Andrea Gori

Andrea Gori

Ne sentiremo parlare ovunque nei prossimi due mesi e non dobbiamo farci trovare impreparati sul Sudafrica, diciamo così, alcolico. Prima di tutto, cominciamo a entrare nell’ordine di idee che la Repubblica sudafricana è un paese molto più fresco di come ce lo immaginiamo con vigneti quasi più vicini all’Equatore di alcuni nostri rinomati vigneti siciliani. Dalla caduta dell’apartheid in poi, il vino è diventato uno dei principali motori dell’economia (112 mila ettari a vigneto) con una qualità in crescita costante e una vocazione all’export (oltre il 50% della produzione) conquistando molti mercati come Regno Unito e Germania. Ma ci sono davvero vini buoni da cercare o ce ne dimenticheremo in fretta dopo il fischio finale dell’11 Luglio? Nel XVIII secolo, ai tempi di Luigi Filippo e Napoleone il vino dolce passito Vin de Costance di Città del Capo era considerato un nettare quasi divino, degno appunto della corte dei grandi sovrani europei. Ma i primi vigneti, piantati nel 1655 dalla Compagnia olandese delle Indie Orientali avevano semplicemente lo scopo di fornire sostentamento ai mercanti di passaggio e i risultati all’inizio erano poco confortanti anche perché i commercianti olandesi mancavano del know how in materia di viticoltura e vinificazione. Unica gemma, appunto, il vino dolce che veniva prodotto nella tenuta di Costantia da Simon Van der Stel, il primo governatore della colonia che sarebbe poi diventata Città del Capo. Solo con l’arrivo degli Ugonotti, in fuga dalla Francia nel 1680, si potè assistere alla nascita di una vera industria del vino che prosperò fino a giungere al massimo splendore commerciale ai tempi delle guerre tra l’Inghilterra e la Francia di Napoleone. Nel 1806 infatti gli Inglesi in guerra occuparono Città del Capo e cominciarono a importare vino sudafricano al posto di vino francese. Ma dal 1859 in poi la viticoltura cadde in disgrazia con la riapertura del commercio con Bordeaux e la Francia e anche l’arrivo di cercatori di diamanti e oro della fine del secolo non compensò i mancati introiti del commercio con l’estero. Seguirono le Guerre boere e fu solo nel 1918, con la nascita della cooperativa Kooperatieve Wijnbouwers Vereniging (Kwv, tuttora esistente) che si posero le basi della odierna viticoltura sudafricana con i primi protocolli di qualità delle uve e la destinazione di gran parte della produzione di scarso pregio alla distillazione in brandy. È altrettanto importante la creazione nel 1925 dell’ibrido Pinotage (ottenuto incrociando Pinot Nero e la varietà francese meridionale Cinsault), destinato a diventare la bandiera nazionale e a oggi l’unica vera novità nel mercato mondiale del vino portato dal SudAfrica. Oggi la produzione è quasi del tutto orientata sui vini bianchi, in primis (30% del totale) lo Chenin Blanc (qui chiamato Steen), vitigno della Loria (dove le sue uve migliori sono però vinificate dolci) e un buona produzione di Sauvignon Blanc e Chardonnay. Tra i rossi spiccano gli onnipresenti bordolesi Merlot, Cabernet Sauvignon e il Syrah del Rodano che dà forse vita ai vini più interessanti specie in assemblaggio con altre varietà rosse. Il pinotage è intensamente coltivato ma produce vini semplici, beverini, molto immediati e fruttati, leggermente esotici ma che non raggiungono mai livelli di qualità assoluta, tranne che in versione rosata. I tifosi appassionati di vino che decideranno di visitare qualche cantina in Sudafrica faranno bene a prenotare biglietti delle partite a Città del Capo (Italia - Paraguay e una delle due semifinali per esempio si giocheranno qui, nel bellissimo Green Point Stadium) perchè la quasi totalità dei vigneti e delle cantine sudafricane si trova a non più di 200 km di distanza dalla città. E almeno tre parole in afrikaans conviene studiarle, ovvero Win van oorsprong che significa Vino da denominazione di origine, e quindi equivalente alle nostre Doc. In queste pagine ve ne suggeriamo alcune.

UN BICCHIERE PER OGNI STADIO

Se avremo la fortuna di poter seguire gli Azzurri in questa avventura, avremo in un mese riempito la valigia (o la cantina se seguiremo tutto da casa) di bottiglie e di panorami mozzafiato, conosciuto uno degli angoli più affascinanti del nostro pianeta e verificato come il calcio, al pari del vino, renda i suoi abitanti ogni giorno più vicini. E ogni sera avremo il pensiero rivolto alla finale dell’11 luglio nel bellissimo Soccer City Stadium di Johannesbourg...là dentro per ogni italiano un Cape Classique potrebbe essere la più fantastica delle bollicine in cui fare il bagno dalla gioia per la quinta coppa del mondo! E allora quella bottiglia di JC Le Roux varrebbe quasi quanto un Dom Perignon.

Stellenbosch

Da visitare, soprattutto perché vicinissima a Cape Town, la città storica di Stellenbosch che significa città del rovere. Oltre ad avere un bel patrimonio turistico risalente ai primi coloni olandesi ha anche una vera e propria strada del vino che si snoda tra le cantine più famose e rinomate del Sudafrica, sviluppatesi grazie anche alla presenza di un centro di ricerca enologico all’avanguardia. Qui ci sono montagne, molta pioggia, terreni ben drenati, e una grande varietà di suoli adatti sia a vini bianchi da Sauvignon e Chenin Blanc, che a vini rossi importanti. Si possono trovare per esempio i migliori brut Metodo classico (che qui si chiama “Methode Cape classique”) ovvero quelli prodotti da The House of JC Le Roux con il Pongrácz (60% Pinot Noir 40% Chardonnay), fresco e di medio corpo e un 100% Pinot Nero coltivato in alta collina, con una maturazione di otto anni sui lieviti, gustoso croccante e fresco come un buon Champagne. Ma è anche la regione dove si trova Meerlust, l’azienda che produce il “Sassicaia Sudafricano” ovvero il Rubicon, blend di Cabernet Sauvignon 70 %, Merlot 20 %, Cabernet Franc 10 % con aroma molto elegante ed “europeo” di ribes nero, agrumi, more e mirtilli maturi con una dose di legno che non guasta (l’80% di barrique usate per l’invecchiamento sono nuove). Vino da portare con voi se magari da Città del Capo volete spostarvi nell’entroterra, seguendo l’Italia nel nuovissimo e zebrato stadio Mmonbela di Nelspruit dove affronteremo la Nuova Zelanda il 20 giugno: contro i Maori, niente di meglio di un vino così corposo!

Paarl

Proseguiamo verso le montagne oltre lo Stellenbosch ed entriamo nel “regno” della gigantesca cooperativa Kwv. Qui le estati sono calde e soleggiate e favoriscono la produzione di rossi da uve Shiraz, che rivaleggiano con gli analoghi australiani, e di ottimi vini bianchi. In questa regione si trova Franschhoek, la città dove sono maggiormente conservati i ricordi francesi degli Ugonotti, in cucina e nel vigneto. La Kwv è stata per anni praticamente l’unico produttore di vino sudafricano e tuttora ne produce una percentuale altissima tanto che ha dato luogo a diverse linee di prodotti divisi per prezzo e qualità. Ma quelle da cercare, in attesa di assistere il 24 giugno a Italia - Slovacchia nello stadio di Ellis Island di Johannesburg, sono lo Chardonnay fruttato e speziato di Laborie Estate e i rossi della linea Cathedral Cellar, che produce un grande Shiraz, un curioso blend Tryptich e uno dei migliori Pinotage del paese.

Costantia

Il vino più famoso si è detto è il “Vin de Costance” vino dolce passito, le cui uve (Muscat de Frontignan) maturano proprio nella penisola che si affaccia sulla False bay quasi in periferia di Cape Town, con un’ottimale illuminazione e una ventilazione che mantiene sane le uve durante l’appassimento in pianta. Profumi intensi e molto aromatici, mandarino, kumquat, sapidità, senso di mare, conchiglie, miele evidentissimo, ma non risulta mai stucchevole. Sontuoso al naso, in bocca è in realtà molto bevibile e adatto alla conversazione più che ai dolci. L’azienda che lo produce si chiama Klein Costantia, ed è una delle tre fattorie in cui è stata divisa nel corso dei secoli l’originaria proprietà di Simon van de Stel. Nella zona si trovano altre cantine che producono nettari simili. Decisamente il vino con cui concludere in maniera incantevole un’avventura sudafricana...

Swartland

Qui siamo a neanche 80 km da Cape Town e il vino da cercare è dolce, scuro, prodotto da una azienda antichissima (nata alla fine del ‘600) dal nome un po’ catastrofico. Si chiama infatti “Allesverlooren” (Tutto è perduto) e produce, oltre a un corposo Shiraz e un ricco Cabernet Sauvignon, un vino dolce liquoroso, ottenuto dalle stesse uve del Porto, affinato per cinque anni in barrique usate. Stiamo parlando di un vino denso succoso e molto alcolico (attorno ai 19 gradi) fatto dalle varietà delle migliori uve del Portogallo, ovvero Tinta Roriz, Souazo, Pontac, Malvasia Rei, Tinta Francisca, e Tinta Barroca. In ogni caso, gli scaramantici non si spaventino perchè questa è un’azienda tra le più ricche del Sudafrica e dopo l’incendio che la devastò nel 1704 (e s cui deve il nome “allesverlooren”) non ha avuto che una lunga storia di successi internazionali.

LOW COST E PROSPETTIVE DI QUALITÀ

La media qualitativa della produzione sudafricana, nonostante le perle di cui abbiamo parlato, è in realtà ancora abbastanza bassa e specie sulla fascia di prezzo sotto gli 8 euro è difficile trovare vini che non siano solo carini, semplici e beverini con qualche vaga idea di esoticità data principalmente dalle etichette colorate ed etniche. Nessuno dei vini che abbiamo citato, per esempio, costa meno di 20 euro. Al di sotto di questa soglia ci sono alcuni vini piacevoli e inusuali come il Pinotage, che si cerca disperatamente di elevare al rango di grande vino spesso rimanendo a metà dell’opera. Come detto, molto più soddisfacenti alcune versioni rosè che però, al di fuori del paese d’origine e dell’Inghilterra, sono difficili da trovare. Comunque, se consideriamo che è solo dal ‘95 (con il varo del Wine Improvement Programme) che è cominciato lo studio approfondito dei suoli e dei microclimi, c’è da rimanere colpiti dalla crescita qualitativa dei vini sudafricani.