Artificial Intelligence e robot: resteremo davvero senza lavoro?

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In passato, i nuovi settori industriali hanno assunto più persone di quelle alle quali il loro avvento ha tolto il lavoro. Ma questo potrebbe non essere vero per quelli di oggi. La nuova industria ha molto meno bisogno di lavoratori non specializzati o semispecializzati, che sono proprio quelli che rischiano di trovarsi in mezzo a una strada». Riflessioni del genere sull’impatto delle nuove tecnologie sull’occupazione e, quindi, sulla società, si sono lette di recente su moltissime autorevoli testate, solo che queste righe sono tratte da un articolo di Time  del 1961. 
La questione, infatti, è tutto fuorché nuova. Tra i primi a porla fu nientemeno che John Maynard Keynes, uno degli economisti più autorevoli e influenti di tutti i tempi, che già nel 1933 parlava di technological unemployment  e sosteneva che entro il 2030 avremmo lavorato non più di 15 ore a settimana. Oggi, gli studi che arrivano dalla Bank of England, dalla Oxford University o da centri specializzati come Forrester Research, sembrano dare ragione a Keynes. Nei prossimi anni, la tecnologia potrebbe provocare la scomparsa di decine di milioni di posti di lavoro. Variano le cifre fornite o l’arco temporale preso in esame, ma la sostanza no.

A questi profeti di sventura, i più ottimisti hanno risposto guardando al passato ed evidenziando come ogni rivoluzione, alla fine dei conti, abbia portato più benessere e prosperità alla società. All’inizio del ‘900, per esempio, l’agricoltura assorbiva il 70% circa della forza lavoro americana, negli anni ‘80 appena il 2%. Il lavoro non era sparito, si era solo spostato in altri settori, e la società ne aveva tratto enormi vantaggi in termini di reddito e di qualità della vita. Ma è scritto da qualche parte che il passato sia destinato a ripetersi? Che questa volta non sia così, lo sospettano due professori del Massuchessets Institute of technology, esperti di economia digitale. Nel 2013, Erik Brynjolfsson e Andrew McAfee hanno concluso uno studio che dimostrava come, dal 2000 in poi, sia cresciuta la produttività ma non la ricchezza, e quindi l’occupazione, come invece ci si sarebbe aspettati. Sarebbe questo il great decoupling , il grande scollamento. Se un tempo l’innovazione rendeva i lavoratori più produttivi e le aziende più ricche, oltre a metterle in condizioni di assumere di più, da un po’ di anni la ricchezza dell’azienda non si traduce in lavoro e benessere della società. Stanno crescendo le disuguaglianze.

Lo sa bene Jack Ma, fondatore del gigante dell’e-commerce cinese, Alibaba, il quale di recente ha avvertito che le nuove tecnologie porteranno più dolori che gioia, provocando un acuirsi del confl itto sociale, perché una forza lavoro largamente non impiegata e più anziana si troverà a competere per pochi posti: «I computer dovrebbero limitarsi a fare quello che gli uomini non sanno fare», ha spiegato il magnate. Oggi non è così. È proprio questo a preoccupare Martin Ford, sviluppatore di software, imprenditore, conferenziere giramondo e autore di due libri molto venduti: The Lights In the Tunnel: Automation, Accelerating Technology and the Economy of the Future  e Rise of the Robots: Technology and the Threat of a Jobless Future . In italiano, il secondo è stato tradotto con un titolo che più chiaro non si può: Il futuro senza lavoro.

«Il problema», spiega Ford a Business People , «è che le macchine, per quanto in modo limitato, stanno cominciando a pensare. I computer stanno acquisendo una abilità cognitiva: prendono decisioni, risolvono problemi e soprattutto imparano. Stanno invadendo quella è che sempre stata la principale abilità umana. È stata la nostra capacità di pensare e imparare che ci ha fatto diventare quello che siamo, ma ora le macchine competono anche in questo ambito. Se una volta si sostituivano all’uomo fornendo “fatica muscolare”, adesso offrono brain power».
L’attuale rivoluzione tecnologica, infatti, non consiste nella semplice automazione, come un tempo. La combinazione tra internet, robotica, additive manufacturing  e intelligenza artificiale sta disegnando un nuovo mondo, riconfigurando i processi produttivi e le modalità di consumo. Nel mondo prossimo venturo, a voler dar retta alle teorie più catastrofiste, è l’uomo in quanto tale, e non in quanto lavoratore, che rischia di essere emarginato. Una volta che si ottiene un computer o un robot in grado di replicare le principali abilità umane, soprattutto quelle cognitive, è difficile immaginare un settore in cui questa nuova macchina non possa entrare e sostituirsi all’uomo.

Il progresso tecnologico pone un problema politico: come reintegrare quelli che, nel corso dell’ultimo Forum di Davos, sono stati definiti “sfollati digitali”? Il dibattito è ancora in uno stato embrionale e non è quindi sorprendente che anche le ricette offerte possano sembrare acerbe. Volendo ridurre il discorso ai minimi termini, per ora le soluzioni proposte sono fondamentalmente tre. Hanno in comune l’idea che al centro di ogni strategia debba esserci lo Stato e, pertanto, si scontrano tutte e tre con lo stesso paradosso. La prima è la cosiddetta robot tax teorizzata da Bill Gates e spiegata esaurientemente in un’intervista da questi concessa a Quartz. Il fondatore di Microsoft propone di tassare gli automi esattamente come vengono tassati i lavoratori e di pagare, con i soldi così raccolti, i servizi offerti dai disoccupati che potrebbero venire così reimpiegati per lavori socialmente utili: potrebbero essere reclutati come insegnanti, come badanti o come assistenti di bambini con disabilità.
Sembra facile, ma non lo è. La questione è stata spiegata molto efficacemente dall’ex Segretario del Tesoro Usa, Larry Summers: «Tassando la tecnologia si rischia di spingere la produzione all’estero piuttosto che il lavoro a casa». Sulla questione robot tax, insomma, rischia di ripetersi quanto visto a proposito della cosiddetta Google tax: gli Stati anziché fare fronte comune davanti ai colossi dell’hi-tech, sono entrati in competizione per offrire il miglior trattamento fi scale e assicurarsi gli investimenti di giganti come Google, Facebook, Amazon, Microsoft, Apple ecc... Una seconda strada è quella del reddito di cittadinanza, basic income  in inglese, invocato da molti scienziati attivi nel campo dell’intelligenza artificiale, personaggi come Andrew Ng o Jeremy Howard. Ma anche questa soluzione si scontra con la realtà . Il principale problema qui è capire dove i governi troverebbero le risorse per offrire programmi di sostegno economico in un momento in cui, proprio a causa dell’aumento della disoccupazione, essi stessi dovrebbero fare i conti con una riduzione del gettito fi scale. Se meno cittadini lavorano, meno cittadini pagano le tasse e lo Stato ha meno risorse da investire.

La terza soluzione, decisamente quella più convincente, richiede buoni stanziamenti e anche una certa vision: si tratterebbe di investire nell’istruzione, rimodulando i sistemi scolastici perché formino cittadini e lavoratori con le competenze necessarie per inserirsi con successo nel mondo del lavoro del futuro prossimo. Ma, anche ammesso che questo processo riesca, darà frutti soltanto nel medio-lungo periodo, il che vuol dire che nel frattempo la nostra società resterebbe altamente vulnerabile. Rimane, ciò detto, l’unica strada percorribile. Tuttavia, qualsiasi delle tre si preferisca, resta il fatto che tutte le strategie mettono al centro dei giochi proprio quell’attore che sembra essere tagliato fuori dalla rivoluzione in atto: lo Stato. Il futuro che si dispiega davanti a noi nasce nei dipartimenti di ricerca e sviluppo di pochi e potenti player: colossi dell’industria aerospaziale, delle telecomunicazioni, informatici ecc...Gli Stati in questa partita non toccano palla. Difficile che possano giocare un ruolo importante per arginare la marea che rischia di travolgerci, almeno nel breve periodo.