Non si accontenta di essere tra le moto più vendute di tutto il mondo e così il Ducati Scrambler si riduce la cilindrata per conquistare un pubblico ancora più ampio. Mezzo di lusso e status symbol per i mercati emergenti, entry level in casa nostra, la doppia anima del neonato Sixty2 è di certo una scommessa. A Borgo Panigale però non giocano al buio e i risultati dello Scrambler – che cuciono le bocche anche ai più scettici sull’operazione – stanno lì a dimostrarlo.
Dopo le diverse versioni dell’800, arriva ora questo 400 cc dall’estetica più essenziale e sbarazzina. Il Sixty2 promette di essere la compagna perfetta per iniziare l’avventura di diventare motociclisti: sella bassa, manubrio largo, motore gestibilissimo. Il gusto della moto senza le paure del caso. Il nome è tutt’altro che scanzonato e porta il peso di un anno particolare, ovvero quello del lancio del Ducati Scrambler che ha segnato un’epoca. Anni gloriosi per tutta la cultura occidentale, ai quali il Sixty2 si richiama anche nell’estetica. La generale essenzialità è condita da particolari dal chiaro sapore retrò come il sellone lungo, il manubrio largo e sottile, il serbatoio a goccia in metallo e il faro anteriore circolare che fa il pari con lo specchietto. Le grafiche poi parlano chiaro, il logo Ducati passa in secondo piano per lasciare spazio al “brand” Scrambler sulla fiancata.
La necessità di un prezzo d’acquisto contenuto (si poteva fare meglio) ha costretto i tecnici bolognesi ad alcune rinunce – leggere alla voce sospensioni, per esempio – ma il livello generale delle finiture resta buono e degno del marchio che porta. Il motore è derivato dalla sorella Icon ma, con un alesaggio di 72 mm e una corsa di 49 mm, è stato portato a soli 399 cc. È un bicilindrico Desmodue omologato Euro 4, con soluzioni tecniche di tutto rispetto che garantisce una buona potenza massima (41 cavalli) a discapito dei consumi. La coppia disposizione è di 34,3 Nm a 7.750 giri che nonostante un peso di 160 kg basterà a farvi divertire senza impensierire i meno esperti. Dove il Sixty2 ci pare forse eccessivamente essenziale è nella ciclistica: telaio e forcellone posteriore sono in acciaio e le sospensioni non sono regolabili, se non nel solo precarico del mono posteriore. Scelte un po’ spartane che però trovano un senso nella filosofia generale di questa moto, dove semplicità e purezza sono concetti chiave.

Il Sixty2 si richiama, infatti, a un mondo dove la mancanza di orpelli tecnici ed elettronici e la lontananza dai numeri sensazionali sono motivo di vanto. Un mondo dove “essenziale” vuol dire autentico, vero e puro, che ricorda quello del flat track da cui sembrano riprese scelte tecniche ed estetiche come quelle dei cerchi a dieci razze con pneumatici da 110/80-18” all’anteriore e 160/60-17” al posteriore. Segue questo gusto anche la strumentazione, minimal però solo nelle apparenze: grafiche e informazioni sono all’altezza di un pubblico nato dopo l’avvento del telefonino.
Basta guardarla per capire che non sarà una grande compagna di viaggio (la protezione aerodinamica è assente), ma il campo in cui il Sixty2 promette grandi soddisfazioni è l’ambiente urbano. La sella a soli 780 mm da terra consente a chiunque di poggiare bene i piedi a terra, il manubrio largo permette il totale controllo della moto, anche ad andature basse e in spazi ridotti. La piccola cubatura del motore non impensierisce nei continui start and stop cui costringe la guida cittadina. La città potrà poi appagare anche la vanità del Sixty2 che, sotto la finta noncuranza, nasconde una certa dose di narcisismo. Tra riflessi nelle vetrine e sguardi al semaforo, troverete anche voi la risposta ai quasi 8 mila euro che occorre investire per portarsela a casa. Quando poi alla bellezza si aggiunge la storia e – possiamo ben dirlo – il mito, i numeri diventano un’opinione.