La qualità è la migliore sostenibilità

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C’erano una volta i tecnici riparatori: quegli artigiani che sapevano aggiustare i prodotti (per lo più di elettronica di consumo, ma non solo) che ognuno di noi acquistava. Era quel fenomeno per cui (lo spiego per le giovani generazioni), eri certo che quell’oggetto avrebbe fatto parte della tua vita per diversi anni, a meno che non fosse intercorso un incidente tale da comprometterne seriamente l’esistenza.

Dopo vari decenni di questa pratica a partire dal Dopoguerra, è arrivato il tempo – truce, bisogna ammetterlo – dell’obsolescenza programma, che predefinisce la durata di vita di un prodotto, per cui diventa di fatto irreparabile. La si avverte soprattutto nel caso di smartphone e Pc, che invecchiano alla rapidità con cui i marchi sfornano software di (reale o più spesso presunto) aggiornamento degli stessi: ovvero alla velocità della luce, o giù di lì.

Il nostro rapporto con i beni che possiamo acquistare con quel che guadagniamo, sacrificando tempo ed energie preziosi per noi stessi e le persone e le passioni a noi care, è diventato una merce di poco conto. Perché a fronte di indubbi sacrifici, ci accontentiamo di farci dare in cambio prodotti fallati: alcuni perché – si dice – sono così sofisticati da avere una conformazione fragile e quindi caduca, altri perché nascono programmati con la data di scadenza impressa, altri ancora risultano ancora funzionanti ma il pubblico si fa talmente influenzare dalla pubblicità sulle nuove versioni, che li percepisce come superati.

La logica è che devono avere vita breve, così i consumatori saranno costretti ad acquistarne altri per sostituirli prontamente. Anche il terribile processo di accumulo della fast fashion non fa una piega, procedendo speditamente in questa direzione.

Oggi si fa un gran parlare di come la corsa verso il consumo cieco abbia compromesso pesantemente e definitivamente le sorti del nostro Pianeta, ma va aggiunto che sta anche minando seriamente la credibilità che l’industria ha presso il pubblico. Basta sedersi all’interno della carrozza di un treno o in una sala d’aspetto qualsiasi, o mettersi in coda al supermercato o alla cassa di un negozio in un centro commerciale, per sentire le persone reali (e non quelle virtuali che sgallettano sui sociali) lamentarsi di come la qualità di quello che acquistano sia pesantemente scaduta, o di come l’imperante shrinkflation sia – senza se e senza ma – un furto alla luce del sole per i portafogli delle famiglie. Dopo di che è vero che qualche marchio sta provando a correre ai ripari, ma siamo ancora all’anno meno zero. E la strada da fare rimane esageratamente lunga. Per metterci una pezza, in Francia si è mobilitato addirittura il governo centrale promuovendo – a partire da questo ottobre – dei bonus sulle fatture di sarti e calzolai autorizzati per le riparazioni di vestiti e scarpe, mentre nello scorso febbraio aveva preso il via quello relativo alla riparazione di elettrodomestici e prodotti tecnologici, sulla scia della legge Antispreco del 2020, e pare che i politici d’Oltralpe abbiano avviato già colloqui con gli Stati membri dell’Ue per discutere di Extended Producer Responsibility. E l’Italia?

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