Allenare alla felicità

Combinare il raggiungimento degli obiettivi con la serenità del singolo e delle aziende, trovando un equilibrio tra sacrifici e risultati: è questa la missione del coaching umanistico, realtà introdotta in Italia da Luca Stanchieri, psicologo che non voleva essere solo un medico…

Quel tirocinio al Coni gli ha cambiato la vita. Mentre i suoi colleghi studenti di Psicologia affollavano ospedali e cliniche per farsi le ossa, lui aveva optato per il mondo dello sport, come se avesse già intuito che il suo futuro non sarebbe stato confinato in una professione «divenuta ormai sanitaria», come oggi definisce la psicologia. Luca Stanchieri, 52 anni, è stato il presidente e fondatore dell’Associazione italiana coach professionisti ed è responsabile didattico della Scuola italiana di Life & Corporate Coaching. In altre parole, è uno dei più importanti coach italiani, colui che s’è inventato il coaching umanistico. Due lauree (Economia e commercio e Psicologia), Stanchieri si è specializzato con due master, uno in Corporate Coaching Program alla Coach University e l’altro in Psicologia dell’emergenza alla Sipem. «Per fare il coach occorre una personalità abbastanza eclettica», dice a chi gli fa notare la sua poliedricità. «Quando ho iniziato a interessarmi a questo campo nel 2000, in Italia nemmeno si sapeva cosa fosse. Ho fatto il tirocinio all’Istituto di Scienze dello sport del Coni dove si allenavano gli atleti che avrebbero partecipato alle Olimpiadi. Lì ho trovato le prime riviste che parlavano di questa disciplina molto in voga negli Stati Uniti». E lì è iniziata una lunga avventura che ha portato Stanchieri a divenire un professionista conosciuto al grande pubblico, soprattutto dopo l’approdo in Tv con la conduzione del reality Adolescenti: istruzioni per l’uso, andato in onda su Real Time e La7.

Da tempo lavora per diffondere il coaching in Italia. Eppure, inutile negarlo, parliamo di una disciplina vista ancora con sospetto.In Italia siamo in ritardo, non solo rispetto agli Stati Uniti ma anche all’Europa stessa, dove è raro trovare importanti aziende senza una figura di questo tipo. Qui siamo ancora agli inizi, la disciplina si è dapprima sovrapposta ai classici formatori, poi si è mischiata con la Pnl e ha incontrato le resistenze di quelle professioni che l’hanno vista in competizione come gli psicologi, i quali non hanno ancora capito che parliamo di due cose profondamente diverse.

Forse si fatica a comprendere cosa sia davvero il coaching. Provi ad aiutarci lei.Quando si pensa a un coach bisogna pensare a un allenatore sportivo, qualcuno che allena la tecnica e la preparazione atletica e mentale di una persona in funzione del raggiungimento di determinati obiettivi in uno sport. Questa figura fa la stessa cosa su altri campi, dalla medicina al management: allena il talento della persona in funzione della sua crescita, non è una figura sanitaria come ormai si è trasformata quella dello psicologo. Se, come diceva Freud, la psicologia ha l’obiettivo di trasformare l’infelicità patologica in un’infelicità normale, il nostro lavoro è trasformare quell’infelicità normale in felicità.

Un coach è un leader?Tendenzialmente no, ma deve essere all’altezza di allenare un leader. Il che significa che se fa il follower e cerca il consenso del leader, è fuori dai giochi.

Lei è considerato l’ideatore del coaching umanistico in Italia, di che cosa si tratta?Diciamo innanzitutto che c’è un coaching narcisistico, che non mi appartiene, pensato per allenare l’ego delle persone. Poi, c’è quello performativo americano, che mira a introdurre tecniche e strumenti di miglioramento in funzione del raggiungimento di un determinato obiettivo, disciplina che non ha attecchito in Italia perché qui non abbiamo una vera cultura degli obiettivi, nemmeno a livello aziendale. La declinazione umanistica è nata con l’obiettivo di combinare la crescita delle persone e il raggiungimento di obiettivi, con la felicità e l’efficienza delle performance, valorizzando le singole vocazioni e passioni insieme all’aspetto relazionale. È un allenamento sul campo per il raggiungimento di un benessere organizzativo, di un progetto di vita fatto di risultati concreti e tangibili, verificabili.

In sostanza si vuole allenare le persone a essere felici?Sì. Una persona o un’azienda diventano felici nella misura in cui rendono felice qualcun altro. Spesso però lo fanno sacrificandosi, e questo genera una delusione profonda. Il coaching umanistico punta ad armonizzare l’aspetto individuale della soddisfazione personale con l’aspetto relazionale, perché le persone non possono essere slegate dal loro contesto, è all’interno della propria vita che possono diventare felici esprimendo le proprie specificità e non sopportando faticosi sacrifici.

Perché affidarsi a un coach?Perché il coach allena la persona dentro al suo contesto, sul campo della propria vita. Lo aiuta a scoprire e valorizzare i talenti che già possiede.

Quali tipologie di persone si rivolgono a una figura simile?Le più disparate, è una dimensione molto orizzontale. Andiamo dagli imprenditori o manager di azienda alle donne che escono da situazioni di violenza domestica, fino ai genitori e agli adolescenti. Chiunque abbia una tensione forte a comprendere quali risorse ha dentro di sé che non riesce però a esprimere, si rivolge a noi.

UN AIUTO PER I GIOVANI
Da tempo, Luca Stanchieri lavora con i giovani e ha portato la sua esperienza in televisione con Adolescenti: istruzioni per l’uso. Qual è lo situazione dei ragazzi italiani? «Nella Penisola c’è una disattenzione sistemica verso gli adolescenti, le famiglie sono lasciate sole e ci si è accorti che la psicoterapia per loro non va più bene», spiega il coach. «La domanda da porsi è: come si può educare oggi un adolescente a un progetto di vita felice, che valorizzi la sua libertà di scelta? Come aiutare i ragazzi davanti al disorientamento che vivono rispetto al futuro? I 2,5 milioni di Neet sono frutto di una crisi culturale, di prospettive e di futuro. Il coaching umanistico lavora per restituire ai ragazzi le loro potenzialità, allenandoli a un progetto di vita che accenda le loro passioni, gli garantisca motivazioni, autostima e fiducia nel futuro. Ma senza il contributo della famiglia, è difficile ottenere risultati».

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