Imprese: la “mala burocrazia” costa alle Pmi 31 miliardi l’anno

Oltre 30 miliardi di euro: è quanto è chiamato a sborsare ogni anno il sistema della Pubblica amministrazione a causa della “mala burocrazia” tipicamente italiana. Il calcolo è stato fatto dall’Ufficio studi della Cgia di Mestre sulla base dell’ultima rilevazione effettuata dal dipartimento della Funzione presso la presidenza del Consiglio dei ministri. “Siamo soffocati da una mala burocrazia che sottrae ai piccoli imprenditori sempre più tempo e risorse per compilare un numero debordante di adempimenti, di certificati e per onorare una moltitudine di scadenze disseminate lungo tutti i 12 mesi: questa criticità costa al sistema delle Pmi italiane 31 miliardi di euro ogni anno” si legge nel rapporto.

Se si considera la facilità di fare impresa, su 19 Paesi dell’area Euro siamo solo 14esimi. Del resto, considerando i dati della Banca Mondiale (Doing Business 2018), secondo la Cgia, l’Italia è ultima sia per il costo necessario ad avviare un’attività (con una percentuale pari al 13,7% sul reddito pro capite) sia per le spese finalizzate a recuperare i crediti nel caso di un fallimento (22% del valore della garanzia del debitore). Saliamo di sole due posizioni (terzultimo posto) nelle voci riguardanti il numero di ore annue necessarie per pagare le imposte (238) e il numero di giorni indispensabili per ottenere una sentenza commerciale (1.120 giorni). Infine, ci collochiamo quart’ultimi in classifica per numero di giorni necessari per ottenere il permesso per la costruzione di un capannone (227,5 giorni) e sestultimi per le spese in una disputa commerciale (23,1% del valore della merce).

Tutte le regioni e le Pmi hanno a che fare con la “mala burocrazia”

Secondo l’indagine condotta dalla Commissione Europea sulla qualità della Pubblica amministrazione su 192 territori dell’Ue, citata nel rapporto della Cgia, i 31 miliardi che il sistema delle Pmi italiane sperpera a causa della burocrazia lenta e farraginosa non hanno un’unica origine. Le perdite sono equamente distribuite sul territorio. È vero, infatti, che le principali regioni centrali e meridionali compaiono per otto volte nella classifica dei peggiori 20, con la Calabria che si classifica al 190/o posto del ranking generale, ma il resto d’Italia non fa molto meglio. La regione italiana migliore è il Trentino Alto Adige, che comunque è relegato al 118/o posto a livello europeo. Seguono l’Emilia Romagna e il Veneto, rispettivamente al 127/o e 128/o posto, poi la Lombardia al 131/o posto e il Friuli Venezia Giulia al 133/o.