Meritocrazia in Italia: intervista all'economia Irene Tinagli

Irene Tinagli, 43 anni, ha collaborato con il World Economic Forum e la Commissione europea

Se lo chiedeva dieci anni fa nel suo libro Talento da svendere  (Einaudi): perché in Italia il talento non riesce a prendere il volo? Oggi Irene Tinagli continua a combattere quella battaglia. Economista, 43 anni, è stata consulente della Commissione europea e Young Global Leader del World Economic Forum. Ma prima di tutto è stata anche lei un “cervello in fuga”, una ragazza italiana costretta a emigrare per veder valorizzato il proprio talento: dopo gli studi e tre anni da ricercatrice alla Bocconi, è approdata con una borsa di studio Fulbright alla Carnegie Mellon University di Pittsburgh, dove ha ottenuto un Master e un dottorato in Public Policy, specializzandosi in innovazione e sviluppo economico locale. Dal 2013 è impegnata in politica nelle file del Partito Democratico, dopo essere stata eletta con Scelta Civica. 

Dopo dieci anni e oltre quattro in Parlamento, ha capito perché il talento non riesce a prendere il volo?
Le difficoltà strutturali non sono cambiate dalla pubblicazione del mio libro: il primo riguarda la rigidità di un mercato del lavoro spaccato in due: i “protetti” da una parte e i meno protetti, tipicamente i più giovani, intrappolati in un sistema di contratti precari senza formazione e prospettive di crescita. Si è arrivati a una riforma importante, anche se per evitare un terremoto sociale non è stata estesa ai contratti già in essere. Ci vorranno perciò molti anni per veder davvero cadere le “gabbie”. Ma c’è anche una questione di struttura delle imprese, perlopiù pmi, che fanno fatica ad assorbire competenze e nuovi talenti. Così c’è il paradosso che, anche se da noi ci sono pochi laureati rispetto ai concorrenti, i ragazzi con un titolo di studio universitario fanno fatica a trovare spazio. Questa è anche la fotografia che ha scattato il rapporto Ocse in questi giorni, e purtroppo è la stessa che avevo raccontato nel libro dieci anni fa.

Il governo ha lavorato a lungo su un piano di decontribuzione per stimolare l’assunzione dei giovani. Basterà?
I forti sgravi adottati in questi anni non sono misure strutturali e non possono esserlo: non si può immaginare che i giovani si portino dietro sgravi del 50 o 100% per tutta la vita. Sono più che altro delle scintille, una scossa in un mercato del lavoro fermo da troppo tempo. Per esempio, gli sgravi del 2015 (quelli collegati al Jobs Act, ndr ) hanno funzionato bene per stimolare gli imprenditori a muoversi, ma ora è il momento di intervenire su fattori più strutturali: dalla riduzione del costo del lavoro – di certo non nella misura del 50%, ma in un modo ridotto e costante – fino alle qualifiche professionali. Senza dimenticare le competenze e la scuola, perché spesso le aziende hanno paura ad assumere personale formato male e con competenze obsolete.

La scuola non prepara la forza di lavoro di domani?
La Buona Scuola ha introdotto novità importanti, soprattutto con l’alternanza scuola-lavoro. È stata una rivoluzione profonda, anche se, piovuta così in modo repentino anche nei licei, ha portato qualche inevitabile disagio in fase di rodaggio. C’è poi il tema fondamentale dell’orientamento: da una parte quello scolastico andrebbe anticipato già alla scuole medie, quando si prende la prima scelta importante. Dall’altra ci sono i servizi per l’impiego alla fine degli studi, sia dopo le superiori che al termine dell’università, che oggi non funzionano bene per i giovani in ingresso, e su cui dobbiamo intervenire in modo serio e strutturale.

Meglio, dunque, mettere insieme tanti piccoli tasselli che vendere soluzioni rapide?
Le terapie choc possono servire nei momenti di grave recessione, e credo che quelle intraprese all’inizio di questa legislatura abbiano avuto una certa efficacia. Poi bisogna prendere quella scintilla e usarla per aumentare l’occupabilità e l’occupazione dei giovani. In questi anni abbiamo provato a intervenire su scuola, imprese e lavoro, ma i governi in Italia durano troppo poco...

L’Inps dice che dal 1990 al 2012 i cosiddetti salari d’ingresso si sono impoveriti. È colpa delle troppe tutele di cui godono i loro genitori?
Servirebbe un po’ di solidarietà generazionale. Abbiamo provato a introdurre il part time per i lavoratori più anziani – a parità di contributi – lasciando spazio all’assunzione dei giovani, ma non ha funzionato. I più “esperti”, al di là dei soliti discorsi, hanno ancora voglia di lavorare e guadagnare bene. Perché è il sistema italiano che li incentiva, premiando l’anzianità piuttosto che la produttività. In altri Paesi, il picco della retribuzione arriva intorno ai 40 anni: è quello il momento in cui si è più produttivi grazie al giusto mix di energia ed esperienza. Da noi la progressione di stipendi e di carriera è legata invece solo all’anzianità. Si scoraggia così il ricambio e si appesantiscono i bilanci delle aziende. Che così non possono assumere i giovani o devono pagarli poco per salvaguardare i margini.

Il mondo del lavoro va verso l’Industria 4.0 e l’avvento massiccio dell’automazione. Sarà questo choc “esterno” a darci la sveglia e a riportare in campo le nuove generazioni?
Se offri importanti incentivi alle imprese per rinnovarsi nei processi e nelle competenze, il sistema produttivo avrà bisogno di risorse umane in grado di gestire il cambiamento. Si crea quindi una domanda di talento che rende naturalmente appetibili i giovani. Ma i soggetti coinvolti sono due: imprese da una parte e Università e formazione dall’altra. E su quest’ultimo fronte molto resta ancora da fare, per riformare il sistema e renderlo motore di innovazione e di valorizzazione dei talenti.

L’aggiornamento del piano Industria 4.0 prevede anche importanti investimenti nella formazione. Era la stampella che mancava per rendere il progetto efficace?
L’Industria 4.0 ha creato un’importante domanda di competenze difficili da reperire sul mercato del lavoro, ecco perché si è reso necessario aggiungere questo tassello con le risorse necessarie per rinnovare il processo produttivo attraverso le risorse umane più adatte. Certo, serve fare di più migliorando tutto il sistema dei servizi per l’impiego e della formazione continua. Avrebbe potuto farlo l’Anpal (Agenzia nazionale politiche attive lavoro), uno degli aspetti più importanti, ma meno noti, del Jobs Act. L’agenzia si è trovata un po’ azzoppata a causa del fallimento della riforma costituzionale, che avrebbe creato le condizioni per una più incisiva regia nazionale delle politiche attive del lavoro. Nella Germania federale, esiste un coordinamento unico da parte del governo centrale di tutte le politiche attive secondo gli stessi standard e gli stessi sistemi informativi. C’è persino un regolamento unico per tutte le professioni. In Italia, invece, la formazione per l’impiego è di competenza regionale: ogni territorio classifica le professioni come gli pare. Senza dimenticare la riforma delle Province, che ha ulteriormente complicato il quadro delle competenze. Ma quella per la formazione è una battaglia su cui investire fino all’ultimo.

L’altra arma in più dei giovani è la creatività, che lei ha definito accantonata negli anni della crisi. Come si fa a riaccendere la scintilla dell’estro italiano?
La creatività ha bisogno di infrastrutture materiali e immateriali: centri di ricerca, certo, ma anche luoghi di cultura. Che non è la nostra tradizione di conservazione, ma una visione che spinge per la produzione culturale. Bisogna supportare tutti questi processi e abbattere la burocrazia affinché un giovane pieno di idee non si senta schiacciato prima di cominciare un’avventura di qualsiasi tipo. Serve un’apertura mentale a tutto ciò che è innovativo, sostituire il “non l’abbiamo mai fatto” con “proviamoci!”. Ma questo riguarda anche i giovani, che spesso hanno paura di rischiare e riducono le loro ambizioni in cambio di poche garanzie, quando ci sono. Qualcosa è stato fatto con la normativa sulle start up o la riforma del lavoro autonomo, che ha dato più supporto e un minimo di welfare anche agli autonomi. Ora tocca ai territori, alle città mettersi in gioco: spesso molti vincoli che ostacolano la creatività possono essere risolte a livello locale, anche solo aprendo spazi per far fiorire le idee come nell’era “dei sindaci” negli anni ‘90. Ci sono state alcune città, come Berlino o Londra, che sono riuscite a farlo: non a caso molti giovani di tutta Europa si sono trasferiti lì. Abbiamo città che potrebbero tranquillamente competere, penso a Milano, che già ha fatto molto. Serve però una visione di lungo periodo, coordinata, tra i territori e Roma. Ma adesso entriamo in campagna elettorale...

* Intervista pubblicata sul numero di Business People novembre 2017