Solo i laureati residenti al nord gestiscono il conto corrente via web

Ci lamentiamo spesso dei costi delle banche e dei conti correnti, ma poi non facciamo nulla per contribuire a tagliarli. La stragrande maggioranza dei nostri connazionali, infatti, preferisce affidarsi ai canali tradizionali per gestire uscite ed entrate, effettuare bonifici, fare pagamenti, quando invece è solo ricorrendo al web che si potrebbero evitare di pagare decine di euro di commesse all’anno. A scattare una fotografia aggiornata della situazione italiana è l’ultima edizione del rapporto sull’e-Banking, realizzato da Bem Reserch (start-up che si occupa di big data, ricerca economico-finanziaria e web marketing), sulla base dei dati Eurostat. Nonostante la quasi totalità della popolazione possieda uno smartphone o un altro device elettronico, nel 2017 solo il 31% si è servito di internet per le operazioni bancarie. Quasi il 70%, dunque, ai servizi online offerti dalla propria banca ha preferito ancora una volta i canali tradizionali: sportelli fisici e operatori. Rispetto al 2016, in realtà, c’è stato un lieve miglioramento, di 2 punti percentuale, ma a oggi siamo ancora lontani dalla media europea, che è pari al 52%.

I Paesi che più utilizzano l’e-Banking

Ma chi sono gli italiani che scelgono i servizi di e-Banking? Soprattutto giovani laureati che risiedono nelle grandi città del nord, in prevalenza di sesso maschile (10% in più rispetto a quello femminile). Tutti gli altri non si fidano del web. Per lo più per ragioni socio-culturali: lo scarso livello di istruzione, le basse conoscenze informatiche, i falsi miti sono tutti fattori che contribuiscono ad aumentare la diffidenza verso l’uso dei canali online delle banche. Lo dimostra il fatto che nell’area euro utilizzano l’e-banking solo il 25% dei soggetti con bassa scolarizzazione, mentre in Italia ci fermiamo a un ancora più basso 12%. I Paesi che più si affidano a internet per gestire le loro finanze sono Danimarca (90% della popolazione), Olanda (89%), Finlandia (87%) e Svezia (86%). Peggio di noi fanno solo Cipro, Grecia, Romania e Bulgaria. Del resto, se dieci anni fa eravamo partiti con un ritardo rispetto alla media europea di 13 punti percentuali, ora siamo saliti a 19.