Se l’idea di mettervi addosso delle bottiglie usate vi sconcerta, forse non siete abbastanza attenti ai venti che soffiano già da tempo verso un modello di vita ecologico. La frase semplifica e riassume una coscienza e una tendenza che vanno prendendo sempre più piede: la riscoperta di ciò che è naturale sta invadendo giorno dopo giorno tutti i campi dell’agire umano, dalla medicina omeopatica al cibo biologico, dalle auto ecologiche al vestiario passando per la casa. Partendo da un’etica ecologica molte aziende sono diventate virtuose. Che poi sia questione di vera consapevolezza, di moda o di strategie di marketing, o in quali proporzioni i tre ingredienti siano miscelati, non è dato sapere. Quello che è certo è che, dopo il pioniere Armani (lanciò nel 1997 giubbotti e giacche ottenuti dal recupero di bottiglie in plastica), il trend si è fatto via via sempre più marcato anche nel campo della moda. Gattinoni ha fatto sfilare modelle con abiti realizzati con buste di plastica plissettate e ricamate con cristalli. Guillermo Mariotto, stilista di Gattinoni, dice di essere stato ispirato dai ghiacciai che si sciolgono, dai disboscamenti, dall’inquinamento: e ha realizzato un abito da sposa con una fibra ricavata dalla pannocchia, totalmente biodegradabile. Importanti marchi internazionali realizzano collezioni di nicchia con intenti eco-etici: dai jeans invecchiati con luce laser (e non attraverso lavaggi ad acqua) di Marithé-Françoise Girbaud, alla linea eco-friendy Grun dell’ Adidas, alla Timberland che promette comfort attraverso materiali eco-compatibili e lana riciclata. Persino un marchio culto della lingerie supersexy come Victoria’s Secret ha una linea realizzata con tessuti rigorosamente puri. Sta nascendo una nuova attenzione per le fibre tessili vegetali la cui produzione è stata soffocata dalle fibre sintetiche.

Dettami naturali
In Spagna il business ecologicamente corretto è alla ribalta: vestiti fabbricati con materiali rispettosi come la soia, il cotone coltivato senza pesticidi, il bamboo e il cocco, imprese tessili che scommettono sui marchi con una coscienza ecologica. Capi alla moda e ricercatissimi sono quelli prodotti da Skunk Funk, un’azienda basco-spagnola nata nel 1996 e presente in 20 Paesi (11 negozi vendono i suoi prodotti anche in Italia). In alcuni Paesi la moda prodotta con materiali non inquinanti è un plus che corrobora le vendite. E la coscienza eco si riverbera in ogni attività, in ogni branca del mercato; per un abito d’alta moda realizzato secondo i dettami “natural” che sfila, c’è una stilista affermatissima come Stella McCartney, che ha preteso legno di foreste ecocompatibili per la passerella e case cosmetiche che truccano le modelle con linee naturali.
Poi, c’è altro: dai mattoncini Lego ispirati alle energie rinnovabili (con un programma che spinge i ragazzini a programmare i robot giocattolo per far fare loro qualcosa di utile, applicando i loro sforzi alle turbine eoliche, alle dighe idroelettriche e ai pannelli fotovoltaici) ai vademecum ecologisti che troviamo ovunque e che tentano di plasmare le nostre giornate con abitudini che evitino gli sprechi (come la raccolta differenziata, i mezzi di trasporto pubblico o la condivisione di quelli privati, detersivi e detergenti biodegradabili...). La mitica Barbie, sempre attenta ai cambiamenti del costume, si adegua: la Mattel in occasione dell’ultimo Earth Day ha lanciato sul mercato la Barbie Bcause, una nuova linea di accessori in edizione limitata, tutti amici della natura. Come? I prodotti in questione - borse, cappelli, portamonete, ecc. - sono prodotti utilizzando gli scarti ottenuti dalla produzione della famosa bambola. Non si sa se sia vero spirito ecologista quello che ha creato questa Barbie “eco-consapevole”, o magari (il sospetto è lecito) solo un’ennesima trovata, che permette di sfruttare materiali di scarto: bisognerebbe chiedere lumi ad Al Gore, vicepresidente Usa ai tempi dell’amministrazione Clinton e autore del documentario Una scomoda verità , Bibbia universale degli ecologisti; fatto sta che la bionda plasticosa è diventata lei pure una paladina dell’ecologia. Perfino nel campo del lusso si tenta di essere (o apparire?) eco-friendly: se l’idea di uno yacht di 50 metri vi sembra la più lontana possibile da scelte “verdi”, sappiate che ce ne sono alcuni che - grazie a sensori di allarme in caso di perdita involontaria di idrocarburi, trattamento delle acque nere, analisi degli scarichi, vernici che non contengono pesticidi - hanno ottenuto il “bollino” Green Star, certificazione rilasciata dal Registro italiano navale per la conformità a nuove direttive sulla compatibilità ecologica degli yacht. Siamo lontani da soluzioni improntate esclusivamente all’austerity, ma dal 2000 è in atto una indubbia ripresa dell’interesse per soluzioni autarchiche, che comprendano il riutilizzo degli oggetti usati; il ricorso a fonti energetiche rinnovabili (solare, eolico); l’utilizzazione di prodotti e sottoprodotti agricoli e forestali per la produzione di merci finora ottenute dal petrolio; il privilegiare la lunga durata e la degradabilità delle merci.

Virtuosismi
Due esempi distanti ed eclatanti? Il primo viene da un marchio cool come Apple. Perfino la casa americana che, da sempre, contrappone i suoi oggetti esteticamente raffinati all’altra metà - assai più spartana - del cielo tecnologico, si è arresa alla fecola di patate, sostanza che, oltre che in cucina, sta diventando sempre più di moda nelle industrie che vogliono assumere un appeal ecologico, in quanto ideale per creare delle confezioni completamente biodegradabili, più leggere, più economiche e meno inquinanti. Così, la Apple ha deciso di produrre le confezioni per iPhone 3G con carta derivata dal la fecola di patate. L’altro splendente paradigma è il mitico Calendario Pirelli; per il 2009 tema centrale il rispetto per la vita e per la natura, con quello che lo stesso fotografo Peter Beard ha definito “grido ecologista “. Il Calendario 2009 guarda al futuro di Madre Terra; Beard, americano, è noto per il suo impegno ambientalista, e a diciassette anni abbandonò gli Stati Uniti per trasferirsi in Kenya, affascinato dai racconti della Blixen. Beard ha calato nello scenario incontaminato del delta dell’Okavango e del deserto del Kalahari in Botswana, tra elefanti, paludi e carcasse di animali, sette top-model (Mariacarla Boscono l’unica italiana). Bellezza patinata al servizio della causa ambientalista. Anche nelle nostre case va prendendo sempre più spazio una coscienza “globale” dell’ecocompatibilità (dalle bioarchitetture al feng-shui); le eco-case, mediamente più care in fase di costruzione del 15%, consentono di risparmiare dal 25 al 30% in luce e riscaldamento. E promettono di far bene alla nostra salute grazie ai materiali naturali, ai pannelli fonoassorbenti, ai pannelli solari e alla schermatura contro l’elettromagnetismo.
Resta interessante, comunque, lo studio di un gruppo di ricercatori del Mit e dell’università di Tel Aviv come soluzione per salvare il nostro pianeta dagli effetti devastanti dell’inquinamento. L’idea è quella di costruire “case-albero” nelle città a partire dalle radici di un albero vero: dunque senza utilizzare il cemento ma solo materiale naturale. Ogni casa potrebbe essere dotata di tantissime “eco-funzioni”, attivabili attraverso pannelli solari o tramite lo sfruttamento del vento. In pratica, tutta l’energia necessaria verrebbe prodotta tramite fonti pulite e i rifiuti prodotti dagli abitanti verrebbero convertiti in sostanze nutritive per gli alberi. Senza per il momento arrivare all’arrampicata arboricola, facciamo del nostro meglio con i più abbordabili eco-menu proposti sempre più spesso (niente ogm, niente prodotti trattati chimicamente). Perfino alla buvette di Montecitorio sono arrivati, dopo onorevoli richieste, i cibi equosolidali; l’Esselunga si è accordata con l’Unicef per una raccolta punti sulla spesa; la Camper ha proposto scarpe in canapa e rafia che, dentro la tomaia, nascondono un bouquet di erbe aromatiche naturali dalle proprietà rilassanti, e la Coop lancia sul mercato una camicia equosolidale in cotone realizzata da donne di una fabbrica artigianale di Kerala, in India meridionale. Gli utili serviranno per aiutarle a mettere insieme la loro dote.