Libera professione, le donne guadagnano il 45% in meno degli uomini

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Sono entrambi autonomi, svolgono lo stesso lavoro, probabilmente hanno fatto studi simili e maturato un’esperienza analoga. Ma una è donna e l’altro è uomo e, solo per questo, le loro retribuzioni sono molto diverse. Fantascienza? No, in Italia è la dura realtà: il gender pay gap rimane un problema molto forte. Specie al sud. In media, infatti, nel nostro Paese una donna guadagna il 45% in meno rispetto a un suo collega maschio. Nel Mezzogiorno questa percentuale non arriva a raddoppiare, ma quasi: sale, infatti, all’80%. È quanto emerge dai rapporti annuali di Adepp e Confprofessioni sul mondo delle libere professioni, che rivelano anche che la situazione per il sesso femminile peggiora con l’età: fino ai 30 anni lo scarto retributivo rispetto ai colleghi uomini è di circa 1.900 euro all’anno, tra i 40 e i 50 anni arriva a 17mila euro e fra i 50 e i 60 anni supera i 22mila euro. Alcune professioniste sono leggermente più fortunate di altre: il gap, infatti, è minore per figure come infermieri, giornalisti, agrotecnici e periti agrari. È più elevato, invece, per notai, commercialisti e biologi.

Il gender pay gap riguarda soprattutto la libera professione. Fra le dipendenti, infatti, il divario retributivo con gli uomini scende al 4%. Come mai? «I minimi retributivi fissati dalla contrattazione collettiva per il lavoro subordinato hanno fatto sì che le discriminazioni salariali potessero “intaccare” la sola parte variabile della retribuzione, contenendo significativamente il gender pay gap» si legge nel Rapporto Adepp. La stessa cosa non è avvenuta per gli autonomi. «Nelle libere professioni gli interventi normativi che si sono succeduti dal 2006 al 2016 in materia di compensi professionali hanno contribuito ad abbassare i redditi dei professionisti giovani e soprattutto delle donne, ampliando il divario salariale».