L’Ocse promuove le imprese statali, ma solo se hanno una governance solida

Ancora oggi, le imprese a proprietà statale, conosciute anche con l’acronimo Soe (dall’inglese state owned entreprises), sono una realtà in molti Paesi. A differenza di quanto pensa qualcuno, non sono il male assoluto. Purché abbiano una governance solida. Questa perlomeno è l’opinione dell’Ocse, che ha sviscerato la questione nel report “Business and finance outlook 2018”. Secondo l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, se le imprese statali rispettano determinati criteri e aderiscono agli standard internazionali di cui l’organizzazione stessa è promotrice, allora possono essere anche un bene per gli Stati. Ma se non sono ben separate da altre funzioni del settore pubblico, non hanno elevati standard di governance e accountability e non operano alla pari con i concorrenti privati, allora potrebbero subentrare dei problemi. In particolare, a destare maggiore preoccupazione dovrebbe essere la vicinanza con il governo. Per almeno tre ragioni: può portare a mescolare obiettivi economici a obiettivi non economici, può favorire una cattiva allocazione delle risorse e può creare una concorrenza sleale. Un’altra grande criticità è rappresentata dalla corruzione, spesso più elevata nelle imprese statali (e non solo nei grandi progetti infrastrutturali). La conferma arriva dalla stessa Ocse, che ha spiegato che circa il 57% delle tangenti pagate all’estero è legato ad appalti pubblici.

I Paesi più “ricchi” di imprese statali

Lo spunto per parlare delle imprese statali arriva dal “Belt and road initiative”, il maxi progetto lanciato dalla Cina che ha l’obiettivo di connettere le regioni che si trovano lungo l’antica via della seta e che finora ha coinvolto 72 Stati, anche europei. Il colosso asiatico, infatti, è la patria delle società statali, oltre che di 102 fra le prime 500 imprese mondiali (contro le 10 del 2000). Ma fra i Paesi in cui le Soe partecipano in maniera considerevole al Prodotto interno lordo ci sono anche la Russia, il Brasile, gli Emirati arabi, l’Arabia saudita, l’India, l’Indonesia, la Norvegia e la Tailandia.