circostanze ancora non chiare). Pochi giorni prima ha dipinto Campo di grano con volo di corvi , da cui emerge tutta la sua confusione mentale, il senso di estrema solitudine, l’ossessione dei suoi pensieri, la perdita di ogni riferimento.

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FU A 30 ANNI CHE SCOPRI'

LA SUA MISSIONE:

DIVENTARE UN PITTORE

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Muore il 29 luglio, a 37 anni; ad assisterlo al suo capezzale c’è solo il devoto fratello Theo, che gli sopravvivrà per sei mesi.

«I suoi dipinti erano dei fuochi greci, delle bombe atomiche», ha commentato il regista francese Antonin Artaud che proprio al pittore olandese, e alla sua “fenomenologia del dolore”, ha dedicato uno dei suoi ultimi libri, Il suicidato della società (1947). Altro che folle visionario: al contrario dell’opinione corrente, secondo il commediografo parigino si trattava di una di quelle «menti superiori le cui facoltà di divinazione infastidivano ».

Un uomo certamente alienato, e come tale costantemente respinto dalla collettività, anch’essa responsabile, per Artaud, del suo gesto tragico ed estremo: «Non ha voluto ascoltarlo, e gli ha impedito di pronunciare delle insostenibili verità».