Quando i giovani italiani del secondo dopoguerra, sfogliando i settimanali illustrati americani, scoprirono quanto potesse essere elegante un blazer, intuirono subito che si trattava di una lezione da non dimenticare. E i sarti tricolori, così come i migliori marchi del made in Italy e i relativi clienti, ne fecero un punto di forza. Lo racconta con humor Edgardo Bartoli, giornalista e scrittore nonché gentleman riconosciuto (alle riunioni di Repubblica lo chiamavano sir Edgardo), nel libro Milord. Avventure dell’anglomania in Italia (Neri Pozza). Se, infatti, c’è un capo jolly nel guardaroba maschile quello è il blazer nella versione blu: il più flessibile alle occasioni, il primo che un giovane uomo indossa, o anche un bambino se frequenta alcuni istituti privati, l’ultimo che elimina dall’armadio. Ma non è sempre stato così: come è accaduto per altri capi iconici, quella che in origine era una uniforme, nata per rendere tutti uguali in un contesto strettamente regolato, è diventata con il tempo un segno di distinzione individuale, declinabile secondo le sfumature della propria personalità. La prima apparizione è stata nella Marina Militare inglese, poi nei college anglosassoni: oggi è la giacca che indossano sempre più spesso personaggi disinvolti ed eleganti, professionisti dei motori come Luca Cordero di Montezemolo oppure dello sport come l’ex calciatore David Beckham, che ha fatto del blazer la sua seconda divisa dopo quella delle squadre per cui ha giocato, e anche della moda come Domenico Dolce, che ne possiede 57 per passione e deformazione professionale.

QUESTIONE DI PUNTI DI VISTA

Ma cominciamo dal capitano della nave HMS Blazer, che doveva ricevere una visita a bordo da parte della regina Vittoria nella seconda metà dell’Ottocento. Per far ben figurare il suo equipaggio, nonostante la lana rossa delle giubbe tradizionali fosse esaurita, decise di vestire tutti i suoi uomini con una maglia a righe bianche e blu coperta da una giacca blu doppiopetto corta, poco sotto la vita. La regina apprezzò questa tenuta e il blazer, dal nome della nave, divenne un classico. Tanto che Gieves & Hawkes, la sartoria al numero uno di Savile Row a Londra, essendo il fornitore ufficiale della marina britannica, diventò anche la massima autorità in fatto di blazer; chi ne possiede uno con questa etichetta lo conserva per generazioni. Secondo un’altra versione, invece, l’origine è legata sì al mare, ma attraverso il canottaggio: indossavano questo tipo di giacca i membri del club Lady Margaret del St.John’s College di Cambridge, in colore rosso acceso a suggerire l’ardore di chi la sfoggiava, e quindi il nome deriva da to blaze, che significa ardere, bruciare. Sia come sia, la giacca si diffuse nel mondo degli sport nel primo Novecento, dal canottaggio al tennis e al cricket, in tempi in cui l’abbigliamento “active” era meno tecnico e più formale. In questi contesti le fogge potevano essere diverse e prevedere anche righe vistose e profili di passamaneria su revers e maniche, per differenziare i componenti di un team rispetto agli avversari: a questa origine si attribuisce la variabilità dei colori, ma le caratteristiche originarie, quelle del blazer indossato anche da re Giorgio V come alta uniforme navale, vinsero la battaglia del tempo, passando attraverso le divise delle università inglesi e poi americane.

 

MASSIMA FLESSIBILITÀ

Doppiopetto blu, revers a lancia, spacchi laterali, bottoni dorati, stemmi e decorazioni varie: ancora oggi chi ha frequentato un istituto della Ivy League conserva lo stemma e lo appunta sul vecchio blazer, come simbolo di appartenenza a un circolo, ma anche come segno di eccellenza accademica. Chi non vanta un college nel suo passato si compra un blazer da stilisti devoti a questa tradizione, come Ralph Lauren, oppure se lo fa confezionare da un sarto come Caraceni. Più che dal codice di classe, comunque, la fortuna di questa giacca dipende principalmente dalla sua portabilità e versatilità, poiché col tempo il doppiopetto a sei bottoni dorati si è evoluto e semplificato: più ampio di una giacca da abito, spesso adattato alla versione monopetto, generalmente blu ma anche in colori bizzarri come il giallo o il violetto. Il grande favore che da oltre un secolo gli uomini gli attribuiscono dipende, inoltre, dalla libertà di abbinarlo con pantaloni in flanella grigia, chinos e calzoni coloniali, oppure con i jeans, e di poterlo portare con o senza cravatta, magari con una semplice polo; non è raro vedere, nelle località di vacanza d’élite, la navy jacket con i bermuda.L’universalità del blazer ha fatto sì che il suo nome fosse adottato come good wish da un paio di sneakers che, in effetti, hanno avuto grande successo: le Nike blazer, oggi quasi più famose della giacca stessa. C’è anche un’auto omonima, la Chevrolet K5 Blazer, il piccolo Suv introdotto da General Motors nel 1969, un evergreen del cinema americano. Il solo limite all’uso del blazer, secondo la maestra di bon ton Lina Sotis, è la stagione. Infatti, scrive «Cosa non fare mai: d’inverno il blazer blu con sfavillanti bottoni d’oro: sembrerete il fratello di latte dello scamiciato estivo. Quello sbagliato che pensa di essere giusto».

ELEGANZA INFORMALE
L’abbinamento dei pantaloni al blazer contempla una vasta gamma di possibilità, tutte accomunate dal tono informale. Il pantalone ideale è quello che spezza, sia per colore sia per stile, con la natura “ufficiale” della giacca, come consiglia Berluti. Se si sceglie un classico blazer navy o nelle tonalità dei blu con bottoni dorati, il pantalone più adatto sarà chiaro, bianco, écru o grigio – come proposto da Giorgio Armani nelle sfilate della sua collezione primavera/estate 2014 – mentre a equilibrare l’importanza di un blazer bianco, magari costellato da stemmi, basta un pantalone blu o azzurro. In entrambi i casi il vero passepartout è il denim: i jeans, ormai sdoganati anche in situazioni semi-formali, fanno da contrappunto ideale per sdrammatizzare l’aria militare del blazer, suggerendo uno stile elegante-decontracté. Nella scelta la forma conta quanto la sostanza. Sotto al blazer meglio preferire un calzone in canvas, senza riga, un taglio dritto tipo jeans o un capo destrutturato e morbido, lasciando ad altre occasioni la rigidità di un pantalone formale.

OGNI STILE HA IL SUO

Più o meno consapevole di questo, Lapo Elkann ha esplorato ormai tutte le possibili declinazioni del capo, spesso scenografiche, ma anche suo fratello John, presidente del gruppo Fiat, lo indossa volentieri fuori dai consigli di amministrazione, così come la moglie Lavinia (imitata da molte altre stylish women). Matteo Marzotto, imprenditore e manager oltre che neo presidente della Fiera di Vicenza, lo abbina volentieri a un dolcevita a collo alto quando toglie il gessato sartoriale da cui raramente si separa, mentre Guido Martinetti e Federico Grom, titolari della catena di gelaterie che porta il nome del secondo, infilano il blazer sopra la polo o anche la T-shirt, permettendosi una scioltezza molto new age. Leonardo Del Vecchio di Luxottica, imprenditore di provincia ma potentissimo, lo preferisce invece con la camicia, ma (appena può) senza cravatta.

 

I più ortodossi cercano capi originali nei negozi vintage, manifestando un vero e proprio fanatismo per i bottoni d’ottone degli anni ’30 oppure, ancora meglio, gli esemplari dorati dell’esercito britannico venduti all’asta da commercianti specializzati. Alla fine degli anni ’80, per esempio, è stato battuto all’incanto a Ginevra per 8 mila sterline un lotto comprendente dieci bottoni di una divisa da ufficiale della guardia costiera. Un lusso più sostenibile, ma da intenditori, sono invece i bottoni di case come London Badge e Button Company, i fornitori a cui si rivolgono i sarti di Jermyn Street. In mancanza di bottoni dorati, però, la regola vorrebbe i bottoni piatti di smalto blu, che distinguono la navy jacket da una normale giacca blu. Altro argomento gratificante sono le scarpe: con un blazer funzionano bene le allacciate, nere o marroni, ma anche i mocassini, le scarpe da barca e le espadrillas, in tutte le tonalità marine.

L’“ASSOLO” DELLA POCHETTE

I blazer sono veri outsider del dress code. Perfetti non solo a spasso a Portofino, ma anche in situazioni più urbane, garantiscono un certo aplomb senza obbligare all’uso della cravatta. Il tocco di stile in più può essere il fazzoletto da taschino, o pochette, che i più devoti alla tradizione scelgono in bianco o in colori chiari, come quello di Ermenegildo Zegna. Ma la pochette può rappresentare un capriccio colorato, per esempio nei colori marine, oppure un condensatore di eccentricità senza eccessi, come suggerisce Etro. La piegatura e il tessuto, però, vanno considerati con cautela. Non in lino, e non in pendant con il tessuto della camicia e della cravatta, la pochette è un “assolo”. Sulle piegature esistono varie ‘scuole’ che si rifanno a tre modelli: a punta – singola, doppia o tripla – piatto come quello indossato da James Bond o a sbuffo, come usava Fred Astaire. Se quella a punta è più formale, quello bouffante all’americana conferisce la giusta nonchalance.

UN MUST PER GLI STILISTI

Per un creativo della moda il blazer è sempre un grande stimolo e un campo di prova: Canali si riallaccia alla moda dei canottieri e lo propone a grosse righe, Berluti lo rende dandy con un papillon, Daks si ispira agli ufficiali di marina e lo illumina di bianco, Hermès si permette i piccoli pois e Trussardi scioglie ogni struttura in una morbida giacca beige. Ma oltre a quanto sfila in passerella, per la stagione primaverile 2014 risulta interessante la visione dei marchi più leisure, come Gant e Henry Cotton’s, oppure più specializzati, come La Martina nell’abbigliamento da polo. La tradizione e il fitting perfetto sono garantiti invece da sarti come Cantarelli e Tagliatore e sempre più gentlemen, anche giovani, si avvicinano a questa formula bespoke per costruirsi un guardaroba che vesta bene il loro stile. «Per non sbagliare e sentirmi a posto scelgo un blazer e un paio di mocassini», dice l’attore americano Bryan Batt. Ma la parola finale spetta a una donna, l’attrice e sceneggiatrice americana Rashida Jones: «Non so quanti blazer ho comprato nella mia vita. E continuerò a comprarne, perché conferiscono forma e autorità. Con un blazer perfetto tutto è possibile».

UN CLASSICO TIMELESS: LA POLO

Entrata da tempo nell’armadio nazionale maschile nelle sue versioni bianca e blu, come le classiche proposte da Gant e Lacoste, o nell’intramontabile “rigata marinara”, la polo ha un imprescindibile riferimento sportivo tutto anglosassone. È un capo trasversale che unisce (almeno nelle versioni originarie) gli ambienti legati a sport d’élite, dal polo al golf, dalla vela al tennis: è questa liaison, evidente ma silenziosa, a conferirle una nota di distinzione rispetto alle altre magliette sportive. Con understatement però, per dirla all’inglese. Se è vero che, soprattutto quando si tratta di versioni a manica lunga, con polsini e colletto a contrasto come nell’esempio di Marina Yachting, le polo evocano il mondo delle uniformi scolastiche, è la semplicità dei modelli a manica corta e nei colori giocati sui toni del blu, come il “patchwork” di North Sails, a fornire le chiavi di un’eleganza disinvolta e senza tempo.