Linus

Con quella faccia un po’ così, con quella voce un po’ così Linus, al secolo Pasquale di Molfetta, da anni è diventato un inquilino stabile delle giornate di tantissime persone. Il suo Deejay chiama Italia - oggi condotto in tandem con Nicola Savino - non è soltanto un programma di grande successo, ma un “luogo” nel quale un consistente esercito di ascoltatori quotidianamente si ritrova e si confronta. E, ovviamente, si diverte. La sua cifra del resto è proprio questa: divertire senza mai essere banale. Ascoltare senza arruffianarsi l’audience, ma stabilendo un solido legame con la sempre più nutrita platea radiofonica. Eppure Linus è anche, e forse soprattutto un dirigente, è il direttore artistico di tre emittenti come Radio Deejay, Radio Capital e M2O. Come diavolo faccia a fare tutto questo ce lo spiega in questa intervista.

Il suo esordio nel mondo della radio avviene nel 1976. Che cosa è cambiato nel modo di fare radio in questi anni?
All’inizio era necessario avere una bella voce e saper dire qualche parola in inglese. Allora la funzione del disc jockey consisteva semplicemente nel fare da “collante” tra una canzone e l’altra. Tanto che il claim di Radio Deejay negli anni ’80 era “In poche parole tanta musica”. Bastava parlare poco, magari bene, e magari dicendo qualcosa di simpatico. Non c’era bisogno di andare molto in profondità, anzi non era neppure consentito. Negli ultimi 10 anni la figura del disc jockey - e non parlo solo di me o della realtà di Radio Deejay, ma di tutto il mondo della radio - ha acquisito un ruolo centrale nelle trasmissioni. In qualche caso anche a sproposito...

In che modo questo ruolo è cambiato?
Le radio sono così tante e la musica talmente poca che non è possibile dare un prodotto di qualità passando semplicemente i dischi, basandosi unicamente sulla musica. Questo a meno che non si voglia fare una radio di nicchia. Se parliamo di radio mainstream che hanno l’obiettivo e l’imperativo di raccogliere 5 milioni di ascoltatori, non è possibile sottrarsi a certe scelte musicali. Ci differenziamo dalle altre emittenti per un 20% della programmazione musicale, ma è solo un 20%. Quello che diciamo è, quindi, diventato l’elemento più importante del nostro lavoro.

Pensa che la musica diventerà sempre meno strategica all’interno delle programmazioni delle radio?
Si tratta di fare una scelta di campo. Ogni editore deve dare al suo prodotto un motivo di differenziazione, che lo renda diverso da quello dei concorrenti. Questo significa avere un’identità.

E oggi qual è l’identità di Radio Deejay?
È il risultato della personalità dei suoi disc jockey e di una programmazione moderna, flessibile e il più possibile originale. Per originale e flessibile intendo un mix tra la musica interessante e quella musica che è inevitabile mettere, non viviamo su Marte... Cerchiamo però di evitare le banalità dell’universo radiofonico, che si appiattisce su meccanismi scontati come il fatto di programmare in automatico il secondo singolo di un cantante. Noi siamo - e lo dico con un po’ di malizia - la radio più ascoltata… dalle altre radio. Le altre emittenti aspettano che programmiamo una canzone e poi, quando abbiamo aperto la strada, si accodano. È un ruolo che abbiamo sempre avuto e che ci teniamo a mantenere.

La musica perde terreno nella programmazione: è un ulteriore segnale della crisi del mercato musicale?
La crisi discografica esiste, è conclamata. L’industria è ancorata a degli schemi di business che ormai non hanno più senso nell’epoca del peer to peer, del digitale, dello scambio. Fino a qualche tempo fa dicevo che si trattava solo della crisi dell’industria discografica, non tanto della musica come prodotto. Oggi, la crisi dell’industria sta trascinandosi dietro una crisi anche musicale perché venendo meno il ritorno economico mancano le risorse per realizzare nuovi dischi. E così ci si ritrova in stagioni, come l’attuale, piuttosto deprimenti.

Quindi la crisi è anche creativa?
In realtà c’è tanta bella musica in giro, ma è necessario andare a cercarsela. E spesso non è musica semplice da fruire. Vorrei avere 18 anni per avere tempo per scaricare canzoni in giro per il mondo. Quello che manca è piuttosto la musica in grado sia di scalare le classifiche sia di tracciare un solco come in passato. Non c’è più perché non ci sono i soldi e perché, pur di poter vendere qualche disco, si tende ad andare sul sicuro con raccolte di cover di grandi successi o dischi “best of”. È tutto un po’ triste.

E cosa ne pensa della pirateria?
La pirateria intesa come il Cd venduto per strada è finita. Il discorso è diverso per Internet e non riguarda soltanto la musica. Il sistema si regge sull’ipocrisia del tutto gratis, con la quale non sono mai stato d’accordo né mai lo sarò. Se guardo le previsioni del tempo on line non pago niente. Eppure qualcuno inserisce quelle informazioni e mi permette di vederle. Se in automatico mi richiedessero 50 centesimi, sarei disposto a pagarli. Dovrebbe essere così anche con la musica. La tecnologia è cambiata non ci sono più rapporti di forza di un tempo. Oggi produttore e consumatore si guardano negli occhi e dopo che il primo ha fatto la prima mossa, l’altro l’ha già fregato… Venendo al suo ruolo di direttore artistico di Radio Deejay, Capital e M2O.

Come riesce a equilibrare i diversi target e diversi obiettivi delle tre emittenti?
È molto difficile anche se come diceva Sun Tzu “Comandare pochi è come comandare molti, è solo questione di organizzazione”. Lasciando da parte l’arte della guerra, non è facile per niente, ma nel mio caso non è facile per una questione più geografica che fisica perché Radio Capital e M2O sono a Roma, Radio Deejay a Milano. Il segreto di Radio Deejay - ed è una cosa di cui sono fiero - è nel fatto che in questo palazzo ci lavorano quasi 200 persone e ognuna di queste ha con me grande confidenza. La cosa più importante è il rapporto umano con le persone che ti circondano, il clima positivo che si crea con loro. Ottenere lo stesso risultato con due realtà che sono lontane 600 km è un po’ più complicato, anche se è quello che sto cercando di fare. Per esempio il mio intervento su Radio Capital è stato più umorale che artistico. Era una radio che aveva bisogno di sorridere. È quello che ho cercato di fare in questi 4/5 mesi e mi sembra che i risultati si stiano già notando.

Ma il fatto di avere un unico direttore non pone il rischio di omologazione tra le tre radio?
Sto cercando di far sì che si assomiglino il meno possibile. Dieci anni fa, quando Capital è entrata a far parte del gruppo (Elemedia, società controllata da Gruppo Espresso, ndr) Radio Deejay si rivolgeva ancora a un pubblico molto giovane e Capital, invece, si proponeva come radio per giovani adulti. Oggi, però, gli ascoltatori di Deejay sono diventati dei giovani adulti e quelli di Capital degli adulti. M2O si rivolge invece ai giovanissimi. La mia intenzione è di attuare una differenziazione per pubblico di riferimento, anche se non si può semplicemente parlare di una divisione di pubblico per età anagrafica. È una questione di atteggiamento, di stile di vita. Quando parlo di me, mi definisco un “ragazzo”, perché nella mia testa ho lo stile di vita di una persona con qualche anno meno.

Forse è proprio per merito di questo atteggiamento, oltre che per la fortissima interazione con il pubblico, che il suo programma ha così tanto successo.
Deejay chiama Italia è un esempio da non seguire nel senso che è un ibrido: la musica non è elemento fondamentale, ma al tempo stesso cerchiamo di proporre sia canzoni attuali sia quelle più datate, brani particolari da recuperare la cui ricerca non è sempre facile. Cerchiamo insomma di fare dell’infotainment all’americana, giocare sull’intrattenimento e sull’attualità, pur senza legarci troppo ai fatti di cronaca di cui tutti hanno già parlato. Mi rendo conto che le puntate che funzionano di più sono quelle che partono dalle nostre riflessioni su fatti anche banali. Quando gli ascoltatori mi fermano per strada commentano il fatto che il mio gatto di notte gira per casa…Infatti, come stanno i suoi bambini?Parlo sempre dei miei figli non per vanità o egocentrismo. È un meccanismo narrativo simile a quello dei cabarettisti che raccontano episodi della propria vita per raccontare in realtà quella del pubblico.

Ma il fatto che il pubblico sia sempre così presente con Sms, e-mail, blog… non fa un po’ paura?
Da anni ho creato una serie di barriere e di filtri. Non voglio leggere le provocazioni e le illazioni senza senso. Questo non significa che leggo solo i commenti positivi, mi interessano anche quelli negativi se esposti in maniera educata o civile. Preferisco piacere tanto a pochi, piuttosto che cercare di piacere poco a tutti. Fatta l’unica eccezione di Viva Radio 2 con Fiorello, che però si porta dietro un bagaglio mediatico importante ed è così noto che parte già con dei punti di vantaggio, Deejay chiama Italia è il programma più ascoltato alla radio con circa il 10-11% di share. Questo significa che se noi abbiamo un milione di ascoltatori, ci sono 9 milioni di persone che stanno sentendo altre radio. È impressionante, vuol dire che c’è ancora margine per crescere, ma anche che il gusto è talmente diversificato che è inutile cercare di piacere a tutti.

Qual è il futuro della radio?
Il futuro della radio è il digitale. È necessario sganciarsi dall’inferno di frequenze dalle quali le radio dipendono. Ci sono zone d’Italia ancora coperte malissimo e comunque a costi molto elevati. Radio Deejay ha quasi 500 impianti, quasi 500 antenne con tanto di bollette e manutenzione da pagare… per coprire e neanche troppo bene tutta l’Italia. Questo costo ti obbliga ad avere per lo meno 2-3 milioni di ascoltatori, perché altrimenti non raccogli la pubblicità necessaria per coprire le spese. Spesso siete criticati per l’affollamento pubblicitario…In proporzione le radio rispetto alla televisione hanno un costo di distribuzione del segnale infinitamente superiore. Faccio qualche esempio. Se voglio acquistare una frequenza sulla città di Milano, perché in una certa zona la mia radio non si sente bene, devo spendere non meno di 5 milioni di euro, sempre se la trovo. Una frequenza che copre Milano e provincia costa almeno 20 milioni di euro, una cifra pari al fatturato della quinta o della sesta radio in Italia. Con una spesa simile per il segnale sei costretto a cercare di fare una radio che raggiunga 4-5 milioni di ascoltatori in modo che il bilancio, tra raccolta pubblicitaria e spese, sia positivo. Se non avessimo questa spesa pazzesca potremmo fare una radio diversa, che trasmette soltanto jazz, soltanto parlato, soltanto acustico. Se fai un prodotto di nicchia, non ci campi. Per esempio, M2O ha 1,5 mi­lioni di ascoltatori, sono tanti, ma con 1,5 milioni di ascoltato­ri non realizzi un grande fatturato. E se non hai un grande fattu­rato non puoi comprare le frequenze per coprire il Paese. Per cui M2O è una radio che dove c’è segnale si sente e bene, purtroppo però non è presente in intere regioni. Per portare M2O alla co­pertura di Radio Deejay ci vorrebbero 200 milioni di euro di in­vestimento, ma M2O li realizza in 10 anni!

E per quanto riguarda il canale Deejay Television?
È nato in un momento in cui sembrava che il digitale sarebbe esploso. Siamo partiti carichi di entusiasmo e nel giro di pochi mesi abbiamo dovuto tararci sul reale potenziale di questo con­tenitore, una sorta di acquario molto curato perché è un tipo di televisione destinata ai luoghi di aggregazione, come bar e discoteche. Fatta così dal punto di vista economico non co­sta tanto e ha la sua ragione di esistere e comunque il meccani­smo costi ricavi è in attivo. Adesso se dovessimo ideare nuovi programmi li faremmo su All Music che è sempre della famiglia (Gruppo Espresso, ndr).

In passato ha fatto l’autore televisivo, il conduttore, il doppia­tore per un nuovo videogame (Halo 3). Farà ancora questo tipo di esperienze?
Non ho la tendenza a pianificare il mio futuro, eccetto - forse - per quanto riguarda le maratone. Credo che non farò più l’auto­re televisivo, perché non è nelle mie corde. Fare l’autore Tv si traduce nel portare una serie di ospiti, la bellona o il personaggio super famoso. In radio, invece, si raccontano storie e non impor­ta se coloro che le raccontano sono sconosciuti. Qualche anno fa ho scritto un libro (E qualcosa rimane, ndr) e a breve uscirà il secondo. Il titolo dovrebbe essere Qualcuno con cui giocare.

Ci racconta della sua passione per la corsa?
È nata in maniera casuale. In verità per due coincidenze: da una quindicina d’anni abito in una zona con un’altissima concentra­zione di corridori, a qualunque ora esci di casa vedi qualcuno che corre; e poi quando mi sono rotto il ginocchio nel 2000 sono sta­to operato lo stesso giorno del giocatore della Roma Emerson. Il medico ha commesso l’errore di dirmi che avrei potuto riprendere a correre e io l’ho presa come una missione. Ho passato i cinque mesi successivi all’operazione a leggere la Gazzetta dello Sport per seguire il processo di guarigione di Emerson. Quando lui ha rico­minciato a correre, ho cominciato anch’io e non ho più smesso.

Ha altri hobby?
Avrei quello della pittura. Da ragazzo ero molto bravo a dise­gnare, ma poi ho smesso. E sono tre anni che mi sono promes­so di ricominciare.

A chi si ispira?
Direi Edward Hopper. Mi piace molto sia come segno sia come colori e atmosfere. Non sono esattamente modernissimo.

LE PASSIONI DI LINUS
Libro
Moby Dick di Herman Melville
Programma Tv
Lo sport
Vino
Rosso
Film
The Big Kahuna
Luogo
New York
Hobby
La corsa e la pittura
Musica
Johnny Cash
Piatto
Tutti i tipi di pasta
Squadra
Juventus