Adesso o mai più

La crescita dell’export per le aziende dell’arredo e del design tricolore dimostra che la crisi sul dimostra che la crisi sul mercato interno dipende dal crollo dei consumi, non dalla competitività del made in italy. Ora tocca alla politica intervenire per dare ossigeno al settore. L’appello di Roberto Snaidero, presidente di FederlegnoArredo

Se l’è sempre cavata da sola, FederlegnoArredo, l’associazione di categoria delle aziende italiane che lavorano nel legno e nell’arredo. Quando pareva che l’Ice dovesse scomparire, la Federazione si è rimboccata le maniche per agevolare le micro e piccole imprese nell’esplorazione dei mercati esteri, organizzando in proprio eventi, incontri e progetti ad hoc (oltre ad aprire sedi estere, da Chicago a Shanghai passando per Londra, Mosca e Belgrado) là dove cresce la voglia di qualità tricolore. Quando si è fatta urgente la necessità di dare vita a nuovi programmi di formazione per impedire che il patrimonio del nostro saper fare si perdesse di fronte all’inerzia dei governi che si sono succeduti negli ultimi decenni, FederlegnoArredo è intervenuta con le proprie risorse alleandosi con le pubbliche amministrazioni del territorio per creare un polo formativo dedicato ai mestieri del legno e dell’arredo. «Ma oggi tutti questi sforzi saranno vanificati se il governo non interviene a sostegno del settore», dice senza mezzi termini Roberto Snaidero, presidente dell’associazione. Inutili le scorciatoie, ovvero gli incentivi. Bisogna far ripartire i consumi, soprattutto perché al nostro comparto non manca competitività, ma fiducia», ribadisce Snaidero.

Presidente, che cosa chiedete al governo?

Quello che chiediamo da un pezzo. A metà dicembre abbiamo indetto una conferenza stampa sollecitando l’inserimento degli arredamenti fra le opere di ristrutturazione edilizia che godono della detrazione del 50%. Abbiamo calcolato che a costo zero per l’erario, quest’azione genererebbe nel breve termine un aumento di fatturato per il settore di circa 1,2 miliardi di euro.

E cosa vi è stato detto?

Semplicemente non ci rispondono. Tutto ciò che abbiamo ottenuto finora è stato l’inserimento del credito d’imposta nella relazione che Giuseppe Tripoli, il garante per le micro, piccole e medie imprese ha stilato per la presidenza del Consiglio dei ministri. Dunque almeno su questo tema il nuovo governo è per legge tenuto a confrontarsi.

Eppure i motivi per muoversi, e con urgenza, ci sono.

Se non ci muoviamo ora, rischiamo davvero la scomparsa del settore. Dal 2007 al 2013 la filiera ha perso circa 15 miliardi di fatturato. Considerando che dal 2009 le vendite all’estero sono in continua crescita, si capisce facilmente che il problema non va imputato alla mancanza di competitività delle aziende, ma alla stagnazione dei consumi. E purtroppo non siamo ancora fuori dal tunnel: le proiezioni sul nostro Termometro vendite, un’indagine a cui hanno partecipato oltre 630 associati, ci dicono che anche nel 2013 il 60% delle imprese avrà ordinativi in flessione, stabili nel 30% dei casi e in crescita solo per il 10%. I settori che mostrano più criticità sono l’ufficio e la cucina. Sa quante aziende hanno chiuso negli ultimi anni? Parliamo di quasi 15 mila attività, per una perdita complessiva di circa 68 mila addetti. Bisogna agire ora, perdere ulteriore tempo renderà la situazione ancora più critica.

L’unica via di uscita sembra proprio essere il potenziamento ulteriore dell’export. Almeno in questo il governo vi ha sostenuti nel progetto Emerge Italy.

Sì, abbiamo collaborato con il ministero dello Sviluppo economico per coinvolgere i grandi studi d’architettura americani nella progettazione di cinque prodotti da realizzare in Italia ed esportare nei mercati in cui le forniture a stelle e strisce vanno per la maggiore. I cinque vincitori del progetto sono stati premiati ai Saloni (dal 9 al 14 aprile, a Milano, ndr), ospitati dalle nostre aziende. Al tempo stesso, cinque nostri progettisti avranno l’opportunità di fare uno stage presso gli studi di architettura americani selezionati. Ma i limiti per l’export non sono solo culturali o normativi. Nei mercati che rappresentano un grande potenziale di crescita per i nostri prodotti (come il Brasile e l’India) ci sono altissime barriere doganali da superare, e per abbatterle non è al governo che dobbiamo rivolgerci, ma all’Unione europea.

Lì c’è maggiore disponibilità?

No, purtroppo. E il dialogo tra Paesi come l’Italia, la Spagna e il Portogallo, le cui imprese vivono di manifattura, e Paesi del Nord, caratterizzati dall’industria pesante è sempre piuttosto complicato. Abbiamo apprezzato la proposta di Regolamento sulla sicurezza generale dei prodotti, avanzata dal commissario Antonio Tajani, un’iniziativa che aveva rischiato di arenarsi e che invece per fortuna accende di nuovo i riflettori sul tema del Made in. Ora bisogna aspettare i passaggi in Consiglio e in Parlamento, ma sia noi che Confindustria caldeggiamo da sempre l’istituzione di regole precise per la tracciabilità di quanto viene importato nell’Unione. Attualmente in Europa sbarca davvero di tutto! Rispetto alle politiche comunitarie, poi, è nostro compito sostenere gli associati nell’affrontare il cambiamento delle regole: il 3 marzo è partita la cosiddetta Due diligence, con cui si stabilisce una serie di obblighi da parte degli operatori che distribuiscono legno e prodotti da esso derivati, con lo scopo di contrastare l’illegalità. Noi siamo partiti già nel 2010 attivando nell’associazione un’apposita task force tecnica che sta monitorando la norma, fornendo supporto tecnico alle aziende associate. Quello che mi auguro è che il rispetto delle regole sia richiesto a noi come a chi viene a vendere i propri prodotti da mercati extracomunitari.

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