© Gianni Giansanti, LAT Photographic and Marco Glaviano

Flavio Briatore

Inseguito dai piloti di Formula 1 per i quali sembra avere un tocco magico. Lusingato dai manager per la sua intraprendenza, che spa­zia dallo sport al fashion. Adorato dai vip, che fanno a gara per pre­senziare al suo Billionaire, e dalle modelle, almeno prima del suo in­contro e successivo matrimonio con Elisabetta Gregoraci. Avversa­to dai politici, soprattutto quelli di sinistra con i quali spesso è en­trato in conflitto. Flavio Briatore è l’uomo che si è fatto da solo, par­tendo da Verzuolo in provincia di Cuneo e arrivando fino a Londra, città dalla quale dirige l’Ing Renault F1 Team e vigila sulla squadra di calcio Queen’s Park Rangers, acquisita insieme a un gruppo di amici, tutti rigorosamente nella classifica dei miliardari stilata da Forbes. Ma Flavio Briatore è qualcosa di più, un vero e proprio mar­chio di successo e al tempo stesso una filosofia di business che ha nel “metterci la faccia” e nell’impegnarsi sempre e comunque in prima persona la sua massima espressione.

Geometra, maestro di sci, gestore di ristoranti, assicuratore, di­scografico, broker di Borsa, tutto questo prima dell’incontro con Luciano Benetton. Che consiglio darebbe ai giovani che voglio­no avere successo?
Cercare di conoscere nuovi luoghi e culture è la migliore formazio­ne. Chi vuole avere successo, specialmente adesso con la globaliz­zazione, deve viaggiare. E poi magari fermarsi in un Paese dove c’è possibilità di lavoro e meritocrazia.

E l’Italia non appartiene al novero di questi Paesi?
In Italia è molto difficile dare ai giovani delle opportunità, special­mente al Sud.

Dopo la Formula 1 ha investito nel calcio inglese creando una cordata per l’acquisto del Queen’s Park Rangers. Lo sport è un suo terreno privilegiato di investimento? O semplice passione?
Lo sport è un po’ passione e un po’ business. Ancora di più il calcio inglese che, a differenza di quanto accade nel nostro Paese, è molto seguito sia per quanto riguarda la Premier League, corrispondente alla nostra Serie A, sia per le serie minori, First Division (oggi chia­mata Football League Championship) e Second Division, le serie B e C. Ci sono squadre della Second Division in grado di attrar­re negli stadi fino a 30/40 mila tifosi e la media nella Football Lea­gue Championship è di 18 mila presenze negli stadi, allo stesso li­vello della Serie A.

Non è l’unica differenza tra Italia e Uk in termini di investimen­to sportivo.
In Gran Bretagna acquistare una squadra significa anche avere uno stadio di proprietà, con la possibilità di sviluppo di real estate im­mobiliare intorno. Qui il calcio è un business, non la passione di una persona che investe grandi fortune per avere piccoli ritorni.

Ma cambierà il modo di concepire lo sport anche in Italia?
È necessario cambiare mentalità. In Inghilterra gli stadi sono sem­pre stati di proprietà dei club, inoltre i diritti televisivi sono divisi tra le varie squadre in modo equo, solo una parte dei soldi è ripartita anche in base ai risultati. In questo modo il calcio vive dello spetta­colo che produce, se si è oculati. È possibile andare a break even, il che mi sembra giusto. In Italia invece c’è una differenza enorme tra le prime tre, quattro squadre e le ultime. Per cui i primi rimarranno primi e gli ultimi resteranno ultimi.

A proposito ho letto che lei parla dell’acquisizione di Queen’s Park Rangers come dell’iniziativa di un gruppo di amici, un sor­ta di club. È corretto?
Qpr è parte di un progetto e come tale ha la sua tempistica. Affin­ché fosse un’iniziativa piacevole e non impegnativa era necessario che non ci disturbasse. Ecco perché siamo cinque soci. Questo si­gnifica che se dobbiamo investire una sterlina, quella sterlina è di­visa per cinque. In questo modo l’impegno diminuisce e il diverti­mento aumenta.

In numerose interviste lei ha dichiarato che sono stati fondamen­tali per il suo successo l’incontro con Luciano Benetton e Bernie Ecclestone. Che cosa gli hanno dato?
Nella vita è importante essere nel posto giusto, al momento giusto e con le persone giuste. Luciano è un uomo che ha visione. Sono convinto che quando tu sei vicino a una persona che ha visione magari non capisci, ma impari. Bernie è uguale. Un uomo che già 15 anni fa parlava di realizzare il Gran Premio in Cina. Entram­bi mi hanno insegnato in modo diverso che il punto di partenza di un progetto è un pezzo di carta bianca. Tutti quanti hanno idee, ci sono un sacco di persone piene di idee. Portarle a termine è un po’ diverso. Luciano e Bernie mi hanno fatto capire che si possono por­tare a termine.

Lei ha scoperto Michael Schumacher e Fernando Alonso. Que­stione di fortuna?
Di piloti ne abbiamo scoperti diversi, tra cui Jarno Trulli, Giancarlo Fisichella, Heikki Kovalainen e Nelson Piquet, ma con Fernando e Michael abbiamo vinto i mondiali. Dietro c’è molto lavoro, non è che io sia il più fortunato. Ma se lavori con entusiasmo la fortuna ti aiuta anche di più.

Come si fa a costruire un team vincente?
Qualunque società, qualunque brand è fatto di persone e le per­sone sono ciò che decreta il successo o l’insuccesso di un’iniziati­va. Scegliere i compagni di cordata giusti, quando sali una monta­gna è fondamentale. C’è chi ti porta fino ai 1.000 metri, chi ti por­ta dai 1.000 ai 2.500 e chi sa usare le bombole d’ossigeno per sca­lare gli ultimi metri. Devi essere bravo a scegliere il team, a mo­tivarlo, a viverlo ed essere con questo trasparente. Il successo ri­cade su tutti, per cui tutti devono essere complici e partecipi allo stesso modo.

Qualche tempo fa ha dichiarato «In Italia è molto difficile capi­re chi lavora per il Paese. I politici hanno troppi clienti da ser­vire e sono tutti clienti incazzati. Io non sono né di destra né di sinistra, dico soltanto che in Italia non si governa». È ancora di questa opinione?
Parlavo dei politici di estrema sinistra, ad esempio di Diliberto, e di­cevo che la loro missione è quella di tenere incazzati i clienti. Ab­biamo visto cosa è successo: l’estrema sinistra è sparita. Sono pochi i politici che hanno lavorato un’ora nella loro vita. Berlusconi è un imprenditore, è una persona che ha visione, ha avuto successo, è stata sul mercato e ha fatto cose incredibili. Invece, normalmente un politico non ha mai lavorato un’ora, non fa altro che mettere in posizioni importanti i suoi amici.

Quindi chi è il politico ideale?
È colui che ha visione e concretezza. Sono convinto che Berlusconi, vista la larga maggioranza, possa fare le riforme. Non ci sono se e ma. Abbiamo visto il buco del Comune di Roma sotto la guida di Veltroni. Per fortuna non gestisce il Paese perché se creava un buco proporzionale a quello del Comune di Roma, pensa dove andavamo. Quindi ben vengano i Berlusconi e i Tremonti,
persone che sanno lavorare. Devono esserci più imprenditori in politica. C’è tanto da fare. Per esempio non mi sembra normale che in Italia, nel Sud in particolare, non ci siano dei porti. I politici ignorano il fatto che la diportistica vale circa 4 miliardi di euro. Costruire in meridione i porti oppure convertire aree di porti commerciali che esistono già e che sono completamente abbandonate rilancerebbe non solo la nautica, ma anche il turismo. Spero che il governo faccia qualcosa, perché peggio di così non si può.

Essendo impegnato attivamente nel turismo con il Billionaire in Sardegna, il Twiga in Versilia, il resort Lion in the sun Thalaspa Henri Chenot in Kenya, secondo lei cosa si dovrebbe fare per rilanciare il settore in Italia?
È necessario puntare sul meridione. Non è possibile percorrere la Calabria e non trovare neppure un porto. Anche in Sicilia, a Taormina non c’è possibilità di attracco. La politica non capisce il valore del turismo. Se dobbiamo ristabilire il nostro Paese in una posizione importante il turismo è una priorità, proprio per la ricchezza dell’Italia, dai musei ai porti. Invece l’Alitalia è quello che è, le
Ferrovie sono quello che sono. Stesso discorso per le strade interne. Per cui dobbiamo essere ottimisti, ma è difficile essere ottimisti in questa situazione.

Del passato governo ha criticato l’avversione ai super ricchi (vedi la tassa sul lusso). Ora il Pdl parla di Robin Hood Tax. L’Italia non è un Paese per “paperoni”?
L’iniziativa di Soru è stata maldestra, un pedaggio insensato. Dovremmo agevolare le persone che lasciano le barche, non spaventarle e mandarle via. I grandi yatch cercano sempre dei posti in cui ormeggiare in inverno. La Sardegna dovrebbe offrire un approdo per tutte le grandi imbarcazioni e creare a Olbia e Cagliari le scuole e le strutture per l’equipaggio e le loro famiglie. Invece non è così. Anzi, l’anno scorso ci sono barche che hanno avuto la visita della Guardia costiera, della guardia forestale e della Finanza e dei Carabinieri. È una giungla di controlli e ci sono troppe autorità preposte. Basterebbe che tutte le verifiche fossero demandate alla guardia costiera. In altri Paesi non appena approdi ti vengono consegnati tutti i numeri per qualsiasi tipo di necessità, 24 ore su 24. Speriamo anche che i sardi che hanno votato Soru si accorgano che questa non è la direzione giusta.

Quali sono i suoi progetti per il futuro?
A Miami stiamo realizzando un albergo in partnership con Cipriani. È un hotel di 500 suite e 80 appartamenti, cui è garantito il medesimo servizio dell’albergo. Oltre a Cipriani ci saranno altri cinque ristoranti, una spiaggia attrezzata e un lounge Billionaire. Consegneremo tutto nel 2010.

Per quanto riguarda il marchio di abbigliamento Billionaire Italian Couture, quali sono le strategie in questo ambito?
Il progetto è partito da tre, quattro anni. Siamo presenti solo all’estero a eccezione di un negozio in Sardegna a Porto Cervo, perché la Sardegna per tre mesi è il posto più internazionale che c’è in Italia. Siamo a Las Vegas, in Russia con tre negozi, di cui due a Mosca e uno a San Pietroburgo. A settembre apriremo 15 negozi tra cui un flagship a Londra, uno a Saint Moritz e uno a Marbella in Spagna. Il marchio è forte e continuiamo a puntarci in modo diversificato, vuoi con l’abbigliamento vuoi con la discoteca. Durante il Gran Premio di Montecarlo abbiamo lanciato il terzo Billionaire (dopo Porto Cervo e Cortina D’Ampezzo, ndr) ed è stato un successo incredibile. Potenzialmente potremmo fare un villaggio turistico Billionaire. Prediligiamo la qualità che insieme al prezzo e al servizio sono le chiavi del successo per il futuro.

La sua vita è un eterno spostamento. Qual è il suo viaggio ideale?
La cosa che mi eccita di più è quella di stare a casa. Il mio percorso ideale è corridoio, salotto, televisione. Quando sono stato a Bora Bora ho pensato che fosse fantastico, ma dopo aver fatto il giro del mondo sette, otto volte la cosa che ti interessa di più è l’opposto: non avere orari e fare le cose normali.

Ma Flavio Briatore va mai in vacanza? Dove?
Finché c’è la Formula 1 i week end sono impegnati. Quando i Gran Premi finiscono c’è il Qpr, quindi i fine settimana liberi sono veramente pochi. Sicuramente ad agosto trascorreremo dieci giorni in Sardegna.

LE PASSIONI DI BRIATORE
Libro
Leggo pochissimo, solo i quotidiani
Squadra
Due: Renault F1 e Qpr
Vino
Petrus
Film
Tutta la serie de Il Padrino di Francis Ford Coppola
Musica
Disco e pop, in particolare Gianna Nannini
Piatto
Tutte le insalate, dalle più tradizionali a quelle un po’ esotiche
Luogo
Kenya
Hobby
La mia barca
Programma Tv
Ballarò