Italian Sounding: come arginare il fenomeno della pirateria agroalimentare

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Alzi la mano chi, curiosando tra gli scaffali di un supermercato straniero, non ha rischiato di perdere il senno davanti a prodotti come il formaggio Reggianito, gli spaghetti con meatball, rigorosamente in scatola, o l’invitante “mortadela Siciliana”. L’impatto con un simile carosello di fantasia picaresca può far sentire il turista italiano in una puntata di Black Mirror quando, in realtà, si trova davanti ad alcuni esempi di Italian Sounding . Per chi volesse rinunciare agli inglesismi, si può tranquillamente parlare di pirateria agroalimentare, visto che si tratta di prodotti che vengono spacciati per italiani, e di pregio, pur non essendolo, ingannando i consumatori. Il fenomeno ha già assunto dimensioni ragguardevoli ed è in piena espansione, visto che negli ultimi dieci anni il suo valore è cresciuto del 70%.

Secondo l’Istat, nel 2017 l’export alimentare italiano ha toccato la cifra record di 41 miliardi di euro, con una crescita del 7% sul 2016. Nello stesso anno, però, stima Coldiretti, il giro d’affari dei prodotti pseudo-italiani si è attestato sui 100 miliardi di euro, più del doppio. «Da un punto di vista economico è un danno enorme, perché questa produzione toglie spazio alla nostra. Inoltre, danneggia il made in Italy anche in un altro modo, perché molto spesso è di scarsa qualità, ma i consumatori credono siano davvero italiana. Però il dilagare dell’Italian Sounding è anche la dimostrazione che c’è un grande interesse per i nostri prodotti e un ampio margine di crescita del loro mercato», spiega a Business People Lorenzo Bazzana, responsabile economico di Coldiretti, che da anni studia il fenomeno e che ha valutato anche l’impatto della pirateria agroalimentare da un punto di vista occupazionale: la quota di mercato sottratta dalle imitazioni ai prodotti autenticamente italiani costa 300 mila posti di lavoro.

L’universo dell’Italian Sounding è vasto e interessante, al di là delle letture più caricaturali. L’anno scorso ha provato a studiarlo Assocamerestero con un’indagine – condotta nell’ambito del progetto True Italian Taste , promosso e finanziato dal ministero dello Sviluppo economico (Mise) – che aiuta a superare alcuni luoghi comuni. Per esempio, quello secondo il quale chi compra imitazioni, come le Lasagne Bolognese prodotte da Milaneza, gruppo Cerealis, con sede a Maia, Portogallo, lo faccia per risparmiare. Se può essere vero dove l’abbattimento dei costi è molto significativo, come in Gran Bretagna, dove i falsi costano, in media, un 69% in meno di quelli italiani, non è così in Francia, dove – fatto 100 il costo dell’originale – quello del falso è 166,4. In Svizzera, i formaggi e la pasta italiani costano rispettivamente un 34,5% e un 33% in più, mentre i prodotti da forno piratati sul circuito spagnolo sono più cari di un 10,7%. Quindi non è una questione di “vorrei ma non posso” ma di “vorrei ma non so”. I consumatori stranieri non hanno gli strumenti per distinguere un Dobro Salama Napoli, croato, da un vero salame italiano e, più in generale, per non essere ingannati da un tricolore usato in modo truffaldino. 

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Per contrastare l’Italian Sounding , allora, si punta sull’informazione, portando la cultura alimentare italiana all’estero per raccontare la storia e le caratteristiche di un patrimonio enogastronomico unico al mondo. È questo l’obiettivo del già citato progetto True Italian Taste o dell’iniziativa nata da una collaborazione tra la Direzione generale lotta alla contraffazione del Mise e Federalimentare, in virtù della quale, negli anni scorsi, sono stati organizzati eventi in Canada e Russia, con seminari e masterclass per educare i consumatori locali. È una strada da battere anche se, rivolgendosi a poche centinaia di persone per volta, è come svuotare il mare con un secchiello. 

Non restano allora che gli accordi commerciali, che sono una soluzione imperfetta, come si è visto con la polemica divampata sul trattato di libero scambio tra Unione europea e Canada (Ceta). Molti imprenditori lo hanno accolto con entusiasmo (vedi intervista a Oscar Farinetti), altri attori, come Coldiretti, invece ne hanno evidenziato i gravi limiti. «Gli accordi bilaterali che sta stipulando l’Ue per la prima volta mettono in dubbio la proprietà intellettuale delle nostre produzioni, e lo fanno accettando, come nel caso del Ceta, che alcuni nostri nomi geografici possano essere utilizzati anche da produttori stranieri», spiega Bazzana. «C’è chi dice che questo sia un grande passo in avanti, che prima in quei Paesi non potevamo esportare se non con nomi diversi, perché quelli originali erano già stati registrati da produttori locali, ma così si creano precedenti deleteri che potrebbero essere disastrosi per le produzioni nazionali. Il Ceta ci garantisce che in Canada non ci potrà essere un’altra Mortadella Bologna ma un prodotto che si chiami mortadella o Bologna lo dovremo accettare: capisce quali grandi vantaggi ci ha portato questo trattato?», si accalora il sindacalista.

Un altro aspetto sul quale premono i produttori nazionali è l’etichettatura, che consentirebbe di svelare l’origine del prodotto. «Lo si fa già per il grano utilizzato nella pasta, per il riso nel riso commerciale, per il latte usato nei formaggi e nei derivati lattino-caseari. E sono norme che sono state concordate con l’Ue, la quale ultimamente si è resa conto che esiste un problema e potrebbe legiferare in maniera più convinta», conclude Bazzana. Alcuni Paesi premono perché Bruxelles estenda l’obbligo di etichettatura a prodotti che ora ne sono esenti, come i salumi. Ma non sarà facile, perché sul tema si scontrano i grandi esportatori di prodotti agricoli, quali Italia e Francia, e quelli importatori o che guadagnano grazie alle triangolazioni commerciali, come Belgio e Olanda. Se è difficile far parlare l’Italia con una voce sola, figurarsi quanto lo sia trovare una posizione comune per 27 Paesi. Nel frattempo la pirateria prospera e ai produttori italiani non resta che berci su. Possibilmente non un Barbaresco bianco made in Romania o un Chianti californiano.

Articolo pubblicato sul numero di Business People, gennaio-febbraio 2019