Covid-19: pmi impreparate a nuove crisi. A rischio 1 milione di lavoratori

Foto di Engin Akyurt da Pixabay 

Si rischia un fine anno da incubo per le piccole e medie imprese italiane. Secondo un’indagine condotta dalla Fondazione Studi Consulenti del Lavoro, le pmi non sono assolutamente pronte a gestire una nuova emergenza sanitaria e questo nonostante gli enormi sforzi che hanno dovuto affrontare in questi mesi per adeguarsi alle norme di sicurezza per fronteggiare la pandemia di Covid-19 ((dispositivi di protezione, sanificazione ambienti, etc).

In base allo studio, condotto su 5 mila professionisti (su 26 mila associati) e presentato in occasione del Festival del Lavoro, il 45% dei consulenti dichiara che le pmi sono poco o per nulla attrezzate a gestire il personale in caso di contagi, diretti o indiretti; per il 37% degli intervistati queste imprese non sarebbero in grado di fornire una corretta informazione sul “da farsi”.

Covid-19: cosa spaventa davvero le pmi italiane

La preoccupazione di dover gestire un’emergenza sanitaria è peraltro secondaria rispetto alla possibilità di doversi nuovamente trovare alle prese con le procedure per la cassa integrazione (indicata come principale criticità da affrontare nelle prossime settimane dal 62,8%), ma anche l’avvio delle ristrutturazioni (42,8%), l’inevitabile riduzione dei livelli di produttività (42,2%), la gestione delle esigenze del personale, alle prese con conciliazione e quarantene, e la sua riorganizzazione.

Smart working? Dopo l’emergenza, nelle pmi si è tornati al passato

A poco servirà il ricorso allo smart working visto che per la maggioranza dei consulenti (56,9 %) le imprese faranno di tutto per tenere i lavoratori in sede (8 su 10 già tornati a fine settembre), soprattutto a causa della tipologia di attività svolta. Tutto ciò alla luce dei dati generali sull’occupazione che emergono dalla stessa indagine: sono circa 1 milione i posti di lavoro che le pmi potrebbero perdere tra l’inizio e la fine del 2020. L’effetto della crisi, dunque, unitamente allo sblocco dei licenziamenti, è destinato a presentare per l’occupazione italiana un conto più pesante delle stime effettuate a inizio pandemia e che potrebbe ulteriormente aggravarsi con le misure che si stanno adottando in questi ultimi giorni a livello territoriale.

Situazione che rischia di far pagare un conto salatissimo ad alberghi e ristoranti e alle aziende che operano nella filiera del tempo libero, della cultura e del commercio. “L’indagine ci consegna uno scenario che impone una riflessione ampia su come evitare il peggio, ovvero la chiusura di quelle aziende che grazie agli interventi della primavera hanno cercato di resistere”, commenta la presidente del Consiglio nazionale dell’Ordine dei Consulenti del Lavoro, Marina Calderone. “Ci sono buone ragioni per pensare che le imprese torneranno ai livelli di fatturato pre-Covid non prima di due anni. Resta tuttavia il tema di come affrontare un 2021 che, si spera, sia di transizione”.