Investimenti: da dove ripartire? Ecco i due settori più promettenti

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Panico, fuga in massa degli investitori e crolli a doppia cifra dei listini. Il 12 marzo 2020 Wall Street ha subìto il peggior crollo dal 1987. Nello stesso giorno il Ftse Mib, il principale indice di Borsa Italiana, ha chiuso la peggiore seduta di sempre. A marzo i fondi azionari in Europa sono stati travolti da un’ondata di 50 miliardi di euro di riscatti. Una fuga in massa del genere non si vedeva da gennaio 2008. Un film già visto, insomma, anche se ogni volta sembra sempre la prima. La bolla dei tulipani del XVII secolo, il crollo del ’29 fino alle dotcom dei primi anni 2000 e la crisi dei subprime hanno innescato fughe precipitose degli investitori che cercavano di non perdere tutto.

Eppure l’errore da non commettere, dicono gli esperti, è quello di uscire dagli investimenti nelle fasi di forti ribasso. Ma, se si è investito in asset molto rischiosi, il pericolo è quello di ritrovarsi carta straccia nelle mani. Il caso Lehman Brothers – banca d’affari fallita nel settembre 2008, innescando una crisi globale – insegna. Cosa fare dunque? Anzitutto proviamo a vedere cosa è accaduto sui mercati finanziari dallo scoppio della pandemia del coronavirus, tenendo presente che, quando si sarà superato il lockdown delle economie, i mercati torneranno a salire, anche se molto probabilmente le prospettive non saranno più le stesse di prima. A spaventare gli investitori non è il Covid-19 in sé, ma le misure estreme, prese per prima a Wuhan, in Cina, da dove l’epidemia si è propagata in tutto il mondo, per contrastare la diffusione del coronavirus e cioè la chiusura delle attività, degli uffici, delle scuole, la forte limitazione dei trasporti e della mobilità delle persone. In una parola il lockdown. Fermare di blocco le attività, significa impiantare l’economia con conseguenze imprevedibili che non hanno fatto altro che alimentare l’incertezza. Le misure adottate, infatti, non si sa se funzioneranno, in attesa di un vaccino. Come non si sa quanti mesi ancora occorreranno affinché tutto torni come prima.

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La sede del New York Stock Exchange a Manhattan (Usa). Lo scorso 12 marzo il Dow Jones americano ha subito un crollo del 13%, la peggior seduta dal “lunedì nero” del 1987

La pandemia a febbraio ha colpito l’Italia per prima e poi a marzo tutto l’Occidente, comprese importanti economie come la Germania e gli Usa, costrette ad adottare provvedimenti analoghi a quelli presi dal governo italiano. Il mondo in quarantena ha spaventato gli investitori, i quali temono importanti ripercussioni sull’economia. Ci troviamo di fronte, infatti, non a un crack della finanza, come è stato, per esempio, quello della crisi dei subprime, ma all’inizio di una crisi dell’economia reale, perché la gente, non uscendo di casa, non consuma e non compra. Ecco perché quella che stiamo vivendo in questi mesi rischia di essere una crisi molto più pericolosa di quella del 2007-2009. Non dovrebbero stupire, quindi, i crolli sui listini visti a marzo. In particolare passerà alla storia quello di giovedì 12, con il Ftse Mib, il principale indice della Borsa milanese, che ha perso il 17%, mentre poche ore dopo il Dow Jones subiva un crollo del 13%, peggior seduta dal 1987, l’anno del lunedì nero in cui Wall Street perse in un solo giorno oltre il 22%. Siamo entrati in una fase di bear market , cioè in un periodo in cui le vendite superano di gran lunga gli acquisti in Borsa e l’andamento dei prezzi è, quindi, ribassista. É difficile prevedere quanto durerà la fase di ribasso, considerando che sarà intervallata da fasi intermedie di ripresa, che gli esperti chiamano bear market rally .

Alle preoccupazioni sull’economia reale, si è aggiunto il crollo del prezzo del petrolio, a causa del mancato accordo tra Arabia Saudita e Russia, i due principali esportatori al mondo, per prorogare una riduzione concordata della produzione. Il 9 marzo è crollato in un solo giorno del 30% portandosi sotto i 40 dollari e poi ancora più giù. Difficile che risalga nei prossimi mesi, secondo gli analisti del settore, considerando il crollo della domanda, prima in Europa e poi anche negli Usa, dovuto all’epidemia di coronavirus, che continuerà a tenere il corso dell’oro nero al tappeto. Gli interventi monetari delle banche centrali, Fed, Bank of England e Bce stanno contribuendo, invece, a sostenere i titoli governativi (Btp compresi). Uniti agli stimoli fiscali avviati di recente dai principali Paesi, potrebbero avere qualche effetto sull’economia reale, ma molti analisti sono scettici sull’efficacia nel breve periodo: bisognerà, insomma, aspettare il dissolversi dell’epidemia. L’obiettivo, comunque, è fornire tutta la liquidità necessaria per sostenere i principali settori dell’economia ed evitare i fallimenti di banche e di imprese, che trascinerebbero il mondo in una depressione come quella vista nel ‘29 del secolo scorso. 

Gli interventi, per quanto ingenti, non riusciranno tuttavia a salvare tutti. Gli investitori, quindi, dovranno aspettarsi una serie di fallimenti che andranno a colpire le aziende più esposte al debito e che avevano già una situazione fragile. I settori destinati a subire l’impatto più grave dagli effetti del lockdown globale nel breve termine sono quelli in cui le imprese che fanno affidamento sugli spostamenti delle persone: compagnie aeree, società aeroportuali, società di viaggi e gestori di alberghi, ristoranti, centri commerciali, cinema e parchi di divertimento. Un altro settore che ha suscitato molte preoccupazioni è il petrolifero, soprattutto negli Usa. Si teme una catena di default nel settore shale oil in America, che negli scorsi anni si è finanziato sul mercato obbligazionario grazie ai copiosi investimenti arrivati tramite i fondi che si sono riempiti di titoli rischiosi emessi (high yield ) da molte società del settore, perché presentavano in un ambiente di tassi a zero rendimenti che era difficile trovare altrove. Ad alto rendimento corrisponde un alto rischio, cui sono stati posti gli investitori, a volte anche inconsapevolmente, soprattutto se puntavano su veicoli con un’ampia flessibilità negli asset su cui investire, unita a volte a una scarsa trasparenza nei confronti degli investitori.

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L’ingresso di Borsa Italiana, a Milano Lo scorso 12 marzo l’indice Ftse Mib italiano ha perso ben il 17%

Sono due, invece, i settori su cui puntare, stando a un consensus piuttosto diffuso tra agli analisti, perché potrebbero trarre vantaggio dall’attuale congiuntura: tecnologia e heathcare. Secondo tali analisti, l’attuale crisi legata al coronavirus, infatti, trasformerà in modo permanente la società e l’economia, con implicazioni quindi di medio termine per gli investimenti. Il distanziamento sociale sperimentato in questi mesi, per esempio, rappresenta il più grande test di massa mai visto e potrebbe spingere molte imprese che sono state obbligate a ricorrere al telelavoro ad adottare nuove forme di prassi quali lo smartworking e l’e-learning. Appare quasi scontata, invece, la necessità da parte dei governi di aumentare la spesa sanitaria, che potrebbe quindi sostenere le imprese del comparto. Chi cerca tranquillità per i propri investimenti, potrà optare, oltre al cash, per i soliti beni rifugio, che anche in questa crisi sembrano non essere cambiati: franco svizzero, yen, valute dei paesi nordici, oro, titoli di Stato dei Paesi “core” dell’Eurozona. Nonostante le previsioni fosche per la nostra economia, i Btp dovrebbero continuare a essere sostenuti dagli acquisti della Bce nei prossimi mesi e, salvo sorprese, non dovremmo assistere a nuove crisi debitorie nell’Europa periferica, anche se molto dipende dalle decisioni politiche che si prenderanno a Bruxelles e dai vari governi dei Paesi membri della Ue. È probabile, infatti, che la crisi – e la reazione tardiva e ambigua della Ue – spinga i movimenti populisti nei prossimi mesi, alcuni dei quali sono favorevoli all’uscita dei propri Paesi dalla Ue e dall’Eurozona. 

Già, la politica. Si prospettano mesi, se non anni, non proprio rosei per gli investitori. In Italia si torna a parlare della parola tabù, la “patrimoniale”. Del resto alcuni analisti fanno notare che in un mondo dove la politica fiscale sarà il principale driver della crescita, i regimi fiscali agevolati dovranno essere rivisti e i patrimoni potrebbero essere oggetto di imposte mirate. Non sbaglia chi dice che in futuro dovremmo abituarci a vivere in un sistema che sarà più socialista che capitalista, con un sistema economico che vedrà di nuovo lo Stato al centro della scena, un debito pubblico di dimensioni giapponesi e le banche centrali obbligate a politiche accomodanti che termineranno a data da destinarsi. A prescindere da come la si pensi, dal punto di vista degli investimenti non è il massimo.

*Articolo pubblicato su Business People, maggio 2020