La verità, per favore. Nient’altro che la verità, nuda e cruda. Lo so, a qualcuno tale esortazione potrà risultare un tantino melodrammatica, ma anch’io – nel mio piccolo – vorrei provare a contrapporre altrettanta foga alla supponente quanto imperante demagogia dello storytelling. Perché vorrei poter dire che ne ho piene le tasche (e siamo in tanti) di questa smania di “raccontarcela”, di continuare a menar il can per l’aia, evitando di dire come stanno realmente le cose, beandoci delle balle e delle mezze verità.

E allora, visto che ci siamo, perché non provare a dirsela almeno stavolta la verità? Alla faccia dell’ennesimo presidente del Consiglio che continua a non raccontarcela giusta, dato che non ha le palle per spiegare una volta per tutte che qualunque governo, in qualsiasi definizione politica e partitica si riconosca, stante la situazione, non avrà mai l’autonomia e i soldi necessari per fare quanto va fatto al fine di risollevare i conti e, quindi, l’economia del Paese. Perché tutti i politici, e Renzi non fa eccezione, essendo in ostaggio del consenso elettorale, non possono correre il rischio di dire agli italiani quello che non vorrebbero mai sentirsi dire. E cioè che anziché lamentarsi per le lacrime e il sangue versati fino a ora, dovrebbero piuttosto rassegnarsi ad affrontare sacrifici addirittura maggiori, se vogliono realmente salvare se stessi e il Paese in cui vivono. E per questo dire addio ad alcuni servizi, dall’oggi al domani, e pagarne di tasca propria degli altri. Il tutto in ragione di un unico, ma significativo traguardo: un sensibile abbattimento dell’abnorme debito pubblico – oltre 2.250 miliardi di euro, pari a oltre 37 mila euro a cittadino – che abbiamo ereditato dai nostri padri e che stiamo continuando a ingrossare incapaci come siamo di mettere in cantiere una spending review degna di dirsi tale.

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I governanti, ostaggi del consenso elettorale,

non possono correre il rischio di dire agli italiani

quello che non vorrebbero mai sentire

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Basterebbe un abbattimento del 20% per cominciare a ragionare, da effettuarsi in un arco di tempo relativamente breve, in modo da poter contare su un taglio deciso degli interessi annui. Ma dove procurarsi giusto quegli oltre 450 miliardi per intervenire? Attraverso gesti impopolari, odiosi, vedi – solo per fare un esempio, seppur non dei più riusciti – il prelievo del sei per mille sui conti correnti operato nel 1992, ma necessari. Certo l’allora premier Giuliano Amato, affiancato dal presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro, nonché dal governatore di Bankitalia Carlo Azeglio Ciampi, furono ricoperti di improperi, tuttavia – grazie a quella manovra, che fruttò (unita ad altri provvedimenti) la miseria di 30 mila miliardi di lire – evitammo il baratro. Oggi sono ben altri gli ordini di grandezza, anche perché nel frattempo l’abisso si è fatto più profondo, mentre la qualità del “personale politico” che dovrebbe evitarcelo è decisamente scaduta. Ma su questo precipizio va gettato un ponte, perché se negli anni a seguire i soldi risparmiati dagli interessi sul debito fossero reinvestiti per migliorare i servizi essenziali (scuola e sanità in primis) e per abbattere il cuneo fiscale che erode i salari e mortifica i consumi, i nostri figli e nipoti ce ne sarebbero grati in eterno. Lo so, si tratta di una verità durissima da digerire, ma siamo sicuri di poterci ancora permettere di continuare a tacercela?

Le opinioni

Il punto di vista del direttore di Business People, Vito Sinopoli

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