LA CASA-CONTAINER
Con GreenFrameHouse, progetto firmato dallo studio di architetti Astori De Ponti, lo scarto riprende vita e si trasforma in qualcosa d’altro. Le abitazioni si articolano su più piani attraverso l’accostamento di diversi moduli

Si chiama eco-business e ha due facce. Quella glamour di chi usa 800 lattine per fare una bicicletta hi tech in alluminio e quella dei grandi numeri: i 9 miliardi di euro che l’Italia ha risparmiato in dieci anni di recupero degli imballaggi di carta, alluminio e plastica, oppure le 220 mila tonnellate di elettrodomestici da smaltire ogni dodici mesi, un lavoro da oltre 26 milioni di euro. Due facce della stessa medaglia, che per l’Italia vale meno del bronzo, almeno rispetto agli altri Paesi europei: siamo gli ultimi nella raccolta dei piccoli elettrodomestici rotti, perché preferiamo buttarli invece di riportarli al negozio quando andiamo a comprarne uno nuovo. E pensare che Trony, Mediaworld e gli altri sono obbligati al ritiro dell’usato. Invece no: su sei chili di elettrodomestici comprati, solo uno viene riciclato quando non serve più. Francia e Germania ci battono: un chilo su quattro. Suona strano, ma tutto il bello dell’elettronica, dai computer alle lavatrici, dai Tv al plasma agli stereo, si riduce a materiali da pesare (e pagare) al chilo. E da riutilizzare al posto delle materie prime: da vecchi pc e frigoriferi si ricavano plastiche e metalli per costruirne di nuovi, ma anche oggetti d’arredo, padelle o tappetini per automobili, asfalto fonoassorbente e semilavorati per l’edilizia. Un mondo in una discarica. Fonte di ispirazione per architetti e artigiani alla ricerca di materiali di seconda mano con i quali fare vestiti (di carta), cucine (di cartone), sgabelli (coi fondi di caffè). Si chiama eco-design, fa bene all’ambiente ma è ancora troppo caro per sfondare sul mercato. Eppure va molto di moda. Perché avere il bagno piastrellato con i tubi catodici del vecchio televisore o trascorrere le vacanze in un resort cinque stelle ad impatto zero non solo è molto chic, ma aiuta a costruire un mondo migliore. Siamo andati alla ricerca degli oggetti più strani, senza dimenticare il grande business dei rifiuti d’oro: ecco la mappa del riciclo in Italia.

LE SCATOLE CHE VALGONO 9 MILIARDI

È il business degli imballaggi di carta, alluminio e plastica. Secondo uno studio della società di consulenza Althesys, dal 1999 al 2010 la raccolta, il riciclo e il riuso di questi materiali ha portato 9,3 miliardi di benefici netti al nostro Paese. Soltanto nel 2010 abbiamo recuperato il 74,9% degli imballaggi usati, pari a 8,5 milioni di tonnellate di materiale su 11,4 milioni di confezioni che sarebbero andate in discarica. I materiali recuperati sono stati riutilizzati per il 64,6%. Merito del Conai, il consorzio nazionale a cui aderiscono le aziende che producono e quelle che usano materie prime per imballaggi, e grazie alle molte raccolte private e industriali. Promette bene la plastica: da sola potrebbe valere oltre 6miliardi di euro, se solo l’Italia riuscisse a fare come la Spagna, che ne ricicla il 42%. Invece noi ci fermiamo al 33%, cioè 2,7 miliardi di costi-benefici. La più virtuosa in Europa? La Germania, con l’80% di imballaggi in plastica recuperati.

PICCOLI ELETTRODOMESTICI: ULTIMI IN EUROPA NEL RICICLO

Maglia nera, invece, nel riciclo dei rifiuti elettronici: il nostro tasso di raccolta è tra i più bassi d’Europa: 16,8% contro una media del 26%. E mentre tutti raccolgono un chilo di apparecchi usati ogni quattro acquistati, noi ci fermiamo a uno ogni sei. Peccato, perché si tratta di un business che nel 2010 valeva più di 26 milioni di euro. Senza parlare dei benefici ambientali: oltre 26 mila le tonnellate equivalenti di petrolio che abbiamo risparmiato in un anno, 54 mila le tonnellate di anidride carbonica non immesse nell’atmosfera. Cosa manca per fare meglio? Le isole ecologiche. Secondo uno studio di Remedia e GfK Eurisko la densità dei centri di raccolta, che in Europa è di un’isola ogni 10 mila abitanti, da noi raggiunge lo 0,8 solo al Nord, mentre nel Sud si ferma a 0,3 ogni 10 mila abitanti. E solo un italiano su due ha utilizzato questi centri di raccolta almeno una volta nel corso di un anno. Non decolla neppure l’uno contro uno, il decreto che impone ai negozi di ritirare gli elettrodomestici usati al momento dell’acquisto del nuovo: solo il 4% dei consumatori ha approfittato di questo servizio gratuito. Forse perché non viene spontaneo portarsi dietro l’asciugacapelli rotto quando si va a comprare l’ultimo modello. Dallo studio risulta anche che siamo grandi consumatori di cellulari, computer, stampanti: la metà degli adulti ne acquista più di due in un anno. Negli ultimi dodici mesi, poi, il 37% dei consumatori si è liberato dell’usato, ma solo un terzo lo ha fatto in maniera corretta, portando l’apparecchio rotto in una piazzola ecologica o chiedendone il ritiro al negoziante. La maggior parte, invece, incappa in errori evidenti come gettare il vecchio dispositivo insieme agli altri rifiuti (lo fanno 3,6 milioni di italiani) o tenerlo da parte, inutilizzato (5 milioni).

LA MINERALE IN BOTTIGLIA VALE UN MILIARDO DI EURO

Per la precisione: 1 miliardo e 200 milioni. Tanto vale, per il settore delle acque minerali, la raccolta e il riciclo delle bottiglie in Pet, la plastica riciclata. Se poi consideriamo anche la plastica proveniente da altri involucri, il giro d’affari sale a 2,7 milioni di Euro. Qualcuno ha provato a fare i calcoli di quanto sia, in euro, il guadagno ambientale. Risultato: 232 milioni. La cifra, secondo le stime di Studio Althesys realizzate per Sanpellegrino, si ottiene sommando il valore del materiale recuperato e il costo (evitato) dello smaltimento: 100 euro a tonnellata. Ma torniamo alla minerale. Oggi viene venduta quasi tutta in bottiglie di Pet (79%), e solo il 19% in quelle di vetro, mentre i boccioni che si trovano negli uffici valgono il restante 2% del mercato. Le aziende, intanto, fanno a gara per togliere la plastica dal loro packaging. Due esempi su tutti: Nestlè e Fonti di Vinadio. La prima, in pochi anni, ha ridotto di 4 mila tonnellate la plastica delle sue botti-glie di Sanpellegrino e Levissima, usando sempre più Pet riciclato. La seconda, invece, si è inventata la bio-bottiglia Sant’Anna, vegetale al 100% perché realizzata con uno speciale biopolimero che si ricava dalla fermentazione degli zuccheri vegetali. Tradotto: non si usa neppure una goccia di petrolio e il risparmio energetico durante il processo produttivo arriva al 70% rispetto ai sistemi tradizionali. E il vetro? Con quello usato si fanno nuove bottiglie di Heineken, Campari o spumante Ferrari. Oltre a centinaia di altri contenitori per tutti gli usi. Il tasso di riciclo in Italia è da record, quasi il 70%, otto punti sopra la quota fissata dall’Europa, meglio delle altre nazioni. Nel 2010 abbiamo immesso nel ciclo produttivo 2 milioni di tonnellate di vetro riciclato, più 9,1% rispetto all’anno precedente.