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Ora et (soprattutto) labora

Don Bosco e i Salesiani, Escrivá e l’Opus Dei, don Giussani e la Compagnia delle opere: così tre semplici sacerdoti sono riusciti a ispirare il mondo del lavoro creando tre grandi organizzazioni che si sono trasformate in vere potenze economiche

Verrebbe quasi da gridare al miracolo. E non è tanto questione di fede. O forse sì: come hanno fatto tre piccoli uomini, tre piccoli sacerdoti di provincia a trasformare rispettivamente un sogno, un’illuminazione e un’intuizione in tre potenze economiche? Tre moderni, giganteschi network di competenze e professionalità, tre organizzazioni che hanno messo radici in tutti e cinque i continenti coinvolgendo il mondo della formazione, della ricerca e dell’industria a tutti i livelli. E, questione al limite del paradossale, ci sono riusciti semplicemente predicando che si deve vivere ogni aspetto della propria vita, lavoro incluso, da buon cristiano. La prima, facile risposta potrebbe avere a che fare con l’osservazione che Giovanni Bosco, Josemaria Escrivá e Luigi Giussani (per chi non l’avesse capito, è di loro che parliamo) erano per l’appunto tutti e tre membri della Chiesa cattolica, e che l’appartenenza al clero li abbia in qualche modo aiutati nelle loro attività di proselitismo ed espansione organizzativa. Già, peccato che se qualche iniziale resistenza all’ascesa dei Salesiani, di Comunione e Liberazione e soprattutto dell’Opus Dei c’è stata, è arrivata proprio da parte delle gerarchie ecclesiastiche, che non vedevano troppo di buon occhio la condivisione della contemplazione del Dio cristiano con i laici. Un mondo, quello degli affari terreni, da sempre considerato fatto di scambi, di scomodi e pericolosi compromessi. E allora da dove scaturisce il successo di tre messaggi che non solo hanno coinvolto e avvicinato alla fede centinaia di individui, ma che hanno avuto importanti ripercussioni in gran parte della società occidentale proprio rispetto alla dottrina economica, da cui, almeno ufficialmente, la Chiesa si è per secoli tenuta lontana?I numeri parlano chiaro: i Salesiani comprendono 28 gruppi ufficialmente riconosciuti per un totale di 402.500 membri che lavorano in 128 paesi, e ci sono altri 27 gruppi in attesa di entrare nell’organizzazione; Comunione e Liberazione ha sedi nelle principali città di una settantina di nazioni, dove conta centinaia di migliaia di aderenti (una stima ufficiale non esiste, in quanto Cl non ammette tesseramento), e la Compagnia delle opere, nata sotto l’egida di Comunione e Liberazione, costituisce un network di 34 mila imprese e un migliaio di enti no profit che nel complesso fatturano 70 miliardi di euro; l’Opus Dei raccoglie invece circa 90 mila fedeli in tutto il mondo e le sue attività economiche prosperano dal Messico alle Filippine, dagli Stati Uniti al Congo passando per l’Italia e naturalmente per la Spagna, paese d’origine del fondatore Escrivá.

EDUCARE IL FUTUROCosa hanno in comune Silvio Berlusconi, Fedele Confalonieri, Guido Bertolaso, il magistrato Gian Carlo Caselli, Adriano Celentano e Marco Travaglio? Sono stati tutti allievi dei Salesiani. E sono solo una manciata degli uomini che oggi lavorano nelle sale dei bottoni dell’economia, della politica e della cultura italiana a essere stati educati secondo il metodo elaborato da don Giovanni Bosco 150 anni fa. Pensare che il sacerdote piemontese voleva solo salvare dalla delinquenza e dalla fame i giovani di una Torino che era ancora ben lungi dal conoscere il benessere portato dalla Fiat. Nato a Castelnuovo d’Asti nel 1815, rimasto orfano di padre in tenera età, Giovanni Bosco decise di seguire, con enormi sacrifici, la sua vocazione in seguito a un sogno che fece a nove anni. Sognò di trovarsi in mezzo a un gruppo di ragazzini che bestemmiavano, e per farli smettere si avventava su di loro picchiandoli. Fino a quando non compariva un uomo, che gli diceva che non era quello il modo giusto. La strada, gli aveva detto l’uomo del sogno, gliela avrebbe mostrata una donna apparsa lì al suo fianco.Don Bosco, interpretando la visione, identificò in quella donna Maria ausiliatrice, e ne fece la patrona della sua causa. Ordinato sacerdote dopo la preparazione nel seminario di Chieri, don Bosco rifiutò la comoda vita dell’istitutore o del cappellano all’interno nelle case di alcune famiglie agiate che lo volevano con sé, e si dedicò all’ascolto dei giovani disagiati, dei disoccupati, di quelli finiti in carcere, con l’assillo di trovare per loro un rifugio, un posto dove potessero essere educati e formati per affrontare la vita e, cosa ancora più importante, il lavoro, che nell’ottica salesiana rappresenta il riscatto e la redenzione. La Società Salesiana (il nome era ispirato a Francesco di Sales, coltissimo predicatore dei tempi della Controriforma) nacque nel 1854 con l’obiettivo di perpetuare l’opera e il pensiero di don Bosco al di là dei suoi anni. La formazione dei giovani (nelle scuole dell’infanzia come negli istituti professionali, nei licei come nelle università) avviene da allora, in ciascuno dei 128 paesi in cui sono presenti i Salesiani, secondo il metodo preventivo, che attraverso l’amorevolezza e la centralità delle caratteristiche personali del giovane svilisce il concetto di punizione. Qualcosa di semplicemente rivoluzionario se paragonato ai sistemi educativi in voga negli istituti italiani della seconda metà dell’800.

LA SANITA’ DEL LAVOROBisogna essere buoni cristiani in ogni cosa che si fa e rendere omaggio a Dio sempre, quindi anche nel lavoro, tutto qui. Fu questa la semplice, potente idea che si insinuò nella mente di Josemaria Escrivá a mezzogiorno del 2 ottobre 1928, quando durante un ritiro spirituale a Madrid ricevette l’illuminazione. Da allora Escrivá, che fu canonizzato nel 2002 da Giovanni Paolo II, avrebbe diverse volte dialogato con Dio, il quale in ciascuna occasione gli avrebbe spiegato come superare gli ostacoli che impedivano l’espansione della sua opera, l’Opus Dei: dalla figura giuridica che doveva avere l’apostolato passando per i disastri causati dalla II guerra mondiale, che impedivano la predicazione oltre i confini spagnoli, fino all’inclusione dei laici sposati all’interno dell’organizzazione. Oggi i laici costituiscono il 98% degli aderenti all’Opus Dei (dichiarata prelatura personale nel 1982 da Giovanni Paolo II) e la maggior parte sono sposati. Le opere apostoliche prevedono la realizzazione di “istituzioni educative e assistenziali, come scuole, università, centri di promozione della donna, ambulatori medici in zone sottosviluppate, scuole per contadini, istituti di formazione professionale, residenze per studenti, centri culturali, ecc”. La Prelatura, c’è scritto esplicitamente sul sito dell’Opus Dei, non si occupa di imprese commerciali o politiche, né di alcuna attività che abbia fine di lucro. Ma è innegabile che le iniziative economiche dell’Opera siano estremamente profittevoli, e che il sempre maggiore prestigio e peso politico dell’organizzazione nelle strutture in cui è penetrata abbia delle ricadute anche al di fuori della Prelatura. Del resto la vera forza dell’Opus è stata la sua capacità di avocare a sé un numero ancora non ben quantificato di manager e imprenditori, che hanno trovato nella dottrina di Escrivá la strada per dedicare alla causa di Dio il tempo e le energie che spendono nella giornata lavorativa.

IL SENSO DELL’AMICIZIA OPERATIVALuigi Giussani era già un punto di riferimento per buona parte del mondo cattolico quando formulò il concetto di amicizia operativa. Brianzolo, classe 1922, ha dimostrato le sue doti di aggregatore e leader carismatico durante gli anni del Berchet, a Milano. Fu lì che fondò, nel 1954, il movimento di Gioventù studentesca, che sarebbe diventato alla fine degli anni ‘60 Comunione e Liberazione. La matrice del suo approccio filosofico all’esistenza umana è racchiusa nel saggio Il senso religioso del 1966, dove sostiene che al centro della ragione c’è l’apertura alla realtà, la capacità di afferrarla nella totalità dei suoi fattori e la necessità dell’uomo di porsi non solo come soggetto osservante ma anche come oggetto, parte integrante del sistema su cui agisce. Don Giussani ha sempre sostenuto la supremazia della mutua collaborazione sulla competizione, il sistema dell’amicizia operativa: un sistema in cui tutti vincono, perché se oggi il soggetto X è in difficoltà, gli altri intervengono per sostenerlo, in modo che in futuro, quando sarà il soggetto Y ad avere problemi, il soggetto X sarà in grado di fare la sua parte insieme agli altri per aiutarlo. Un approccio al lavoro di squadra semplice e vantaggioso per tutti nel breve come nel lungo termine. Da questa intuizione sorse la Compagnia delle Opere (Cdo), definito da molti il braccio finanziario di Cl. Fondata nel 1986 su stimolo dello stesso don Giussani, la Cdo nacque per un caso curioso: un giovane produttore di vini di Alcamo (Tp), Sebastiano Benenati, durante un incontro con Giussani a Milano, si lamentò con lui dell’andamento degli affari. Il vino non si vendeva e l’azienda rischiava di chiudere, così il leader di Comunione e Liberazione coinvolse gli amici del movimento, Giorgio Vittadini in testa, per aiutare il giovane imprenditore a superare l’impasse. L’intuizione di verificare gli ideali ciellini rispetto al mondo degli affari ha dato vita a una delle lobby più influenti del sistema economico nazionale (ma non solo). La Lombardia è l’esempio più evidente: la regione più ricca d’Italia è guidata da quasi 20 anni da Roberto Formigoni, seguace di don Giussani di lunghissimo corso, ed è, a partire dal settore della sanità e dei servizi passando per la realizzazione delle grandi opere, un mosaico di realtà imprenditoriali che fanno capo alla Compagnia delle Opere. Il Meeting, che si tiene ogni anno ad agosto a Rimini, è l’appuntamento più conosciuto tra quelli che si danno gli aderenti a Comunione e Liberazione, ed è una kermesse che convoglia l’attenzione di media, personalità di spicco dell’economia, della cultura e della politica tricolore. Basti pensare che all’edizione 2011, intitolata “E l’esistenza diventa un’immensa certezza” parteciperanno anche John Elkann e Giorgio Napolitano come ospiti d’onore. E poi c’è il Matching, un evento – la cui settima edizione andrà in scena a novembre a Milano – organizzato dalla Cdo e dedicato al mondo delle imprese. Come dice il nome stesso, il Matching ha lo scopo di far incontrare domanda e offerta, sviluppare relazioni di business, accrescere la rete di contatti. Ogni anno, tra workshop e tavole rotonde, si incontrano più di 3 mila imprese in cerca di nuovi partner, a cavallo di nuove tecnologie e accordi internazionali.

L’economia vista dal Soglio pontificio – Intervista a Ettore Gotti Tedeschi

IL LAVORO È FATICA? COLPA DI ADAMO ED EVA

Parla Pippo Corigliano, portavoce dell’Opus Dei in Italia «Qual è la missione dell’Opus Dei? Il messaggio cristiano ha un’apparente singolare ambivalenza: da una parte è un invito a dare importanza alle cose della vita interiore, dall’altra c’è l’esortazione a non essere sciocchi, a sapersi dar da fare in questo mondo, nonostante Gesù abbia detto che il suo regno non è di questo mondo. L’Opera stimola l’esistenza delle persone nella direzione della vita quotidiana, nel lavoro, nella famiglia e nelle relazioni. Io sono napoletano, e a Napoli lavorare si dice “faticare”. Va bene considerare il lavoro come il proseguimento della creazione divina, ma tutti sappiamo che comporta comunque sacrifici, situazioni di ingiustizia, si alternano momenti di evviva e di crucifige, proprio come nella vita di Gesù. Ma ecco che se consideriamo il lavoro ben fatto come un gesto d’amore per il Signore, la situazione, anche per i napoletani, si capovolge, perché nel metterci il cuore non siamo secondi a nessuno! Fuori dallo scherzo, è un vero e proprio capovolgimento del senso calvinista del lavoro. Anziché essere un attestato della propria predestinazione, fare bene il proprio lavoro è espressione di amore, e implica il saper interpretare bene le relazioni che il lavoro porta con sé. Il lavoro che si svolge è il messaggio, la vita. O meglio, lo sono il lavoro e la famiglia. Niente di più di quello che aveva Adamo nel Paradiso terrestre prima del peccato originale. Il fatto che il lavoro vada conquistato con la fatica e che la donna debba partorire con dolore dipende dal peccato originale. Ma questo non toglie che quello di prendersi cura del giardino dell’Eden e della donna è stato il primo compito che Dio ha affidato all’uomo».

NON TUTTE LE CIAMBELLE RIESCONO COL BUCO

Il San Raffaele di Don Verzè Un’altra grande impresa realizzata da un uomo di Chiesa è quella del San Raffaele. All’avanguardia della tecnica, rinomato in tutta Europa per la qualità delle sue terapie e dei suoi trattamenti, il San Raffaele è un colosso che dà lavoro a 700 medici e 1300 infermieri. Un’impresa che Don Luigi Verzè, classe 1920, ha messo insieme mattone su mattone a partire dal 1969, realizzando il sogno di costruire un ospedale cristiano condiviso con il cardinale Schuster già a partire dagli anni ‘50. Ma il San Raffaele è stata solo la prima attività di quello che col tempo si è trasformato in un piccolo impero economico, che attualmente comprende tra le altre cose anche l’Università San Raffaele (di cui don Verzé è rettore), l’ospedale di Cefalù, la Cittadella della carità di Taranto, alcuni resort di lusso e perfino delle piantagioni di frutta esotica in Brasile. Sembra però che la cattiva gestione finanziaria e alcuni errori strategici nell’espansione delle imprese legate alla Fondazione Monte Tabor, il cuore economico del gruppo, stiano costando a don Verzè il suo sogno. Sarebbero infatti 800 i milioni di euro che il San Raffaele deve a banche e fornitori, e per far fronte almeno parzialmente al debito, il gruppo starebbe cercando di liberarsi di alcuni asset non irrinunciabili per un valore di circa 120 milioni di euro.