Le nuove start up puntano sul capitale umano

In Italia, mondo imprenditoriale tradizionale e start up innovative appaiono sempre più distanti. Oggi a fare la differenza è soprattutto una visione del capitale umano agli antipodi. Se nelle nostre imprese le risorse umane sono utilizzate in malo modo tanto che il mismatch tra patrimonio di conoscenze e mansioni è uno dei più elevati al mondo, nelle nuove aziende si punta moltissimo sulle persone e le loro competenze. La conferma arriva dalla prima indagine sulle neoimprese innovative in Italia curata dall’Istat e dal Mise (Ministero sviluppo economico). La fotografia scattata dalla survey rivela che l’88% di coloro che lavorano in una start up svolgono mansioni coerenti con il proprio percorso di studi. Non solo: tre quarti dei soci sono quantomeno laureati (il 16% ha conseguito anche un dottorato di ricerca), hanno un’ottima padronanza della lingua inglese e spesso anche di spagnolo e francese, investono moltissimo in ricerca e sviluppo. E, a differenza di quanto succede nel settore imprenditoriale classico, solo un socio su cinque risulta figlio di imprenditore.

Le criticità delle nuove start up

Non è tutto rose e fiori però. Anche nel panorama delle nuove start up non mancano zone d’ombra importanti. Innanzitutto, per quanto riguarda le fonti di finanziamento. Solo il 34,1% degli imprenditori coinvolti nell’indagine si dichiara pienamente soddisfatto dei finanziamenti a propria disposizione. Del resto, solo l’8,2% ha ricevuto finanziamenti in equity da fondi di venture capital. Ben il 21,7% giudica che la disponibilità finanziaria della propria startup sia del tutto insufficiente a coprirne il fabbisogno. La seconda criticità concerne la parità di genere: nell’82% dei casi i soci operativi sono uomini e l’età media è di 43 anni. Problemi, infine, anche sul fronte delle innovazioni realizzate: l’58% non brevetta né adotta meccanismi formali di tutela della proprietà intellettuale.