Famoso anche per il suo ruolo di giudice a MasterChef , Barbieri è tornato in cucina nella sua Bologna per aprire il ristorante Fourghetti

Definisce la sua cucina «più di pancia che di cervello, fatta di esplosioni di odori, colori, forme e gusti», in cui la fantasia e la creatività tipicamente italiane trovano il loro spazio. Ma per quanto riguarda il vestire, non ha dubbi: è frutto di un ragionamento attento e meticoloso. Per essere davvero impeccabili, poi, basta dare un’occhiata ai moderni uomini d’affari della City, con qualche ironico vezzo che richiama i primi gentleman di metà Ottocento. E lui ne sa qualcosa, dato che ha passato diverso tempo a Londra, così come del resto ha viaggiato in lungo e in largo per il mondo, dal Brasile al Libano. Stiamo parlando dello chef Bruno Barbieri, che, nel corso della sua carriera, ha collezionato ben sette stelle Michelin, eguagliando il grande Gualtiero Marchesi. Dopo il notevole successo mediatico ottenuto come giudice di varie edizioni di MasterChef Italia e di Junior MasterChef , in estate ha lanciato un nuovo progetto dedicato alla tradizione gastronomica di qualità, aprendo il ristorante Fourghetti a Bologna. È vero, Barbieri si ritiene «uno molto libero dagli schemi: metto i mocassini a piedi nudi anche in inverno». Ma non lasciatevi fuorviare: come emerge, infatti, da questa intervista rilasciata a Business People , in realtà lo chef pluristellato di Medicina (Bo) è un appassionato nonché fine conoscitore di moda, soprattutto quella di stampo British. E nel suo modo di vestirsi c’è ben poco spazio per certi “mappazzoni”, per mutuare uno dei suoi fortunati tormentoni linguistici.

In che cosa consiste lo stile per lei?
Nel vivere la vita in libertà, raccontando agli altri chi sei attraverso il lavoro, attraverso i tuoi pensieri, le tue idee e anche per mezzo dell’abbigliamento. Per avere stile ci vuole coraggio, via il calzino. Da non indossare neanche in una serata di gala.

Che rapporto ha con le tendenze?
Nessuno in particolare. Talvolta mi piacerebbe essere un trend setter… Scherzi a parte, le tendenze sono dettate dai creativi, dagli stilisti, da persone che studiano che cosa succede domani. Ma molte volte anche un personaggio può lanciare un trend.

Sobrietà o provocazione?
Meglio la prima, ma un guizzo della seconda non fa mai male; chiaramente dipende anche dallo stile di vita che una persona conduce. Una cosa è volere essere ammirati per il proprio look e un’altra è eccedere e finire per essere ridicoli.

Tre concetti che associa al concetto di eleganza?
Personalità, stile e sobrietà. Penso che la sartoria maschile inglese abbia stabilito i canoni dell’abbigliamento per l’uomo elegante. Credo che il British style rappresenti il vero grande punto di riferimento per l’eleganza in tutto il mondo, spesso presente persino nelle più moderne e stravaganti linee casual.

È innata o si acquisisce?
Innata. E poi quello che conta è saper personalizzare, arricchire con stile. Per esempio un accessorio, un polsino che esce dalla giacca senza il gemello o la cravatta allentata sullo smoking, un guanto nel taschino del cappotto al posto della pochette: sono elementi che determinano la classe di un individuo.

Dal suo punto di vista “privilegiato”, che cos’è che fa l’eleganza di un piatto?
Dentro il piatto ci deve essere il tuo Io. Una ricetta racconta chi sei, il tuo stile. Deve essere capace di abbinare i colori, le forme, i tagli.

Tornando, invece, alla moda maschile, un capo che non può mancare nel suo guardaroba?
Una giacca sfoderata di lino e seta bianca, di taglio sartoriale, con revers larghissimi e una camicia taglio texano in jeans vissuto.

L’accessorio per lei fa la differenza?
Sicuramente l’accessorio, di per sé, contraddistingue e arricchisce il proprio look. Per esempio, trovo indispensabile un’ampia borsa dal taglio maschile (i giapponesi insegnano) per poter metterci dentro tutto quello che ti serve durante la giornata.

La scarpa che non toglierebbe mai?
Per l’autunno e l’inverno, tutta la collezione di Church’s Shanghai, Allen Edmons. Nei mesi più caldi, invece, il mocassino in pelle morbidissima anche lavato o customizzato, quelli che si usavano a Saint Tropez negli anni '60/'70.

I suoi colori preferiti?
Il blu nelle sue varie sfumature, tutte le tonalità “bruciate”, i toni del cioccolato, il color sabbia del deserto e, naturalmente, il bianco e il nero.

I materiali o tessuti prediletti?
Il Seersucker, il jersey, il cotone e il lino.

Il capo/accessorio che le piace indossato da altri ma che non riesce a portare?
Amo moltissimo il trench, che però è anche un capo che non mi appartiene. Lo vedo adatto a un uomo alto e magro, non su di me.

Il capo e/o l’accessorio più originali che abbia mai indossato?
Per una serata di gala ho indossato uno smoking creato da Gabriele Pasini, che aveva subìto un processo di customizzazzione attraverso vari lavaggi con le pietre. Risultato finale: sembrava un pezzo uscito dal set di un vecchio film: morbido, destrutturato, con un’aria vintage straordinaria.

 

L’epoca storica che considera più interessante dal punto vista dello stile?
Per contaminazione e stravaganza gli anni '60/'70, ma anche tutta quella parte da “dandy inglese” anni '40/'50.

Un capo del passato che vorrebbe indossare oggi?
Tutti gli abiti di scena indossati da Gary Cooper, Cary Grant, Charles Boyer, Robert Donat, che erano vestiti dai grandi sarti inglesi di Savile Row.

Il tipo di profumo o la nota olfattiva che preferisce?
Maai Bogue, O/E Bogue, Boadicea the Victorious Intense, Nero di Bruno Acampora, 03.Apr.1968 Rundholz Perfumes, Dominique Ropion Geranium Edition de Parfums Frederic Malle.

Un’opera culturale che considera emblema di eleganza, e perché?
Eleganza inglese. I grandi sarti di Savile Row tra i libri: racconta uno stile che mi appartiene. Il film L’importanza di essere Ernesto , tratto dall’opera teatrale di Oscar Wilde, perché rappresenta l’eleganza impeccabile di un’epoca. I capolavori dei grandi pittori impressionisti, uno su tutti Manet. La musica di David Bowie per timbro di voce ed eleganza trasgressiva del personaggio.

Un’abitudine o un rito a cui è affezionato, legato ad abiti e scarpe?
Intanto mettere tutte le scarpe in forma, custodirle sempre avvolte in panni morbidi e non indossare mai le stesse per più di due giorni. Lucidare i pellami e rimandare le calzature a risuolare alla casa madre dove hanno preso vita. E poi avere un grande specchio nella zona guardaroba, mettere essenze con profumazioni British tra i vestiti.

Un aneddoto che parla del suo rapporto con la moda e lo stile?
Ho festeggiato i miei 30 anni in una locanda nelle campagne bolognesi con tutti i miei amici, indossando una meravigliosa divisa di gala da valletto inglese.

Cosa rende elegante un uomo e cosa una donna?
La buona educazione, in entrambi i casi. E poi, il modo di proporsi, di abbinare eleganza e stravaganza senza eccessi, con quel pizzico di ironia che fa la differenza. Un foulard, un cappello, una spilla, una fibbia, una catena da portare su uno smoking... Perché no?

L’errore di stile imperdonabile?
Non sentirsi a proprio agio con ciò che si indossa.

Il suo stilista preferito?
Uno su tutti, Gabriele Pasini. Poi i sarti di Savile Row.

Qual è la sua icona di stile?
Steve McQueen e Giovanni Agnelli per l’uomo, Kate Moss tra le donne celebri.

Un personaggio pubblico dell’attualità che considera particolarmente elegante?
Luca Cordero di Montezemolo.

Cosa occorre indossare, secondo lei, per essere sempre impeccabili?
Tra i fornelli, per l’uomo, una bella giacca da cuoco bianca in stile e di taglio francese, magari con un paio di jeans e, per la donna, una giacca bianca e un pantalone nero chiaramente con un taglio maschile. A una cena di gala, una giacca sciancrata senza cravatta con una pochette bianca per l’uno e, per l’altra, un tubino nero magari smanicato arricchito da una pashmina. Nel tempo libero così come in viaggio, per me c’è spazio solo per i jeans in tutte le loro varianti, dal bianco al vissuto, fino alla tela grezza, magari indossando anche una T-shirt bianca e un bel pullover di cashmere.