Milano et - mitologia, Piero Manzoni

Milano et - mitologia (1956), Piero Manzoni, olio e cera su tavola

«Un giovane pittore, Piero Manzoni, di trent’anni, è morto per paralisi cardiaca nel suo studio al pianterreno di via Fiori Chiari 16», scriveva il Corriere d’Informazione di Milano il 7 febbraio 1963. In realtà, Piero Manzoni aveva smesso da almeno cinque anni di essere “pittore”. La pittura, praticata da dilettante, gli era servita nella sua personale marcia di avvicinamento all’essere “artista”: identità lanciata verso la fine del 1957, con una serie di quadri bianchi, e chiusa a ridosso della morte con la pubblicazione di un libro trasparente, intitolato Piero Manzoni: Life and Works . Ma a Milano, 51 anni fa, fuori dai circoli dell’avanguardia, essere artista voleva ancora dire essere “pittore”. E se dentro questi circoli stavano accadendo cose che avrebbero segnato in maniera indelebile gli sviluppi dell’arte, non solo italiana, lo si doveva in gran parte proprio a lui e al suo instancabile lavorare, organizzare, scrivere, viaggiare, tessendo relazioni con l’avanguardia europea.
Lui, il “pittore” Piero Manzoni, nato nel 1933 a Soncino, nel cremonese, dove nel 1956 esordisce con pitture che la stampa locale definisce «surrealiste». A chiusura simbolica delle celebrazioni del cinquantenario dalla morte – tenutesi, in verità, più all’estero che in Italia – Milano gli rende omaggio con una mostra a Palazzo Reale, la più importante mai realizzata in città dalla sua morte. Curata da Flaminio Gualdoni e Rosalia Pasqualino di Marineo, in collaborazione con la Fondazione Piero Manzoni, promossa e prodotta dal Comune di Milano – Cultura, Palazzo Reale e Skira editore, Piero Manzoni 1933-1963 raccoglie oltre 130 opere che rendono conto della sua intera parabola artistica. Una parabola breve ma estremamente intensa, che nel giro di sette anni lo porta dai paesaggi di campagna della sua formazione agli “achrome”, a operazioni e progetti che anticipano e influenzano l’esplosione delle avanguardie concettuali, poveriste e comportamentali degli anni Sessanta. Una rapidità dovuta anche a un’incrollabile determinazione, che da gregario della compagine nucleare lo porta nel giro di due anni a essere un capofila riconosciuto dell’avanguardia meneghina.

Due anni segnati dalla frequentazione di Lucio Fontana a Milano e ad Albissola, dalla scoperta del lavoro di Marcel Duchamp e da numerosi altri riferimenti e incontri, che Manzoni rielabora nella direzione di un rapido superamento dell’informale e dell’espressione, che non può che essere, dal suo punto di vista, un superamento della pittura. Già nel 1957 invoca il rifiuto del quadro come luogo di proiezione delle nostre “scenografie mentali”, e un bisogno di assoluto che lo porta ai primi quadri bianchi, esposti all’inizio del 1958: in cui il bianco non è un colore, ma un’assenza di colore, e il quadro diventa “un’area di libertà”.

UNA GALLINA DALLE UOVA D’ORO
VITA BREVE, CARRIERA FULMINANTE, PRODUZIONE CONTENUTA, VALORE CULTURALE IN CONTINUA CRESCITA: CHE PIERO MANZONI SIA UNA GALLINA DALLE UOVA D’ORO PER IL MERCATO DELL’ARTE NON DEVE STUPIRE. NEL MAGGIO 2013, CHRISTIE’S HA VENDUTO UN SUO ACHROME DEL 1957 A UN COLLEZIONISTA EUROPEO PER 14,2 MILIONI DI DOLLARI. LA MERDA D’ARTISTA , CHE IN VITA PROPONEVA A 21 MILA LIRE (700 LIRE AL GRAMMO, COME L’ORO), IN ASTA HA SUPERATO I 120 MILA EURO. A PESO D’ORO, ATTUALMENTE VARREBBE CIRCA 900 EURO.

Da quel momento, il suo percorso si snoda lineare, continuo e potenzialmente infinito come le linee che espone nella sua prima personale alla galleria Azimut, lo spazio di sperimentazione da lui fondato, alla fine del 1959; e di cui scrive in Libera dimensione , la sua più completa dichiarazione di poetica, pubblicata sulla rivista Azimuth nel gennaio seguente: «La questione per me è dare una superficie integralmente bianca (anzi integralmente incolore, neutra) al di fuori di ogni fenomeno pittorico... una superficie bianca... che è e basta: essere (ed essere totale è puro divenire). Questa superficie indefinita (unicamente viva), se nella contingenza materiale dell’opera non può essere infinita, è però senz’altro indefinibile... e ciò appare ancora più chiaramente nelle “linee”; qui non esiste più nemmeno il possibile equivoco del quadro; la linea si sviluppa solo in lunghezza, corre all’infinito; l’unica dimensione è il tempo».
In questa dichiarazione c’è tutto il lavoro di Manzoni, passato e futuro: c’è l’evoluzione degli achrome, dai primi esperimenti con il gesso e il caolino all’abbandono di ogni componente pittorica attraverso l’uso del cotone idrofilo e della fibra sintetica; ci sono le linee, tracciate con un pennello o un tampone su un rotolo di carta di diverse lunghezze, poi arrotolate e sigillate in un tubo, che prima spersonalizzano e poi nascondono il gesto pittorico, trasformandolo in pura potenza; c’è la riflessione di Manzoni sull’arte come traccia materiale di un essere nel tempo – che diventerà anche, nei suoi ultimi anni, “meta riflessione” sull’essere artista (si pensi al percorso che dalle prime impronte conduce alla celeberrima Merda d’artista ) –; e c’è il suo incrollabile vitalismo, stroncato, a trent’anni, dalla vita ma che ancora si esprime in questa retrospettiva: che racconta di un artista non ancora pronto per essere consegnato agli annali della storia.

PER SAPERNE DI PIÙ
FRA I MASSIMI ESPERTI ITALIANI – CON GERMANO CELANT – DEL LAVORO DI PIERO MANZONI, FLAMINIO GUALDONI HA CONTRIBUITO NON POCO, NEGLI ULTIMI ANNI, ALLA DIVULGAZIONE. NEL 2013 HA PUBBLICATO, CON JOHAN & LEVI, PIERO MANZONI. VITA D’ARTISTA , UNA BEN DOCUMENTATA BIOGRAFIA CHE NE RIPERCORRE LA VICENDA, RICCA DI DOCUMENTI E DI IMMAGINI D’ARCHIVIO. IN OCCASIONE DELLA MOSTRA MILANESE, OLTRE AL CATALOGO SKIRA PUBBLICA ANCHE, NELLA COLLANA SMS SKIRA MINI SAGGI, BREVE STORIA DELLA MERDA D’ARTISTA , IN CUI LO STESSO AUTORE SI SOFFERMA SU UN CAPOLAVORO CONTROVERSO MA ANCORA IN GRADO DI METTERE IN SCACCO LA NOSTRA VISIONE DELL’ARTE.