Leadership: la cosa più importante per un capo

© iStockPhoto

È ancora possibile dire qualcosa di originale sulla leadership? Ci prova nel suo ultimo libro, La cosa più importante per un leader  (Roi Edizioni), John Maxwell, coach e autore americano da 31 milioni di copie vendute. L’idea non banale è questa: la cosa più importante che un leader possa fare è aiutare altri a diventare capi. Ma perché un manager, solitamente focalizzato sulla carriera e sul business aziendale, dovrebbe dedicare tempo, fatica, risorse ed energie per aiutare altre persone a crescere e diventare... come lui? Perché solo così si massimizza il suo contributo, risponde Maxwell, uno che ogni anno viene consultato dalle più grandi organizzazioni del mondo, tutte nella classifica Fortune 500, e da numerosi capi di Stato. «Nulla al mondo fornisce a un leader un Roi così elevato come attrarre, far crescere e moltiplicare altri leader», dice. «È la chiave del successo per qualunque Paese, famiglia, organizzazione o istituzione».

Quindi, il capo è colui che ne crea altri. Dove li trova? Il segreto è riconoscere chi ha vero talento. «La prima cosa che dobbiamo fare è sapere chi stiamo cercando: troppe volte ci fermiamo agli stereotipi invece di cercare leader autentici, quelli che hanno la capacità di guidare e hanno già dimostrato in passato, in qualunque ruolo o settore, di aver portato a casa il risultato». Già, gli stereotipi: sono la somma di tutte le banalità che si sentono dire sulla leadership. E Maxwell, si diverte proprio a fare questo: sgomberare il campo dai luoghi comuni. Per esempio: non è vero che un leader debba motivare i suoi uomini. Possibile? Ma cos’altro dovrebbero fare invece? «Se le tue persone hanno bisogno di motivazione, allora hai le persone sbagliate. La motivazione è un lavoro interiore. Se, come leader, devi lavorare per trovare la motivazione giusta per ogni singola persona del tuo team, non otterrai mai nulla». Invece, sarebbe meglio che le persone imparassero da sole a motivare se stesse, mentre il leader dovrà poi essere d’ispirazione, possibilmente con una visione avvincente, oppure dando loro la libertà di sperimentare, o ancora alimentando la loro curiosità.

Quindi: il leader non motiva ma ispira, non trascina ma raccoglie. Ma soprattutto, i numeri uno non sono necessariamente quelli che fanno grandi cose, ma quelli che mettono altri in condizione di farle, trasmettendo valori, energia, strumenti di lavoro, trucchi e segreti del mestiere. Coltivare dei leader tenendo a mente tutto questo sarebbe, dunque, il miglior modo per far crescere qualunque organizzazione. L’idea è certamente bella, ma suscita alcune perplessità e puntuali distinguo.

Sul numero di Business People settembre  ne abbiamo parlato con:

  • Cristian Sala - Kelly Services Italia
  • Giuseppe Cristoferi- Arethusa
  • Stephanie Vella - Consulente aziendale
  • Francesco Tamagni - Intermedia Selection
  • Pasquale Natella - Exs Italia
  • Paolo Iacci – Aidp

Scarica la rivista in versione digitale per leggere l’articolo