Fintech: il futuro del business. Intervista a Enrico Ceccato di Orlando Capital

Dopo una laurea in Economia all’Università degli Studi di Padova e una lunga esperienza manageriale nel retail e consumer goods (Autogrill, Sector Group, Perfume Holding, Allegri, Direct.it, Killer Loop e Fila Italia), nel 2006 Enrico Ceccato costituisce con Paolo Scarlatti il fondo Orlando Italy. Oggi è co-fondatore della società di investimenti Orlando Capital (Foto © Valerio Pardi)

Il business del futuro sarà anche il futuro del business, secondo Enrico Ceccato, Managing Partner di Orlando Italy, fondo di private equity con sedi in Lussemburgo e a Lugano che è giunta al termine del suo primo ciclo vitale dopo 12 anni e 180 milioni di euro investiti. Oggi Ceccato riparte come Orlando Capital, non più fondo ma vera e propria società di investimenti, con un socio (Paolo Scarlatti) e un investitore importante (il gruppo Forrester).

Da intermediario a investitore. Cosa cambia nella gestione e che vantaggi ci sono?
Il fatto di essere tre soggetti, con risorse importanti da gestire, ci consente di muoverci rapidamente e cogliere le opportunità che riteniamo più vantaggiose. La maggioranza in Orlando Capital ce l’ha Fortress, perché ha investito piu di tutti. La governance, invece, è abbastanza paritetica, siamo io e Paolo Scarlatti a gestire le società in cui investiamo per conto di Orlando Capital, con un controllo molto diretto. La prima operazione è stata l’acquisizione della cartiera Favini, un’azienda storica e molto prestigiosa, che ha origine addirittura nel ‘700. Oggi è leader europeo nel settore del packaging di lusso, e riesce a muovere fatturati di centinaia di milioni di euro. Come Orlando Italy l’avevamo in gestione già dal 2008, ma come Orlando Capital abbiamo deciso di investire direttamente e l’abbiamo acquisita. La specializzazione nella tecnologia ma anche nel mercato fa la differenza. Con il mio socio Scarlatti già tre anni fa, per esempio, abbiamo acquisito un’azienda per la spremitura biologica di semi oleaginosi, che oggi si chiama T.O.F. The Organic Factory. Ha un impianto, a Vailate tra i più grandi d’Europa, che produce olio destinato all’industria alimentare e cosmetica, sfarinati che si usano nei mangimi biologici per animali, e infine estrae le lecitine dall’ultimo residuo della trasformazione. Fino alla fine del 2018 esistevano delle deroghe ai regolamenti europei che ammettevano lecitine industriali anche nei prodotti a marchio Bio. Oggi chi vuole il marchio Bio in etichetta dovrà adeguarsi con lecitine idonee, e la nostra è tra le pochissime prodotte in modo biologico. È un business molto interessante che offre margini altissimi.

Un debutto molto specifico per una neonata società di investimenti. Cosa l’ha attirata in questo business?
Indipendentemente dal settore, l’operazione che rispecchia la nostra modalità: una società potenzialmente buona, in difficoltà finanziaria, ma che rappresenta un’opportunità di business importante. Il mercato del bio cresce da dieci anni e ci sono indicatori che segnalano uno sviluppo futuro enorme. La domanda era forte, non soddisfatta dall’offerta. I grandi gruppi alimentari sul mercato mondiale non hanno interesse a coprire il segmento biologico, che per loro resta di nicchia e non giustifica gli investimenti necessari. 

Risorse, governance e mercato di nicchia: sarebbe questo il tripode su cui poggiare la redditività degli investimenti?
Non solo, in realtà. Esistono degli strumenti di nuova generazione che stanno facendo evolvere il settore della gestione bancaria e finanziaria. Da tempo sto seguendo chi lavora nel settore delle criptovalute, che hanno importanti potenzialità e sono strumenti efficaci per gestire il cosiddetto mondo fintech.

Eppure, già da tempo si leggono articoli allarmanti sulla bolla delle criptovalute...
Perché non sono oggetti su cui speculare ma restano un asset da prendere in considerazione. Come i token, che possono essere delle utility con funzioni diverse. Alcuni token emessi da società che sviluppano prodotti innovativi permettevano a chi li acquistava di avere visibilità sullo stato di avanzamento del prodotto stesso, di partecipare con idee, progetti e così via, e magari essere tra coloro che potevano disporre di quel prodotto per primi e a prezzi scontati. Il token non dà diritti sulla società né sui dividendi, ma vantaggi esclusivi sulla produzione. Tra gli esempi di fintech riuscita c’è la britannica Revolut, società con licenza emoney, che emette carta di credito e conto corrente a costo zero e con prelievi a costi bassissimi, ma soprattutto che consente di trasformare il conto in qualsiasi valuta sulla base delle quotazioni del giorno, senza commissioni, per avere denaro disponibile nella valuta necessaria nel Paese in cui ci si trova al momento. 

Questi strumenti finanziari come possono diventare interessanti in un’economia di mercato, se non con la speculazione?
Il compito della fintech è abbattere la quantità di interlocutori tra il consumatore e il pagamento vero e proprio, che si traducono in costi, cioè fa un servizio di disintermediazione. In quest’ultimo anno mi sono interessato a diversi progetti, ancora in fase molto embrionale, in alcuni segmenti del fintech e ad altri a cui applicare il concetto di tokenizzazione per consentire a intere comunità di partecipare a progetti di investimento. Uno di questi è nel settore dell’abbigliamento e accessori: stiamo mettendo in piedi un progetto in cui la comunità di persone potenzialmente interessata a questi prodotti, acquistando il token, abbia diritto a partecipare allo sviluppo del progetto stesso. Potranno essere consultati su quale capo inserire nella collezione, per esempio, con un coinvolgimento molto attivo, pur non entrando come azionisti. 

Coinvolgimento, disintermediazione, partecipazione diretta. Ricordano molto l’ultima campagna elettorale.
Sono quelli su cui si è basata la “rete” dei 5Stelle, la comunità, che funziona bene anche fuori dall’ambito politico. Attraverso la creazione di una comunità si acquisiscono partecipanti attivi a un progetto ben definito. Può essere la moda e l’abbigliamento, come lo sviluppo di contenuti. Nel mondo dei media esistono gruppi di interesse diversissimi, ma tutti molto coinvolti e appassionati: film, serie tv, documentari, l’elenco è infinito. Di fatto comprare un token è come iscriversi a un club, in cui si acquisiscono dei diritti esclusivi. Di partecipare e, un domani, di guadagnare: prima o poi si potranno emettere dei token che daranno diritti patrimoniali. Oggi non si può, per costi e difficoltà di gestione enormi. Supponiamo che si voglia investire nel Real estate, settore tra il 5 e il 6% di rendimento all’anno, ma che richiede la disponibilità di capitali importanti: somme nell’ordine delle poche migliaia di euro fino a oggi potevano essere investite solo all’interno di un fondo immobiliare, che ferma il capitale per anni, non dà nessuna visibilità sugli investimenti e ha una certa dose di rischio. Qui invece l’investitore si appassiona a quel progetto specifico e decide di finanziarlo acquistando dei token. Tra i nostri progetti come investitori c’è un immobile a Zurigo, affittato a uffici e negozi, con contratti a lungo termine e rendimenti importanti, cui si partecipa nella misura del capitale investito, fosse pure solo 5 mila euro, il tutto sotto in modo trasparente. La fintech è lo strumento innovativo per gestire in modo efficiente anche la comunicazione tra gli investitori e il singolo progetto, una cosa impensabile nelle banche italiane.

Tanta efficienza è sostenibile in termini di sicurezza?
Il mercato sta andando in questa direzione, che è anche più controllabile. La blockchain, alla base di questi strumenti, dà garanzie di controllo, tracciabilità e inattaccabilità al momento impareggiabili. Darà la possibilità di tracciare e controllare transazioni disintermediate, laddove l’attuale intermediazione che avrebbe dovuto controllare non ha impedito scandali gravissimi.

Quanto manca ancora all’Italia perché questo scenario diventi il nostro presente?
Difficile dirlo, per ora la volontà politica non ha corrisposto alla fattualità politica. Nella maggior parte dei Paesi del mondo i governi hanno creato dei distretti che fossero incubatori di innovazione ed eccellenza: il più noto è la Silicon Valley in America, ma lo stesso è accaduto a Berlino e nel Sud della Francia. Da noi tutto è lasciato all’iniziativa privata. Con le risorse che abbiamo, il turismo, l’arte, è impensabile che non si usino strumenti moderni. Un po’ è cultura, la società si è imborghesita, ma continuiamo a scontare troppa demagogia.