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Il settore orologiero di alta gamma con­tinua con successo a sfruttare nell’am­bito della comunicazione di prodotto l’immagine del maestro artigiano, chino sul banco di lavoro con indosso il mo­nocolo e intento a decorare un movimento che la narrativa del marketing ci fa imma­ginare fatto a mano. Ecco, bastano al­cuni numeri del tutto indicativi a sfa­tare questo stereotipo un po’ abusa­to. Rolex produce all’incirca 800 mila pezzi all’anno. Omega e Tag Heuer poco meno. Breitling è sopra i 500 mila pezzi. Insomma, sono ci­fre industriali, non proprio da “ama­nuensi”. Sul gradino dell’altissimo di gamma, in quanto a prezzi e percezione degli appassionati, i numeri cambiano di molto, ma le logiche pro­duttive sono pressoché identiche. Patek Philippe è sui 40 mila orologi mecca­nici prodotti annualmente (senza quin­di prendere in considerazione quelli al quarzo della linea femminile). Aude­mars Piguet è sui 20 mila pezzi, Vache­ron Constantin sui 10 mila. E così via dicendo.

Allora la comunicazione è menzogne­ra? No, semplicemente semplifica, per­ché la produzione artigianale del fat­to ancora a mano – intesa soprattutto per le finiture e le decorazioni – esiste, ma è riservata alla nicchia più esclusi­va di segnatempo dedicati ad acquiren­ti molto facoltosi. Adesso, d’altro can­to, è opportuno sottolineare il fatto che l’attuale produzione industriale, che vada da qualche migliaio di pezzi fino agli 800 mila di Rolex, non deve desta­re nessuna connotazione negativa, per­ché rappresenta un’eccellenza che per­segue una costante crescita qualitativa e lavora sempre nell’ordine della pre­cisione in micron. E qui introduciamo lo spartiacque dell’odierna orologe­ria meccanica di alta gamma. Da una parte abbiamo i movimenti prodotti da poche grandi realtà e che poi vengo­no incassati nella stragrande maggio­ranza dei pezzi di pregio. Sono nomi famosi, come i calibri dell’azienda Eta (Gruppo Swatch): su tutti il cronogra­fo Valjoux 7750, l’automatico 2892 e il manuale Unitas 6497, che hanno fatto e continuano a fare la storia del settore. Vanno inoltre nominati anche l’azien­da svizzera Sellita e il calibro giappo­nese Miyota 8215, progettato da Citi­zen. Dall’altra parte, invece, abbiamo i movimenti di manifattura.

FILIERA CORTA
Realizzare un movimento “in hou­se” – che viene per l’appunto defi­nito di manifattura – è oggi considera­to un notevole valore aggiunto, perché affranca dal produttore conto terzista e solitamente è utilizzato in esclusiva per il proprio marchio – su tutti abbiamo l’esempio dei calibri Rolex e del recen­te Coassiale di Omega – o per quelli del gruppo di appartenenza, come può capitare per i tanti brand delle “galas­sie” Swatch e Richemont.
 Perché allora tutte le case non produ­cono i movimenti al loro interno? Il di­scorso è complesso e spesso riguarda la differente visione strategica. Richard Mille, per esempio, con una sinergia riuscitissima, preferisce montare calibri realizzati all’esterno (ma in esclusiva per lui) da Parmigiani Fleurier e da A.P. Renaud & Papi. Possiamo però sem­plificare il discorso dicendo che mol­ti non lo fanno perché ideare, proget­tare e realizzare un movimento del tut­to nuovo costa diversi milioni di euro. E detto ciò, si nobilita ancor più il pro­cesso industriale di Rolex (and com­pany), visto che per i suoi movimenti (e non solo) ha investito centinaia di milioni di euro per una filiera esaustiva, che arriva ad avere persino una propria fonderia per la produzione delle casse. E ancora andiamo ad apprezzare ulte­riormente la produzione manifatturiera di tutti i marchi indipendenti, che van­no da piccole realtà quasi artigianali fino a Patek Philippe e, ancora, a Rolex. E non si parla di produzioni dai prezzi sempre alle stelle, perché la No­mos di Glashütte propone ottimi calibri realizzati “in house” a partire da mille euro o poco più.

PICCOLI GIOIELLI
  Iniziamo dai marchi indipendenti, con cinque “colossi” e un’azienda, picco­la e storica (la sua fondazione risale al 1904), che ha le idee chiare, sintetiz­zate dal suo fortunato slogan pubblicitario, che recita: «Real watches for real people ». Si tratta di Oris, che quest’an­no ha presentato il Big Crown Pro Pilot Calibre 111, con un movimento manua­le che conta su una riserva di carica di dieci giorni (il relativo indicatore non li­neare lo trovate a ore 3). Il maestro oro­logiaio François-Paul Journe, a capo del­la omonima manifattura da lui fondata nel 1985 nel cuore di Ginevra, per gli appassionati di orologeria meccanica di alta gamma è una vera e propria rock­star. E lo è anche per l’intero settore, fat­to testimoniato dagli innumerevoli pre­mi conquistati per i suoi segnatempo (tutti di manifattura nel senso più clas­sico del termine, come il Chronomètre Bleu), comprese diverse “Aiuguil­le d’Or” vinete ai Grand Prix d’Horologerie de Genève (gli Oscar dell’orologe­ria). Non meno importante a livello di innovazione è Ulysse Nardin, ed è suffi­ciente osservare il fantascientifico Freak­lab – con ore e minuti che sono mostrati dalla rotazione dell’intero movimento – per rendersene conto. Invece su un sol­co più tradizionale – ma sempre di ec­cellenza assoluta – è il percorso intrapreso da Parmigiani Fleurier – che con­ta sulla enorme solidità economica del­la Fondazione Sandoz, proprietaria del marchio fondato da Michel Parmigiani – che con il Tonda 1950 Squelette dà una sua straordinaria interpretazione della scheletratura in chiave moderna. Mentre i prossimi due marchi – per l’imperitu­ro successo che riscuotono la gran parte dei loro modelli – sono quelli che trac­ciano la via del settore nell’alto e nell’al­tissimo di gamma e, ovviamente, parlia­mo di Rolex – in foto il nuovo Day-Date con cassa da 40 mm e movimento ri­definito a livello cronometrico e para­magnetico – e Patek Philippe, qui con il Cronografo Sdoppiante Ref. 5370, fan­tasmagorico pronipote del primo crono-sdoppiante della casa, presentato nel lontano 1920.

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È giusto dare una occhiata anche a un paio di brand ai quali piace vincere fa­cile, nel senso che entrambi possono av­valersi delle sinergie e delle enormi po­tenzialità del gruppo di appartenenza, Richemont. E va detto che non spreca­no l’occasione. Difatti le rispettive produzioni della sassone A. Lange & Söhne – su tutti il Saxonia Dual Time con pon­te del bilanciere inciso a mano – e della ginevrina Roger Dubuis sono totalmente di manifattura. E il marchio svizzero su ogni suo modello prodotto – unico caso al mondo – può fregiarsi del prestigioso “Poinçon de Genève”, il top del savoir-faire estetico-meccanico. Perciò merita un’attenzione particolare l’Hommage Millésime, un orologio da tasca prodotto in un unico esemplare per festeggiare i 20 anni della Roger Du­buis, dal prezzo di quasi un milione di euro, che tanto dice sul valore dell’og­getto in questione. La particolarità sta nel movimento – il calibro RD181 – che parte da un ébauche della fine del XIX secolo che lo stesso Roger Dubuis ha scovato da un antiquario, e che inizial­mente comprendeva una ripetizione mi­nuti, un calendario perpetuo e un cro­nografo. E dopo 1.950 ore di lavoro, fra cui 700 ore dedicate al solo restauro del calibro, adesso si presenta, sempre sot­to l’egida del “Poinçon de Genève”, con modifiche sostanziali, come i due con­tatori retrogradi, evocando così i primi modelli con calendario perpetuo svilup­pati e prodotti dalla manifattura ginevri­na, per un orologio che fa già parte del­l’immaginario collettivo.