lavoro 40 geografia

Mentre qualcuno si chiede ancora se i robot ci ruberanno il lavoro (la risposta è no, a patto di saperci adattare), cambia la geografia della richiesta di lavoro. La crescente automazione ha accelerato la domanda di profili specializzati nel lavoro 4.0 e nell'industria 4.0: si cercano disperatamente o quasi analisti e progettisti di software, così come tecnici in grado di valorizzare il made in Italy di qualità all'estero.

«È la dimostrazione di come la sfida del lavoro non è tanto nella "difesa" dei posti di lavoro, ma nella "trasformazione" delle competenze», dice l'Osservatorio dei consulenti del lavoro che certifica il calo delle professioni semi-qualificate, come quelle degli addetti a macchine utensili automatiche. Sarà questo uno dei temi del Festival del Lavoro di Torino (28-30 settembre 2017).

Come cambia la geografia del lavoro 4.0

Guardando i dati 2012-2016, si scopre che «la digitalizzazione del lavoro in Italia ha generato una forte crescita delle professioni informatiche (+68 mila) a discapito, ad esempio, degli operatori di catene di montaggio. Aumentano, infatti, di circa 23 mila unità di lavoro gli analisti e progettisti di software (spesso esterni all'impresa o alle dipendenze dell'azienda fornitrice), seguiti dai tecnici programmatori (+14 mila unità di lavoro), esperti in applicazioni (+13,8 mila unità), attrezzisti di macchine utensili impiegati nel settore manifatturiero (+9 mila unità), progettisti e amministratori di sistemi (+6,7 mila unità), ricercatori e tecnici laureati in scienze matematiche e dell'informazione, fisiche, chimiche e della terra (+6,5 mila), operai addetti a macchine confezionatrici di prodotti industriali (+3 mila unità) e all'ultimo posto i manutentori e riparatori di apparati elettronici industriali (+1,9 unità)».

Particolare è la divisione geografica della richiesta: quasi la metà (10 mila su 23 mila) degli analisti e progettisti software sono richiesti in Lombardia, mentre nel Lazio c'è un'alta domanda progettisti e amministratori di sistemi (2 mila cinquecento su circa 7 mila). «Anche se il tessuto economico del nostro Paese è costituito principalmente da piccole e medie imprese che investono in ricerca e innovazione solo lo 0,70% del pil», sono le parole del presidente della Fondazione Studi Consulenti del Lavoro, Rosario De Luca, «è necessario mettere in atto un adeguato piano nazionale di investimenti tecnologici per rendere le nostre aziende più competitive in termini di produttività ed efficienza».