Disney+, Netflix, Prime Video & Co.: ci sarà spazio per tutti?

L'homepage del nuovo servizio Disney+

Il mondo dei contenuti video è sempre più affollato. Fornitori di servizi, piattaforme, produttori, creativi, ma soprattutto spettatori, tutti sono parte di un robusto cambio di paradigma. Da una parte infatti i video stanno diventando la forma di comunicazione dominante, dall’altra sono ormai la modalità d’intrattenimento preferita. Insomma, si usano e si consumano sempre più video. Stando alle stime del Visual Networking Index di Cisco, i video nel 2017 hanno impattato per il 71,8% sul totale del traffico di rete, una crescita che raggiungerà l’82% nel 2020. Detto in altri termini, se un individuo dovesse vedere tutta la quantità di video che transiterà in Rete in un solo mese nel 2020 dovrebbe avere a disposizione 5 milioni di anni.

Un trend che riguarda anche il nostro Paese. Questa attitudine è già di per sé significativa, ma se si considera che entro il 2020 gli utenti di telefonia mobile su smartphone arriveranno a 6,1 miliardi (oggi sono 2,6), vale a dire che il 90% della popolazione mondiale sopra i sei anni di età utilizzerà un cellulare di nuova generazione, ben si comprende quale sarà il peso delle visualizzazioni dei video in mobilità. «I video sono da sempre la forma di comunicazione dominante e lo sono a maggior ragione oggi che, grazie al mobile, è diventato molto più semplice visualizzarli in ogni contesto e situazione», sottolinea Andrea Lamperti, direttore degli Osservatori Digital Innovation del Politecnico di Milano. «I dati del nostro Osservatorio evidenziano proprio questa spinta, nel 2017 infatti la crescita degli abbonamenti ai servizi video on demand è stata del 39%». Nei suoi primi 12 anni di attività, YouTube ha ampiamente dimostrato come sia oramai radicato l’utilizzo dei filmati online da parte degli utenti, giovani e meno giovani, e come la piattaforma di Google abbia fatto da apripista andando a modificare non pochi paradigmi nell’industria dei media. Ma se YouTube ha “educato” gli utenti a consumare video, anche e soprattutto in mobilità, ora questa tendenza rappresenta il terreno fertile per una pletora di nuovi protagonisti. Non sorprende quindi il recente lancio globale, Italia inclusa, di Huawei Video, il servizio di streaming dell’azienda cinese di telefonia mobile. «Un anno fa abbiamo fatto una promessa ai nostri utenti, quella di creare un ecosistema di servizi a 360°, per garantire un’offerta ricca e completa», ha dichiarato Isabella Lazzini, Retail & Marketing Director Huawei Cbg Italia. «Nuovi formati, nuove modalità di visualizzazione, nuovi contenuti contribuiscono a riscrivere le regole del mercato e noi siamo orgogliosi di farne parte con un’offerta competitiva e un servizio di alta qualità», ha detto ancora Lazzini. Per il lancio in Italia, Huawei ha selezionato dei partner d’eccellenza: da Sony Pictures Home Entertainment a Rai Com fino a Discovery e Fox Networks Group, per citarne alcuni.

Prime-Video-Amazon

L’operazione messa a punto dall’azienda di Shenzhen dimostra chiaramente come i video rappresentino un elemento centrale nella costruzione di una strategia di servizi a valore aggiunto il cui fine è quello di alimentare sia la soddisfazione del cliente, sia la fidelizzazione. Huawei è la prima azienda nel mondo mobile a implementare questo genere di strategia, ma certo non è la sola ad aver investito sui video. Con modalità diverse capofila è stata Apple: il negozio online iTunes è da quasi un decennio che permette di acquistare video e permette lo streaming in modalità on demand, ma la sua rilevanza è stata piuttosto sottostimata. In verità Apple Video – che ha appena presentato la nuova piattaforma con programmi originali Apple Tv+ – potrebbe diventare uno dei big player assoluti del mercato, almeno questo è quello che sottolinea una recente nota di Morgan Stanley. Ad affollare l’arena delle piattaforme di video streaming si aggiungono anche le Telco, che presidiano questo terreno da tempo. Warner Media, acquistata cinque mesi fa dalla società di telecomunicazioni AT&T che possiede già Hbo, Turner e Warner Bros, sta pensando di lanciare per la fine del 2019 un servizio di streaming tv da vendere direttamente ai suoi utenti a un prezzo di abbonamento ancora da definire nel dettaglio. Questo modello, ovviamente con altri pesi specifici, è già operativo anche sul mercato italiano dove Tim e Vodafone hanno entrambe un’offerta dedicata ai video in streaming e on demand. Rispetto però ad altri operatori mobili interazionali, in Italia le telco non investono massicciamente su contenuti originali. Diverso, infatti, è l’approccio del carrier spagnolo Telefonica che attraverso Movistar+ e uno stanziamento di 70 milioni di euro, ha dato vita a un vero e proprio programma di produzioni indipendenti di grande livello, come dimostra la fiction La peste  firmata da Alberto Rodríguez e Rafael Cobos.

Investire su contenuti indipendenti è un elemento essenziale per competere in questo settore. Il “modello Netflix”, che per primo ha spinto l’acceleratore sulla creazione di serie e film prodotti in casa, sta diventando il benchmark di riferimento del mercato. È su questo punto che si giocherà il futuro dello streaming video e non a caso proprio Amazon ha previsto solo per quest’anno un budget di 5 miliardi di dollari per la produzione di contenuti originali pronti ad alimentare il suo servizio, mentre nel 2017 ne aveva spesi quattro. Un aumento degli investimenti in cui rientra anche il recente annuncio di produzioni italiane. Senza contare il lancio (per ora solo negli USA) della piattaforma streaming gratuita, ma con pubblicità, IMDB freedrive, dove è possibile vedere film e serie tv. Ovviamente Netflix tiene tutti a distanza, visto che nel 2018 si stima spenderà 8 miliardi di dollari per i suoi contenuti e probabilmente di più nei prossimi anni.

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Netflix & Co.: c'è davvero spazio per tutti? 

Senza considerare che, dopo il recente debutto di DPlay Plus di Discovery, nel 2019 arriveranno anche i servizi on demand di Disney (si chiama Disney+) e di Wallmart. È un gioco al rialzo e al massacro? C’è davvero spazio per tutti? Probabilmente i protagonisti di questo mercato non saranno molti ma di sicuro neppure pochi. Se, infatti, da una parte l’offerta rivolta ai consumatori sarà decisamente più ricca ed eterogenea, difficilmente ci sarà un asso pigliatutto. A soffrire saranno soprattutto i broadcaster tradizionali e l’enorme pletora di piccoli player ognuno con la sua piattaforma. Il numero di operatori IpTv infatti è piuttosto affollato e non tutti saranno in grado di sopravvivere, soprattutto chi si limita alla mera rivendita di contenti prodotti da altri. Non solo, come hanno dimostrato i casi di disservizio di iniziative on demand come avvenuto nelle prime settimane di lancio di Dazn, a fare la differenza non saranno solo i contenuti originali, ma anche l’infrastruttura tecnica di supporto che permette ai consumatori di fruire dei servizi video con l’adeguata qualità. La banda larga non è l’unico requisito formale, contano anche altri investimenti tecnici come quelli che da tempo contraddistinguono la strategia di Netflix, anche perché la prossima sfida tecnologica riguarda la trasmissione di contenuti in 4K su larga scala, elemento tutt’altro che banale. In questo scenario magmatico e in divenire, uno spazio al sole se lo potrebbero prendere anche altri operatori potenzialmente già in pole position anche se considerati erroneamente degli outsider. YouTube e Facebook, infatti, non stanno per nulla alla finestra. La piattaforma video di Google ha già lanciato oltreoceano la sua offerta premium YouTubeTV che può fare affidamento su 40 canali a cui se ne aggiungeranno presto molti altri (si parla di quasi 100 a regime), mentre l’azienda di Mark Zuckerberg ha messo sul piatto 1 miliardo di dollari per iniziare a produrre contenuti originali da far girare sul social network. Sembrano piccoli passi, ma non vanno per nulla sottovalutati, visto che entrambe le piattaforme possono contare su circa 2 miliardi di utenti a testa.

Articolo pubblicato su Business People, gennaio-febbraio, aggiornato il 12 aprile 2019