Crisi Covid-19, il timore degli italiani: il 38% avrà seri problemi economici

Foto di StockSnap da Pixabay 

La crisi economica conseguente alla pandemia di Covid-19 non ha nulla a che vedere con quelle del recente passato: gli effetti causati dal nuovo coronavirus sono piuttosto paragonabili all’ultimo conflitto bellico. Questi mesi di pandemia hanno bruciato 12.500 miliardi di dollari di Pil mondiale, ben 170 Paesi subiranno una contrazione del proprio prodotto interno lordo e la “ripresa” – se si può ritener tale visto che la situazione pre Covid-19 era ben lontana dai livelli precedenti all’ultima grande recessione – avverrà non prima del 2023. Sono alcuni degli effetti causati dal nuovo coronavirus, che emergono dall’ultimo Rapporto Coop 2020 , un’indagine approfondita sulle abitudini degli italiani, stravolte in parte da questi mesi di lockdown ed emergenza sanitaria oltre che economica. Come si potrà leggere, non tutti gli aspetti sono negativi, a cominciare dall’impennata dello smart working, una ritrovata unione tra i Paesi membri dell’UE e la fine dell’austerity europea.

Covid-19: il 38% degli italiani teme seri problemi economici

In attesa che il Recovery Fund si concretizzi e benché confortati dagli ammortizzatori sociali già messi in campo dal Governo, gli italiani si rivelano essere ancora oggi i più pessimisti d’Europa e in effetti insieme agli spagnoli registrano il più ampio peggioramento delle proprie condizioni di vita rispetto al 2019 (e non sembra andare meglio se le ultime previsioni confermano un recupero nel 2021 solo della metà dei posti di lavoro che perderemo nel 2020). Contemporaneamente però nel nostro Paese “solo” il 5% delle famiglie finora afferenti alla classe media prevede di scivolare nelle classi più basse nei prossimi anni: un dato comunque drammatico ma inferiore a quel 12% che ha subito analoga sorte durante la crisi economica globale del 2006/2008. D’altro canto il 38% pensa di dover far fronte nel 2021 a seri problemi economici e tra questi il 60% teme di dover intaccare i propri risparmi o di essere costretto a chiedere un aiuto economico a Governo, amici/parenti e banche. A farne le spese sono soprattutto le classi più fragili, i giovani, le donne, mentre c’è un 17% di italiani che prevede nel 2021 un miglioramento delle proprie condizioni economiche (si tratta prevalentemente di uomini dell’upper class). 

Covid-19 e crisi economica: gli effetti sullo stile di vita degli italiani

Il Covid ha avuto inoltre anche l’effetto di una macchina del tempo sugli stili di vita degli italiani, trasportandoli avanti e indietro con estrema rapidità rispetto agli andamenti temporali abituali. Da un lato compare così l’Italia delle rinunce con l’arretramento del Pil procapite ritornato ai livelli di metà anni ’90 e la spesa in viaggi trascinata indietro di 45 anni ai livelli del 1975 o i consumi fuori casa arretrati di tre decenni, dall’altra c’è invece l’Italia che balza in avanti velocizzando dinamiche già in essere, ma mai così veloci. È questa l’Italia dello smartworking (+770% rispetto a un anno fa), dell’e-grocery (+132%), della digitalizzazione a tappe forzate non solo nella sfera privata ma finalmente anche nelle attività professionali (lavoro appunto ma anche didattica, servizi, sanità) che genera una crescita stimata di questo segmento di mercato pari a circa 3 miliardi tra 2020 e 2021. Girando la sfera compare però anche un Paese dove si potrebbe arrivare nel 2021 a perdere 30.000 nascite scendendo così sotto la soglia psicologica dei 400.000 nati in un anno e anticipando di quasi un decennio il ritmo della denatalità. A rinunciare all’idea pianificata di avere un figlio a causa dell’emergenza sanitaria è il 36% dei nostri giovani (18/34 anni) a fronte ad esempio di un 17% dei francesi e addirittura di un 14% dei tedeschi. Non è la sola rinuncia importante: matrimoni, trasferimenti, acquisti di case e aperture di nuove attività figurano tra i progetti rinviati o cancellati e queste scelte di vita mancate hanno coinvolto in totale l’84% di italiani. 

Un’Europa di nuovo unita di fronte al Covid-19

A livello mondiale tutto lascia prevedere uno spostamento a Oriente del baricentro economico e geopolitico del mondo (la Cina, la Russia e le altre economie asiatiche rispettivamente per il 71%, 42% e 40% della business community italiana vedranno rafforzato il proprio ruolo a livello mondiale) mentre le economie atlantiche sembrano destinate a perdere la loro centralità (il 44% degli executive italiani si attende un indebolimento del ruolo geopolitico e economico degli Usa e il 78 di quello europeo). Contemporaneamente, però, in maniera un po’ inattesa, il Covid si è rivelato un formidabile agente aggregatore dei 27 Paesi membri dell’Ue, ha sancito la fine dell’austerity e avviato un piano di rilancio di ingenti proporzioni di cui l’Italia godrà in larga parte. Non a caso l’87% dei top manager intervistati nella survey “Italia 2021, il Next Normal degli italiani” dichiara imprescindibile l’appartenenza alla Ue per superare la fase attuale. E il 42% indica come ambiti prioritari a cui destinare le risorse europee il potenziamento dell’istruzione, seguono gli investimenti sul capitale umano (lavoro per il 36%, tecnologia e digitalizzazione a pari merito e quindi infrastrutture e sanità/salute).