Paul Newman © Getty Images

Un Paul Newman informale ma elegante, sulla spiaggia, alla fine degli anni ‘50

Ore 17 di venerdì: nella maggior parte dei Paesi occidentali comincia il week end e si abbandona la scrivania fino al lunedì mattina. Arrivata dagli Stati Uniti negli anni ’50 assieme agli elettrodomestici e ai film western, l’abitudine di lavorare dal lunedì al venerdì e dedicarsi a famiglia e svaghi il sabato e la domenica si è a poco a poco diffusa anche in Europa, seguendo il ritmo del crescente benessere e di un mercato del tempo libero sempre più accessibile e democratico. Chi era abituato a lavorare almeno sei giorni su sette e a concedersi, ma solo nelle fasce medio-alte di reddito, la vacanza estiva nella pensione di mare o di montagna, non ha faticato a passare dalle 50 alle 40 ore di lavoro settimanale, imposte dagli accordi sindacali, e ad accogliere con interesse le nuove occupazioni del leisure time: sport, pic nic all’aria aperta e occupazioni cultural-sociali sembravano portare con sé un’ondata di buon umore, leggerezza e glamour. Parevano dimessi e privi di promesse, al confronto, i termini italiani tempo libero e fine settimana. Del resto, la parola leisure, come il francese loisir, hanno conservato l’etimo latino del verbo licere, che significa avere il permesso di fare qualcosa, ed è in stretta parentela con pleasure, come il francese plaisir: un piacere che l’italiano sembra aver smarrito nel suo processo evolutivo. Di certo questo nuovo vocabolario portava con sé anche un guardaroba inedito, a base di jeans, sport jacket, polo, T-shirt e sneakers, che gli italiani in abito buono e scarpe di cuoio ancora non conoscevano.

Green denim
Oggi è quasi un diktat: l’attenzione all’ambiente impone, da qualche anno, nuove modalità di comportamento che incentivano la ricerca verso soluzioni più sostenibili, anche nella produzione di tessuti d’abbigliamento come il denim. Lo dimostrano i tanti recenti esempi, espressioni emblematiche di un interesse etico verso l’ambiente, come la collezione levi’s waste less, realizzata sfruttando plastica riciclata. Solo cotone bio per il marchio ecogeco, che dal 2011 ha scelto di produrre jeans nello storico distretto veneto «in piccola quantità, con rispetto del lavoro, usando esclusivamente indaco vegetale». L’obiettivo, spiega la fondatrice claudia lubrano, è restituire “verità” a un «simbolo di anticonformismo, emancipazione della donna, uguaglianza sociale, che nella realtà è invece un prodotto industriale appartenente a una filiera inquinante – spesso impregnato di agenti chimici – che sfrutta donne e bambini nel sud del mondo». Sulla stessa linea il brand pull&bear, che nel 2013 lancia il primo modello di jeans da uomo interamente ottenuto riutilizzando tessuti di vecchi jeans mischiati con nuovi cotoni. In ogni caso si tratta di capi che, pur realizzati attraverso processi non inquinanti, assicurano un prodotto pari a quello tradizionale. A parità di prestazioni e qualità, dunque, val la pena di provare.

Anzi: a dire il vero i camalli genovesi conoscevano molto bene i blue jeans, per averli, se non inventati, almeno indossati per primi almeno duecento anni prima (Jean deriva appunto da Genova), ma l’inquadratura sociale che li restituiva allo sguardo dei media li rendeva irriconoscibili. I calzoni robusti in saia di cotone da pochi denari colorata con l’indaco, funzionali alla vita dura degli scaricatori di porto, degli operai, dei minatori, dei cacciatori d’oro e dei mandriani, erano diventati la divisa della fantasia al potere, dei giovani arrabbiati e degli adulti rilassati o giovanilisti. Li indossava il cow boy come John Wayne, il macho come Paul Newman in Hud il selvaggio e la sex-bomb come Marilyn Monroe ne Gli spostati . Insomma, erano diventati un must have, tanto per citare un altro termine inglese entrato allegramente nell’uso assieme al consumismo.Ovvio che i ragazzi degli anni’60 e ‘70, cresciuti in scarpe da ginnastica come Richie di Happy Days , considerino un diritto anche da adulti il comfort degli abiti adolescenziali, e così le generazioni successive.

Denim minimal, uniforme informale

Il denim, tessuto casual per eccellenza, cambia faccia. Abbandonato l’assioma denim = uniforme da lavoro, come pure il cliché western alla Dallas, la tela blu diventa occasione per lanciare un nuovo stile, essenziale ed elegante, un po’ alla Jude Law . Non più emblema della “gioventù bruciata” alla James Dean, il denim si rimodella con tagli più sobri, da uniforme, scegliendo preferibilmente i toni scuri del blu indigo. Mixando così la nonchalance del tessuto alla sobrietà delle linee, nasce uno stile perfetto da indossare in situazioni informali, nel tempo libero, quando è lecito concedersi un po’ di relax anche nel look. In contesti urbani, jeans asciutti sulla gamba, come quelli proposti da Tommy Hilfiger si sposano con camicie dal taglio classico come quelle firmate Paul Smith. Sdoganate le calzature comode, si può scegliere tra modelli stile tennis, o più classici con trafori come quelli presentati da Hogan, da abbinare ad accessori understated come le tracolle, ultrachic, di Bally, caratterizzate dall’inconfondibile inserto bicolore.

Ma, nel frattempo, anche il casual wear era maturato: se il primo jeans era rozzo e molto economico, con il passare del tempo e lo sviluppo del made in Italy, diversi marchi fashion hanno trasformato il dress down in dress up, rendendo trendy, con un valore aggiunto di qualità e costo, anche i leisure wear a base di denim, magliette e sneakers, inseriti addirittura tra i look di sfilata. Ecco quindi una proposta sempre più raffinata, anche esteticamente, di abbigliamento e calzature per il tempo libero, che presentano dettagli e performance non inferiori ai capi formali: probabilmente oggi Bing Crosby non sarebbe bloccato all’ingresso in un hotel di lusso, come accadde nei Fifties, per-ché indossava un giubbotto in denim. Questo sdoganamento della moda ufficiale ha favorito l’ingresso del casual wear anche in ufficio, non solo nel Friday look d’importazione californiana (che consente di partire per il week end senza passare per casa a cambiarsi), ma anche negli altri giorni della settimana, soprattutto tra lavoratori under 30 e nativi digitali, che non si riposano ma staccano (la spina), identificandosi con i loro device elettronici.

Stile preppy denim da old school

Un altro modo di interpretare il denim è quello spesso sfoggiato da attori come Daniel Radcliffe o Ashton Kutcher. Lo stile preppy, oggi intramontabile riferimento nel guardaroba maschile, unisce alla praticità dell’uniforme americana da college anni ’50-’60 lo stile tradizionale da Old English School e si costruisce su un equilibrio perfetto tra capi sportivi, pratici ed eleganti. Gli abbinamenti sono semplici: tessuti rigati o check per i pantaloni corti sulla caviglia, giubbotti e bomber anche in jeans, meglio se blu scuro, e immancabili calzature ben lucidate o mocassini. I giubbini in denim sono discreti, con colletto e polsini stretti da finiture in maglia come quelli di G-Star Raw, da portare su maglioni bicolor in bianco e blu di Henri Lloyd. Tra gli elementi indispensabili per la propria divisa c’è anche la scarpa da scegliere tra il classico mocassino, magari bicolore, che unisce il color cuoio ai toni del blu come fa Araldi 1930 o una sobria francesina. Per chi ama i dettagli infine, il cappellino in denim tipo baseball di New Era, indossato insieme a un occhiale da sole in metallo con aste in fibra di nylon come quello proposto da Prada Linea Rossa Eyewear, restituisce l’allure di uno stile sportivo tipicamente anglosassone.

Alcune aziende dopo il 2008 impongono addirittura un abbigliamento più rilassato e leggero, soprattutto d’estate, per risparmiare sui costi dell’aria condizionata... Inoltre chi nasce con la tastiera sotto le dita, il week end è abituato a fare sport, andare al cinema e in pizzeria, sciare d’inverno e nuotare d’estate, onorando gli obblighi sociali come una volta si santificava la domenica e concedendosi lo svago come un diritto-dovere. Come sembrano lontani i lupi di Wall Street degli anni ’80 stile Leonardo Di Caprio nel suo ultimo film, che una volta indossato il gessato d’ordinanza abbandonavano sneakers e jeans: il loro tempo libero dall’impegno di far soldi era occupato dal lavoro di spenderli ossessivamente in donne, droghe e altri status symbol; «work hard, play hard» era il motto di un periodo in cui non era cool apparire disimpegnati.

 
Il mondo delle celebrity è ricco di appassionati del denim.
Da sinistra verso destra: David Beckham, Jake Gyllenhaal, Luca Argentero, Adrien Brody e Jude Law

Oggi invece il relax è il massimo lusso, pochi possono permettersi di non pensare sempre al lavoro (perché c’è o perché non c’è). Anche se non libera dai pensieri, il leisure wear garantisce almeno benessere e comfort, tra l’elasticità dei jeans più aggiornati, la freschezza delle magliette traspiranti e la leggerezza dei giubbini da liceali. Con il vantaggio di un risultato estetico che il primo denim certamente non aveva e che consente personalizzazioni di stile affini a gusti diversi, dal più essenziale al più macho.

Wild West, l'abito delle denim icon

Vasti e selvaggi, i paesaggi americani sono attraversati da cowboy instancabili che indossano l’immancabile tenuta: jeans, giubbino, camicia a scacchi e cappello. L’immaginario cinematografico classico è legato al mondo western nel quale il denim, sinonimo di robustezza e resistenza, è sempre protagonista. Ma anche il panorama musicale è costellato da intramontabili denim icon come Bruce Springsteen, americano di nascita ma soprattutto “a stelle e strisce” per la riconoscibilità delle scelte in materia di abbigliamento. Senza eccezioni, un pantalone jeans taglio asciutto come un classico Levi’s va sempre bene con una camicia a scacchi, piccoli o grandi come quella proposta da Eton, purché stretta in vita da una cintura in cuoio, possibilmente dall’aria vissuta, come quella proposta da Berluti o, volendo “calarsi nella parte”, dotata di una grande fibbia da lucidare accuratamente la sera. Un accessorio passepartout è l’occhiale da sole come il classico Ray-Ban versione Aviator a goccia, per rimanere fedeli a uno scenario noto e sospeso nel tempo.

Sono archeologia, infatti, i primi 501 della Levi’s, concepiti come sovrapantaloni da lavoro con una sola tasca posteriore e rinforzi d’acciaio (i rivetti) sui punti di maggiore tensione. I cowboy si lamentarono che le borchie graffiavano le selle e le casalinghe che rovinavano i mobili, così le tasche vennero cucite sopra i rivetti, poi del tutto eliminati, e l’intero modello fu rivisitato in una linea più decisamente urbana e slim. Arrivò quindi la versione a sigaretta risvoltata in fondo, così per bene addosso ai preppy dei college americani che presto cominciò a essere sporcata, stracciata e deformata artificialmente. Fu poi la volta dei jeans a zampa degli hippy, di quelli super-attillati dei Seventies, di quelli stone washed degli ’80 e ’90, infine di quelli tagliati, maltrattati, sporchi e cattivi dei 2000. Indenne alle tendenze dello streetwear, il denim-chic di Ralph Lauren, Tommy Hilfiger e Calvin Klein ha raccontato, e continua a raccontare con molto understatement, l’American way of life della società Wasp (white american anglo saxon), contaminando di indigo anche blazer, gonne a tubo e abitini bon ton, quasi a rivendicare la tela di cotone dei tessutai genovesi come parte del Dna americano. D’altra parte le icone del denim wear sono puro made in Usa, da Fonzie al rodeoman, dal biker al beat, e i riferimenti dei modelli più diffusi finiscono sempre dalle parti del West. In realtà, per vestire le attività leisure preferite dagli europei non servirebbe la resistenza allo strappo necessaria ai calzoni del ranchero, ma nemmeno all’English gentleman servirebbero i ganci per le bombe a mano tipici del trench, oggi elegante impermeabile e in origine warcoat degli ufficiali di trincea. Inutile chiedere coerenza funzionale ai basic del guardaroba moderno, forgiati dalle proprie leggende più che dalle esigenze d’uso, soprattutto in un territorio senza particolari necessità come il tempo libero. A nessuno o a pochissimi verrebbe in mente di saltare in sella a un cavallo bizzoso, ma vestirsi “come se” fa sentire meno sedentari, più attivi e magari anche un po’ più liberi.

Le grand blue: giochi di denim nuance

«Vorrei aver inventato i jeans», disse Yves Saint Laurent, «sono espressivi e discreti, hanno fascino e semplicità». Se la citazione dell’autorevole stilista non bastasse a convincere, sarebbe sufficiente osservare gli effetti di profondità inedite regalate dal denim “ton sur ton”. Il versatile tessuto si presta, infatti, a interpretazioni molteplici che, spaziando dall’azzurro polvere al blu denim più classico, danno vita a uno stile senza tempo né spazio, per questo apprezzato da tutte le generazioni. Non a caso vi capiterà di vederlo indosso a Robert Redford come al più giovane Jake Gyllenhaal. Costanti le linee semplici e sartoriali che dettano un nuovo leisure style, rivisitando l’immaginario denim, ma anche la natura del tessuto grazie a nuovi finissage. È il momento di abbinamenti personalizzati, senza eccessi, che uniscono lo stile vintage della camicia normal fit con collo alla francese, trattata ad acqua di Jacob Cohen, alla sneaker check dai dettagli indaco di Bruno Bordese. Perfette però anche giacche tradizionali in seta e cachemire, effetto denim, che rivisitano la tela blu in chiave glamour come fa Lanificio Colombo, da abbinare ad accessori (e anche scarpe) che giocano sulle medesime nuances come quelli proposti da Tod’s e Stetson.