Green Job: chi lavorerà alla transizione energetica?

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La ripresa c’è, i lavoratori no: le imprese, dice il Censis, già oggi non riescono a trovare 233 mila risorse. E dei 2,4 milioni di nuovi posti di lavoro green che verranno creati grazie ai progetti del Pnrr, 741 mila rischiano di rimanere vacanti perché non ci sono abbastanza manager o tecnici qualificati. Se ci fossero, il Pil salirebbe al 7,1%, mentre senza di loro la perdita economica ammonterebbe a 21 miliardi di euro. Siamo arrivati al paradosso: l’economia è in ripresa, abbiamo i fondi necessari per la transizione e le aziende vogliono assumere, però mancano all’appello i professionisti e i manager all’altezza delle richieste. Che fare? Da un lato, come ha più volte detto Stefano Maglia, presidente dell’Associazione italiana esperti ambientali, le imprese devono investire in competenze, interne ed esterne, perché le nuove professioni green saranno vincenti e molto ricercate. E sono molte: dal mobility manager , al giurista ambientale, dall’energy manager al waste manager  e HSE manager, che si occupa della gestione di salute, sicurezza e ambiente, e molte altre ancora. Di nuovi lavori nella green economy, infatti, ce ne sono molti: è qui che, secondo i dati Symbola-Unioncamere, avviene una assunzione su tre, tra bio muratori ed eco designer, bio agricoltori o riciclatori.

Insomma, la sostenibilità paga, anche lo stipendio, e gli occupati nei green job , al 2020, sono arrivati alla cifra di 3 milioni. Per Ermete Realacci, presidente di Fondazione Symbola, stiamo assistendo a uno spostamento molto forte del mercato del lavoro verso nuovi mestieri, ma anche a una rivisitazione di settori tradizionali alla luce di spinte legate al contrasto alla crisi climatica. Eppure, come ricorda spesso il ministro per la Transizione ecologica Roberto Cingolani, sui green job abbiamo serissimi problemi di formazione: già oggi mancano all’appello 15 mila tecnici e 30 mila ricercatori e nel periodo fino al 2025 il 38% del fabbisogno di professioni richiederà competenze green con importanza elevata, circa 1 milione e 300 mila occupati. 

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Se c’è carenza, allora occorre intervenire, partendo da percorsi di formazione adeguati: serve infatti un’istruzione specifica, autorevole e aggiornata perché si tratta di una materia in continua evoluzione e dalle difficili interpretazioni. Ed è questa la prima difficoltà. Ma non è insuperabile. «In un momento di cambiamenti nel mondo del lavoro, i responsabili HR si trovano ad affrontare una nuova grande sfida in termini di domanda e offerta di lavoro», conferma Alessandro Verrini, VP Sales di CoachHub. «Nel 2022 sarà dunque prioritario, per le risorse umane, sviluppare strategie di formazione efficaci in grado di rispondere in modo adeguato alle esigenze emergenti e alle problematiche attuali dovute alla discrepanza tra domanda e offerta di lavoro». 

Ed è proprio su questa linea che stanno nascendo molti progetti di formazione ad hoc per i mestieri green e le nuove figure legate alla transizione. Ultima in ordine di tempo, ma non è la sola, è la Scuola di alta formazione per la transizione ecologica, un progetto di Italian Exhibition Group con l’Università di Bologna in collaborazione con Rete Ambiente. Ma attenzione: le persone chiave del cambiamento non sono solo quelle con competenze avveniristiche e nomi inglesi impronunciabili. No, la transazione si fa anche con le professioni più tradizionali. «Le figure che saranno formate impattano su vari rami dell’organigramma di un’azienda», ha detto Alessandra Astolfi, Group brand manager di Ieg-Italian Exhibition Group alla presentazione della scuola. «Parliamo di figure che sono più amministrative, che occupano gli uffici acquisti, risorse umane, commerciali, sales, poi ci sono anche coloro che devono fare proprio uno sviluppo in chiave sostenibile: mi riferisco, ad esempio, agli energy manager , che già ci sono in alcune aziende, o ai waste manager  o ancora tutte quelle figure che devono approvvigionare le risorse. C’è tutto un mondo di opportunità che spesso non è conosciuto dalle grandi e piccole e medie aziende e queste opportunità devono essere colte».

Il secondo problema è il tempo: bisogna fare in fretta, perché se l’Italia è uno dei Paesi che beneficerà di oltre 200 miliardi di euro per rinnovare il proprio tessuto produttivo in chiave green, è chiaro che non possiamo permetterci il lusso di temporeggiare: è necessario agire subito, portare a casa i progetti, metterli in opera e orientare il business delle aziende in chiave di sviluppo sostenibile. E per fare questo, a chiusura del cerchio, servono le persone.