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Cinque mesi di lavoro, oltre 150 giorni, per celebrare, almeno virtualmente, il sospirato “tax freedom day”, ovvero il giorno in cui il contribuente medio italiano avrà assolto a tutti gli obblighi fiscali (Irpef, accise, Imu, Tasi, Iva, etc..) e inizierà a guadagnare per se stesso e la sua famiglia. Nel 2018, in base all’analisi della Cgia di Mestre, il “tax freedom day” cadrà il 2 giugno, in occasione della Festa della Repubblica. “Al netto di eventuali manovre correttive”, spiega il coordinatore dell’Ufficio studi della Cgia Paolo Zabeo, “quest’anno la pressione fiscale è destinata a scendere di mezzo punto percentuale rispetto al dato medio del 2017, per attestarsi al loro dell’effetto del bonus Renzi, al 42,1%. Una discesa ancora troppo lenta e quasi impercettibile che, per l’anno in corso, è ascrivibile, in particolar modo, alla crescita del Pil e solo in minima parte alla diminuzione delle tasse.

Tax freedom day: l’anno più lungo e il più corto per gli italiani

Sebbene sia in calo dal 2013, negli ultimi 25 anni il tax freedom day più “precoce” si è verificato nel 2005. In quell’occasione, con il governo Berlusconi II, la pressione fiscale si attestò al 39,1% e ai contribuenti italiani bastò raggiungere il 24 maggio (143 giorni lavorativi) per scrollarsi di dosso il giogo fiscale. Osservando sempre il calendario, quello più in “ritardo”, invece, si è registrato nel 2012 (anno bisestile). In quell’anno alla guida del Paese c’era Mario Monti. Questo risultato così negativo si verificò perché la pressione fiscale raggiunse il record storico del 43,6% e, di conseguenza, il “giorno di liberazione fiscale” si celebrò “solo” il 9 giugno (dopo ben 160 giorni lavorativi). Dal 2014 a oggi ci siamo “svincolati” sempre prima dal pagamento delle tasse perché la pressione fiscale ha iniziato a diminuire a seguito della cancellazione della Tasi sulla prima casa, dell’introduzione del “bonus Renzi” e di una serie di misure di alleggerimento dell’Irap sul costo del lavoro, per l’abolizione temporanea dei contributi previdenziali in capo ai neo assunti con un contratto a tempo indeterminato, per il taglio dell’Ires, per la ripresa del Pil e anche a seguito del blocco delle tasse locali.

Pericolo aumento Iva nel 2018

“Al netto delle strepitose promesse elettorali annunciate in queste ultime settimane da una buona parte dei politici”, Paolo Zabeo, “entro la fine di quest’anno chi sarà chiamato a governare il Paese dovrà recuperare quasi 12,5 miliardi di euro per sterilizzare l’ennesima clausola di salvaguardia, altrimenti dal 1° gennaio 2019 l’aliquota Iva del 10% salirà all’11,5 e quella attualmente al 22 si alzerà al 24,2%”.