Space economy: il bello dell’Italia che sa fare sistema

A sorpresa, un Paese che da decenni risente della mancanza di una seria politica industriale, si rivela un’eccellenza mondiale nella cosiddetta space economy. Merito di un piano strategico lungimirante e della collaborazione tra impresa e università. Potrebbe essere questo uno dei paradigmi su cui incentrare la ripresa economica?

Per quanto possa sembrare paradossale, è proprio nel freddo e nell’oscurità dello Spazio che l’Italia brilla di più. Lo stesso Paese da decenni senza una politica estera né industriale, che alterna l’improvvisazione agli scongiuri, in ambito spaziale si desta e diventa una potenza. La settima al mondo, per la precisione. Si è parlato molto della partecipazione italiana al Lunar Gateway, con Thales Alenia Space (Tas), joint venture tra la francese Thales (67%) e Leonardo (33%) che costruirà i due moduli abitativi I-Hab e Halo o sei dei nuovi 12 satelliti di seconda generazione di Galileo (vedi intervista) ma è difficile tenere il conto di tutte le commesse ottenute dalle imprese italiane recentemente. Si dovrebbero contare i tre satelliti della costellazione Skylark chiesti a Tas dalla canadese NorthStar Earth&Space, i due moduli pressurizzati da aggiungere alla Iss, l’Axiom Orbital Segment, i dieci razzi Vega C e 34 motori P120 che Avio, leader nel campo della propulsione spaziale fornirà ad ArianeGroup o la costellazione microsatellitare Andromeda, sulla quale Argotec è al lavoro insieme al Jet Propulsory Lab della Nasa. E poi ci sono i contributi alle missioni ExoMars, Mars Sampler Return…

Ciò che fa dell’Italia un player di primo livello è un cluster industriale integrato e completo, cioè in grado di coprire tutti i segmenti della filiera industriale, dall’hardware spaziale, con una leadership riconosciuta nei moduli abitativi e pressurizzati, passando per l’elettronica e i software di bordo fino alla gestione di servizi e applicazioni prodotte da tale impalcatura. Una filiera in cui abbondano pmi e start up altamente specializzate, come Officine Stellari, che progetta e produce telescopi ground based e space based di altissima precisione, la comasca D-Orbit, che – forte su tutto il ciclo di missione spaziale – presidia un mercato molto promettente, quello dello space waste management, o Aiko che applica A.I. e machine learning alle missioni spaziali. È una filiera composta da circa 200 aziende, pmi nell’80% dei casi, che assorbono un totale di 7 mila dipendenti e generano una produzione che vale 16 miliardi di euro, prevalentemente orientata all’export (70%). Un segmento piccolo, ma con un effetto traino non trascurabile in termini economici e occupazionali. Per ogni euro investito nel segmento aerospaziale italiano se ne producono in media 2,5 di Pil, e ogni nuovo posto di lavoro nel comparto ne genera quattro nel resto del sistema economico.

Le 200 imprese strettamente aerospaziali, infatti, sono servite da una supply chain che tra subappaltatori e fornitori di seconda e terza fascia conta 4 mila aziende. «Sono imprese di dimensioni non grandissime che non fanno produzione di massa, ma che proprio per questo sono particolarmente adatte all’industria, in cui non si producono satelliti a ritmo industriale su modelli standardizzati ma pezzi unici, modelli che si devono adeguare all’esigenze, alle missioni e agli obiettivi del cliente, che variano costantemente. Qui la capacità italiana di produrre pezzi su misura è un punto di forza. Nel complesso, si tratta di un’impresa che assomiglia molto a quella tipica italiana: piccola dimensione, grande specializzazione tecnica, senza necessariamente una profonda base scientifica. Naturalmente questo è un limite, perché si produce ancora poco in termini di brevetti, ma si fa sicuramente innovazione», spiega Matteo Landoni, economista dell’Università di Milano e autore per il Mulino de L’impresa spaziale italiana. Insieme, fanno da battistrada e, innovando, consentono quello che in gergo si chiama technology transfer. «Quando parliamo di trasferimento tecnologico non dobbiamo più pensare al propellente che viene poi utilizzato per il trasporto civile o alla tuta spaziale che diventa un tessuto artificiale che viene poi usato nella moda. Dobbiamo pensare ad applicazioni sempre meno fisiche, concrete, e sempre più relative all’ambito dei servizi digitali», avverte il docente. E l’Italia può muoversi con sicurezza in questo settore grazie a Telespazio, altra joint venture tra Thales e Leonardo però a quote invertite (è Leonardo ad avere il 67%), leader nel campo dei servizi satellitari e della geoinformazione, il cui gioiello è il Centro spaziale del Fucino, che con i suoi 132 mila metri quadrati e le 170 antenne è il più grande al mondo. Attraverso la sua società veicolo, E-Geos, Telespazio commercializza i big data spaziali prodotti da Cosmo Skymed, primo sistema duale (militare e civile) di satelliti radar, italiano, posizionando bene la Penisola in un mercato in forte espansione, quello dei dati prodotti dall’osservazione terrestre, utili per il monitoraggio del territorio, delle infrastrutture strategiche, anche abilitando la cosiddetta predictive maintenance, e al servizio di un’agricoltura ipertecnologica.

«Una bella particolarità di questa industria», spiega ancora Landoni, «è di essere complessa, varia e distribuita territorialmente. Non ci sono solo raggruppamenti nel classico Nord-Ovest tra Milano e Torino, o a Roma, nel caso dell’impresa pubblica, ma s’incontrano realtà interessanti ovunque, anche al Sud. Due su tutte: l’area tra Bari e Mola di Bari, dove si trovano molte imprese che utilizzano i dati prodotti dall’osservazione terrestre, come Planetek e Sitael, e poi quella tra Napoli e Benevento, che produce imprese interessanti, di piccole dimensioni, private e dinamiche». Qui il modello dei distretti industriali funziona ancora: sono 12, guidati dal Cluster nazionale tecnologico aerospazio, che aggrega tutti gli attori della filiera tricolore. Attori la cui forza sta proprio nella loro capacità di fare sistema, aiutati da uno Stato a sua volta abile nello sviluppare e aggiornare una visione organica e strategica. Lo ha fatto con la definizione di un Piano strategico per la space economy, con la legge di riforma della governance aerospaziale e la creazione di un comitato interministeriale per le politiche relative allo Spazio, ma anche con scelte lungimiranti, come quella di contribuire al budget dell’European Space Agency con un miliardo in più, aumentando il peso politico del Paese e, quindi, assicurando alle proprie imprese un maggior numero di contratti. Poi ci sono il Primo Space, il primo fondo di Venture Capital per investire sulle start up aerospaziali o la Fondazione Amaldi, istituita dall’Agenzia spaziale italiana e dal consorzio di ricerca Hypathia per sostenere la ricerca applicata nel settore dello Spazio. Un ecosistema fertile nato in un Paese che, quando non improvvisa, può arrivare sulla Luna.

Articolo pubblicato su Business People, maggio 2021

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