Il volontario di Auschwitz , di Witold Pilecki (Piemme)

Si stima che circa 6 milioni di persone persero la vita nei campi di concentramento nazisti tra il 1939 e il 1945. Una cifra impressionante, difficile anche solo da immaginare. Eppure, leggendo i racconti dei sopravvissuti, credo che a molti di noi risulti altrettanto difficile riuscire a credere che qualcuno abbia potuto sopportare tanto per mesi, a volte addirittura anni, e uscirne vivo. Quanto accaduto va talmente oltre la nostra capacità di immaginazione – figurarsi quella di comprensione – che le testimonianze in proposito non saranno mai abbastanza: non importa quante volte leggeremo di tali barbarie, ogni volta l’incredulità e l’orrore non potranno fare a meno di sommergerci.
Alla luce di tutto ciò – benché allora la consapevolezza di quanto stesse accadendo all’interno dei lager fosse ben lontana dalla realtà – appare ancora più incredibile la storia del capitano polacco Witold Pilecki, disposto a farsi arrestare volontariamente nel corso di una retata per farsi imprigionare ad Auschwitz, raccogliere informazioni sulla struttura del campo e organizzare una rivolta. Allora il lager era ancora in fase di costruzione, i prigionieri che non venivano “liquidati” immediatamente, erano costretti a turni di lavoro estenuanti, soggetti a punizioni crudeli, decimati dalle malattie. Pilecki subì come tutti il freddo e la fame, le crudeltà inaudite cui venivano sottoposti tutti gli internati, ma senza perdere mai la dignità, la volontà di lottare e sopravvivere. Lavorò per tessere una rete clandestina, “arruolando” compatrioti e organizzandoli in cellule indipendenti e sconosciute le une alle altre. Per tre anni attese invano, in quell’inferno, il momento di dare il via alla rivolta, finché nel 1943 decise di non poter fare più nulla nel lager. Così, con l’aiuto dei suoi amici, riuscì a scappare per poi continuare a lavorare per la resistenza. Un impegno che lo porterà alla morte nel 1948. Ma non prima di aver narrato in un rapporto – con rara immediatezza e una voce particolarmente personale – tutto quanto visto e vissuto nei lunghi mesi di prigionia. Un rapporto che oggi possiamo leggere per non dimenticare.

Da Il volontario di Auschwitz, di Witold Pilecki (Piemme)
«Fu allora che sentii correre un solo pensiero tra quei polacchi in piedi fianco a fianco, sentii che finalmente eravamo tutti uniti dalla stessa rabbia, un desiderio di vendetta, sentii che ero in un ambiente ideale per iniziare il mio lavoro lì e scoprii dentro di me una parvenza di felicità…
Un attimo dopo temetti di aver perso la ragione. Provare felicità in quel luogo, per qualunque motivo, era assurdo… anormale!
Mi guardai dentro attentamente e a quel punto ebbi la piena certezza della mia felicità, soprattutto perché avevo voglia di mettermi al lavoro e dunque non ero crollato.
Fu un momento di svolta dal punto di vista psicologico.
In medicina si direbbe che la crisi era superata.
Tuttavia, per il momento, avevo bisogno di tutte le mie energie per rimanere in vita».

L'AUTORE
Witold Pilecki, nato in Polonia nel 1901, di origini nobili, arruolato nell’Armata Polacca, dopo l’occupazione tedesca e la capitolazione di Varsavia, si unì alla resistenza antinazista. Nel 1940 si fece arrestare per poter entrare ad Auschwitz e organizzare una rete di resistenza e inviare rapporti sulla situazione nel campo, da cui fuggì tre anni dopo. Nell’autunno 1945, per conto del governo polacco in esilio a Londra, fu spedito nuovamente in missione nella Polonia occupata dalle truppe sovietiche. Finito in un campo di lavoro sovietico come prigioniero politico, fu scoperto, processato e giustiziato nel maggio del 1948. Fino al 1989 le informazioni riguardanti la sua attività furono censurate.