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Sapori di epoche lontane, salotti borghesi e abiti regali: a volte un tessuto è capace di evocare tutto questo, e anche di più. Il velluto affonda le proprie radici in Oriente, più precisamente nella zona compresa tra l’Asia centrale, l’Iran e l’Iraq e la sua storia parte nel XIII secolo. Solo in quello successivo, tra le popolazioni italiane, iniziò a serpeggiare il suo nome, inizialmente con la denominazione “sciamiti”. Sembra che i primi velluti europei siano stati lavorati, a imitazione di quelli orientali, a Palermo e a Venezia: ciò è dovuto, rispettivamente, al fatto che mentre la prima città era legata all’importazione araba, la seconda era in continuo contatto con l’Oriente. Con l’insurrezione dei Vespri, molti tessitori andarono a ripararsi nelle repubbliche di Amalfi e Lucca, facendo proliferare non solo la produzione, ma anche l’interesse verso questo tessuto. Tanto che, poco dopo, sbarcò anche a Siena, Pisa, Genova e Firenze da cui, nei primi decenni del Quattrocento, veniva esportato in diversi Paesi d’Europa.

Durante il XIV secolo, e anche nel XV, il velluto che andava per la maggiore era quello decorato a inferriate gotiche, le cosiddette ferronneries. Il disegno, qui, rivelava il fondo di raso, o viceversa presentava il fondo di tela e l’ornato in velluto. Genova, nel frattempo, era diventata la casa dei velluti cesellati le cui decorazioni erano animate da alberi, uccelli e altri animali sul modello orientale. Non solo: spesso e volentieri, nei capi risalenti a quell’epoca, compaiono anche fiori stilizzati e disegni architettonici, oltre al melograno e al cardo. È nel Rinascimento, tuttavia, che questo tessuto, già estremamente decorativo, inizia il suo viaggio verso l’opulenza grazie alla ricchezza di broccati d’oro e d’argento.

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La scelta di un capo di velluto deve essere oculata.

Soprattutto, se non ci si sente pronti a indossarlo,

meglio optare per uno che sappia unire originalità

e taglio classico

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La storia dell’arte insegna quanto il velluto sia stato apprezzato dalla classe nobile dell’epoca. A testimonianza di ciò numerosi dipinti e opere, come gli affreschi del Ghirlandaio o quelli del Palazzo di Schifanoia a Ferrara. Ritratti raffiguranti dame e cavalieri della Corte sforzesca dimostrano quanto fosse ampio l’utilizzo del velluto e, grazie ai dipinti al limite della fotografia di artisti del calibro di Antonello da Messina e del Bronzino, è possibile risalire alla raffinatezza delle decorazione.
In Europa, al di fuori dell’Italia, fu la Francia a farla da padrone nonostante fossero sempre operai italiani a fabbricare il tessuto. Il regno di Luigi XIV e di Luigi XV poterono godere dell’importante contributo che il Revel, artista discepolo del pittore Lebrun, diede alla produzione: a lui spettò l’incarico di dirigere la decorazione delle stoffe a Lione, dove ricorse nella maggior parte dei casi a disegni floreali e sfarzosi. Il velluto, in questo caso, era caratterizzato da una grande ricchezza di colori, oltre all’uso dell’oro e dell’argento. Nonostante la Francia abbia avuto un importante ruolo nella storia di questo ordito, si può dire che fino al XVIII secolo fu l’Italia a rifornire tutta l’Europa per quanto concerne gli abiti, ma anche per le tappezzerie, le bardature per i cavalli e per le coperture del mobilio. A partire dal XIX, tuttavia, la produzione nella Penisola subì un declino fino a quando, in seguito alla ripresa in Liguria, nel 1866 il duca Visconti di Modrone fondò la prima fabbrica di velluto a coste.

DALLE SFILATE
Da qualche anno, ma soprattutto da questa stagione invernale, il velluto è tornato a farla da padrone sulle passerelle e per le strade. Sembra quasi che le grandi città siano popolate da uomini d’altri tempi, ancorati al gusto di epoche lontane talvolta estroso, talvolta misurato da un’innata eleganza contemporanea. La stessa contrapposizione ha popolato le sfilate, in cui la tendenza si presenta palpabile e chiara. Berluti propone un look figlio di chiari riferimenti all’Ottocento, in cui la giacca, monopetto e dalla linea semplice, presenta la caratteristica di una coda di rondine. Qui il velluto è nero, buio e profondo come una notte del passato, senza luci. Dolce & Gabbana, invece, rende contemporanea la giacca in velluto arricchendola con applicazioni brillanti. Il capo, se si pensa alle serate di feste natalizie che occuperanno le giornate dell’ultimo mese dell’anno, ben si presta a essere indossato. I bagliori degli strass, come fuoci d’artificio, animano il morbido velluto che, questa volta, è presentato nell’insolito tono del verde scuro, ancora più in accordo con il Natale e le festività: solo con l’avvento della Coca Cola, infatti, Babbo Natale ha iniziato a essere rappresentato vestito di rosso mentre prima il suo colore identificativo era il verde. Ma la proposta che canta decisamente fuori dal coro è quella di Ermenegildo Zegna, griffe che ha fatto del velluto il tema portante della propria collezione. Qui, il tessuto è declinato in una versione al limite tra il burgundy e il bordeaux, tono caldo e avvolgente che ben si sposa con questo tessuto che non dà vita solo alla giacca, questa volta, ma a tutto il completo creando un total look per i più estroversi. Etro, etichetta da sempre legata a doppio filo con questo tessuto, ha fatto sfilare in passerella capi che, con la dovuta disinvoltura, possono essere indossati tutti i giorni, passando dall’ufficio a una serata festosa. Il velluto, anche qui, è protagonista di tutto il completo ma, questa volta, si arricchisce di un ulteriore dettaglio: decori raffiguranti fiori stilizzati, per una lettura inconsueta di uno dei materiali più invernali che ci siano. Certamente il velluto è un tessuto che non è fatto per i deboli di cuore o per i manchevoli in termini di carattere, ma, se opportunamente indossato, può essere la chiave per fare la differenza.

Vestire il velluto 

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PER UNO STILE MAI BANALE
Ecco perché, per inserire un capo in velluto nel proprio guardaroba, occorre fare una scelta oculata e pensata. Soprattutto se non ci si sente pronti a indossarlo, è meglio optare per un capo che sappia coniugare il classico all’estroso senza essere banale. Interessante e adattabile alla vita quotidiana la proposta di Givenchy: un gilet imbottito e rivestito in parte in velluto nero, che riunisce eleganza e funzionalità. Gucci, di contro, presenta la caratteristica giacca Dylan interpretata in un colore inconsueto: il viola. Tonalità che non è certo per i timidi, tanto che simbolicamente evoca i fasti delle vesti nobili e cardinalizie e la loro ricchezza. La giacca è arricchita da una fodera che presenta una stampa a tema equestre, il velluto, di cotone, è a coste mentre i revers sono a dente. È di Hugo Boss l’abito slim fit in misto cotone: il velluto, qui, è protagonista di un completo classico e passe-partout che può essere indossato con facilità. Anche Saint Laurent, sotto il segno creativo di Hedi Slimane, punta su un capospalla dall’aspetto classico. La giacca da uomo è in velluto nero e presenta revers a specchio, tasche con patta, un taschino profilato e uno spacco sul retro. Bottega Veneta sceglie di utilizzare il velluto per i capispalla. Qui, la giacca è a doppiopetto e presenta due tasche a filetto su ambo i fianchi. Gli ampi revers avvolgono il collo in un caldo abbraccio e rendono il capo più simile a un cappotto che a una giacca. Il velluto è di un colore simile al fumo di Londra, tinta che evoca sentimenti nostalgici e porta nel cuore una soffice malinconia. Infine è Canali, in questa pioggia di capispalla, a cantare fuori dal coro proponendo un paio di pantaloni in velluto blu notte che, se abbinati a una giacca sartoriale in tweed nei toni del grigio e, perché no, un maglione dolcevita dello stesso punto di blu, risulta essere un’elegante scelta di stile per il tempo libero.

Mille (tessuti) in uno
Il suo nome deriva dal latino vellus, che trova nella sua traduzione il significato di vello, mantello o copertura di pelo fitto. Il velluto, come molti tessuti, può essere di diverse tipologie. Sul dritto può essere a pelo fitto e rasato, cosiddetto velluto unito, o formato da una serie di piccoli anelli di filo che escono dalla trama, detto velluto riccio. Può essere lavorato in diversi modi, diventando un velluto a coste, un microvelluto, un velluto elasticizzato, un velluto cesellato, una ciniglia, un millerighe, un velour, un velveton, un dévoré, un froissé e un velluto jacquard. Tra questi, il più particolare è il dévoré, ossia il velluto operato su fondo trasparente, in cui la tecnica prevede l’eliminazione chimica di una delle fibre usate nella tessitura secondo un disegno preciso. Il jacquard, invece, è caratterizzato da un disegno intessuto nella trama. Il velveton è il più comune fustagno, utilizzato soprattutto per l’abbigliamento sportivo e, a volte, per le divise degli operai: a testimonianza del fatto che, nonostante le nobili origini, questo tessuto sia arrivato a vestire anche le popolazioni meno abbienti.