Edoardo Molinari, classe 1981, è stato il primo europeo a vincere l’U. S. Amateur Championship. Professionista dal 2006, ha ottenuto importanti risultati come la Coppa del mondo vinta nel 2009 col fratello Francesco

La storia dell’Open d’Italia, arrivato alla sua 71° edizione, ha sempre presentato location di grande livello tecnico e spettacolare e anche quest’anno, nello splendido contesto del Circolo Golf Torino La Mandria (dal 28 al 31 agosto, informazioni su www.openditaliagolf.com e www.circologolftorino.it), avremo la possibilità di seguire i campioni del golf internazionale.

Per gustarci al meglio il nostro Open abbiamo incontrato due personaggi che del Circolo Golf Torino sono i veri protagonisti, Edoardo Molinari e Sergio Bertaina, che ci hanno raccontato come si prepara e si vive un evento così importante, anzi speciale essendo, è il caso di dirlo, l’Open “di casa”.

Entrambi ci hanno aiutano a confrontare questa esperienza con quelle più “normali” di chi, dal vivo o in televisione, cerca di carpire qualche segreto dai campioni per rendere al meglio nei tornei del week end.

Giocare in casa, un vantaggio?
Il proprio club, dove ci si incontra per le mille sfide con gli amici, è sì luogo conosciuto e privo di sorprese ma anche motivo di frustrazioni, spesso legate alla componente psicologica: «Questa buca proprio non riesco a giocarla, faccio sempre lo stesso errore, non ne posso più».

E per Edoardo Molinari? «Giocare l’Open al GC Torino mi dà sicuramente qualche vantaggio per la conoscenza del percorso, difficile, in cui il tee shot è importante, le occasioni da birdie non mancano e puttare bene è decisivo: i green, piccoli e veloci, infatti, richiedono moltissima attenzione e capacità di leggere bene le pendenze. Score molto bassi è improbabile che si verifichino».

E la mente come reagisce? «L’unica controindicazione solo un po’ più di pressione e forse qualche distrazione. Ma, visto che siamo a Torino, sarà massima la mia disponibilità per rendere l’Open un bel momento da tutti punti di vista, compresi alcuni eventi con Francesco, occasioni simpatiche e di divertimento per noi e il pubblico».

Equilibrio e preparazione
Per i giocatori della domenica tra le esperienze più difficili c’è il susseguirsi di momenti buoni e negativi in uno stesso giro o quando, dopo un sabato di gran gioco, segue una domenica disastrosa. La gestione di euforia e delusione è un fattore decisivo e tra quelli che più differenzia l’amateur dal pro.

«Ci si abitua, non ci si può abbattere per un 76 e non ci si deve far prendere dall’entusiasmo per un 68. L’equilibrio», conferma Edoardo. «in campo, come nei momenti prima e dopo l’evento agonistico, è molto importante per ottenere le prestazioni. Anche pensando alle fasi che precedono la gara non c’è un modo specifico per prepararsi. È proprio l’abitudine a questi tornei ogni settimana che ti prepara ad affrontarli. Nelle fasi di avvicinamento si lavora su aspetti tecnici e di mantenimento della condizione fisica. In prossimità della gara, se ci sono reali problemi, si cerca di curarli magari con espedienti ma non si lavora in modo deciso sullo swing, perché il rischio di creare scompensi più grandi è molto alto. Piuttosto, vale la pena esercitarsi nel putt e nel gioco corto con cui ci si può salvare se il resto non è al massimo».

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NELLE FASI DI AVVICINAMENTO A UN TORNEO

SI LAVORA PREVALENTEMENTE SU ASPETTI TECNICI

E DI MANTENIMENTO DELLA CONDIZIONE FISICA

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Chi e cosa può fare la differenza?
In club house i commenti tra i giocatori della domenica chiamano spesso in causa per una prestazione non esaltante l’orario di partenza (troppo presto, troppo tardi) o i compagni di gioco, magari non simpatici o rapidi. Elementi che possono incidere sulla qualità della performance. Anche se, visti in tv, i professionisti non ne risentono affatto. Forse uno dei motivi è in una delle figure che sui campi da golf italiani è sempre più raro incontrare: il caddie.

«Invece è molto importante», sentenzia Molinari: «Trascorrendo insieme tanto tempo diventa un po’un misto, tra un consulente e quasi amico; c’è confronto e interazione sugli aspetti tecnici, le scelte tattiche, le informazioni utili. Il caddie è d’aiuto anche per mantenere equilibrio e calma in campo. Da questo punto di vista, non fa molta differenza il compagno di gioco anche se, tra i tanti, c’è qualcuno con cui si gioca più volentieri. In generale, si preferirebbe evitare i giocatori lenti, che possono far perdere un po’ il ritmo. Ma anche a questo ci si abitua, fa parte del lavoro, come pure il tee time che, se molto presto, può essere impegnativo facendo anticipare tutte le attività necessarie per essere pronti».

Maestro di golf e allenatore
Lo swing, il secondo più difficile movimento tecnico sportivo dopo il salto con l’asta, rende evidente l’importanza del maestro per chi punti a migliorare la propria capacità di gioco. O anche soltanto a mantenerla.

Il golf, infatti, ha la particolarità di far svanire, senza un po’ di pratica e l’occhio attento del tecnico, le certezze che si credevano consolidate. A conferma di ciò, i pro di tutti i livelli si fanno affiancare per tutto l’anno da uno o più coach, e non solo per il gioco (mental coaching, preparazione atletica e alimentare). «Il livello (e la quantità) dei giocatori è cresciuto, frutto non solo di tecnica e talento ma anche di preparazione, pianificazione e applicazione in ognuna delle componenti dell’essere professionista», conferma a Business People Sergio Bertaina, maestro al Circolo Golf Torino nonché scopritore e primo coach di Edoardo e Francesco Molinari: «E per questo il coach è sempre più importante. Il ruolo si è evoluto tantissimo, come sempre è fondamentale essere pronti ad accogliere le novità. Oggi so molto di più anche solo di cinque anni fa. Nuovi pensieri, nuove sensazioni, pur rimanendo le basi del golf quelle di sempre. Dal contatto con coach internazionali imparo, acquisisco nuove informazioni, le ultime soluzioni tecnologiche e come utilizzarle nell’insegnamento. In giro per il mondo si imparano anche colpi diversi che i campi, le condizioni e l’erba europei non richiedono e che è fondamentale conoscere (anche per insegnarli)». A conferma di ciò, oggi Edoardo e Francesco sono affiancati da altri coach.

«Sono stato io», confessa Bertaina, «a portarli a contatto con loro. Per esempio con Denis Pugh, che segue Francesco, mentre Edoardo ha Sean Foley con cui ha una grande affinità puntando molto su tecnologia e analisi dei dettagli dello swing».

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IL RUOLO DEL COACH È IN CONTINUA EVOLUZIONE

E PER QUESTO È FONDAMENTALE ESSERE

SEMPRE PRONTI AD ACCOGLIERE LE NOVITÀ

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E durante l’Open?
«Durante la gara l’interazione con il coach è molto limitata», spiega Edoardo. «Al massimo, parlando e condividendo con Sean le impressioni dal campo, si individua qualche piccolo accorgimento». All’Open la vicinanza del coach può essere quindi un elemento in più, anche se, spiega Bertaina, «durante le competizioni, meno si parla e meglio è. Il coach deve essere a disposizione, ma in quei momenti l’equilibrio tecnico e psicologico è delicato e bisogna fare molta attenzione. La conoscenza reciproca è fondamentale per costruire la migliore simbiosi: c’è chi, per esempio, chiede di essere “distratto” durante le sessioni di preparazione, altri che preferiscono il silenzio più assoluto. Se ci sono problemi di gioco è difficile trovare soluzioni. Il rischio, lavorando sullo swing, è di togliere fiducia e di non risolvere. Si lascia decidere al giocatore su quale parte (e se) intervenire. In questi casi, la migliore medicina è praticare tanto il putt, bastone e colpo che possono aiutare a mettere le cose a posto». Fattore umano e tecnologia.

Se è cresciuta l’importanza del coach è altrettanto indubbia l’incidenza della tecnologia nel golf. «Le tante innovazioni tecnologiche disponibili mi hanno consentito di conoscere sempre meglio il mio gioco, analizzando nel dettaglio ogni sua componente e di apportare miglioramenti continui», spiega Edoardo. «Anche se i riferimenti rimangono sempre Ben Hogan e gli altri maestri », conferma Bertaina, «le nuove tecnologie stanno aiutando tantissimo: il TrackMan, in particolare, sta migliorando in misura impensabile l’analisi dello swing e del volo di palla, cambiando le possibilità di conoscenza e di lavoro. E la tecnologia nei bastoni e le informazioni a disposizione danno una mano anche ai dilettanti per poter giocare meglio».

La strada per diventare campione
Il golf italiano vede sempre più forte la presenza dei giovani nei circoli che, anche nei tornei internazionali, ottengono risultati di valore assoluto. Più difficile è il passo verso il professionismo in cui entrano in gioco altre componenti, oltre a quelle tecniche, che sono fondamentali per ambire ai traguardi più alti. Negli ultimi dieci anni l’Italia ha assistito all’affermazione di Edoardo e Francesco Molinari frutto del lavoro proprio di Bertaina che conferma come, oltre alle qualità tecniche, serva sicuramente altro.

IL CIRCOLO GOLF TORINO

«Ho capito che si trattava di due ragazzi fuori dal comune dopo i primi risultati, prima che diventassero campioni: da subito si sono mossi in modo “diverso”, più organizzato e pronto per questa professione. Hanno lavorato per essere pronti quando sarebbe arrivato il loro momento. E pensare che a 18 anni si può dire che non fossero i più forti a livello nazionale... La pura parte tecnica vale un 30% del risultato: il resto è ambizione, cultura, voglia di vivere in giro per il mondo, predisposizione al sacrificio, alla vittoria e a saper accogliere anche la sconfitta. Caratteristiche e attitudini che loro già avevano».

Consigli da non perdere
«Curare sempre il tee shot», sottolinea Edoardo, «driver e legno 3, se utilizzati bene, aprono la strada al gioco e il resto viene da sé... E poi non dimenticare mai che il golf (per gli amateur) è un gioco, e deve quindi rimanere sempre un divertimento!». Per Bertaina, invece, «è sempre utile lavorare sui “principi” come grip, set up e mantenere un buon equilibrio. Per chi è disponibile a fare un po’ di lavoro in più, è utile seguire un programma con sessioni per le singole componenti del gioco, tee shot, ferri lunghi, putt, ecc.: pensare e puntare a poche cose, ma fatte bene, in modo che si consolidino. E poi, ricordare sempre che per imbucare i putt sono decisivi concentrazione e cuore: nei momenti importanti si imbuca di più grazie a concentrazione e cuore che alla tecnica».