È dalla Russia, dall’Asia, dal Medio Oriente, dal Nord Africa che si diramano tante autostrade un po’ particolari che puntano verso l’Europa e l’Italia. Non si vedono perché spesso passano sotto terra o sotto il mare, non sono percorse da nessuno, ma sono ugualmente essenziali per l’economia e la vita di milioni di persone. Si tratta dei gasdotti, detti in gergo pipeline, quegli immensi tubi che percorrono migliaia di chilometri partendo dai luoghi di produzione, dai giacimenti per trasportare il gas fino alle nostre città, per alimentare centrali elettriche, fabbriche o i impianti di riscaldamento. Di queste sterminate condotte, di questi serpenti chilometrici nessuno (o quasi) si era mai occupato; il grande pubblico, probabilmente, ne ignorava persino l’esistenza. Poi nel 2005 è successo qualcosa nella politica internazionale che ha portato le pipeline e il loro prezioso contenuto sulle prime pagine della stampa e nelle aperture dei tg.In Ucraina si sono tenute le elezioni politiche e a vincerle è stato il partito filo-occidentale. Che cosa c’entra questa scelta del popolo ukraino con i 20 gradi che desideriamo avere nei nostri appartamenti? C’entra, in questo senso: attraverso l’Ucraina passa uno dei gasdotti che portano la materia prima dalla Siberia russa verso la Germania e da qui, seguendo una fitta ragnatela, verso altri paesi europei, Italia inclusa. Il nuovo governo di Kiev appena insediato ha aperto un contenzioso con Mosca e con la Gazprom (il colosso russo che controlla le immense risorse energetiche nazionali) sui prezzi del gas e sui diritti di passaggio. Il braccio di ferro fra i due contendenti ha avuto come risultato il blocco temporaneo delle forniture all’Europa.
Quell’inverno si è rischiato di passarlo al freddo. La gente, spaventata, guardava la Tv e leggeva i giornali per sapere come si stava evolvendo la disputa e se, davvero, dovevano rassegnarsi a rinunciare a quell’invenzione che è il termosifone. Così si è capita una verità fondamentale: l’energia è una materia prima strategica e chi la possiede, e chi la distribuisce dispone di un potere che va ben al di là del suo valore economico. Il gas non è un semplice idrocarburo, è ormai parte della geopolitica, della strategia delle potenze produttrici e di quelle consumatrici, rientra nei grandi giochi diplomatici globali.
L’Europa consuma oltre 500 miliardi di metri cubi di gas all’anno. Prima della grande crisi iniziata nel 2008 e ancora non finita (malgrado l’ottimismo di molti politici) le previsioni degli esperti parlavano di un possibile raddoppio dei consumi entro il 2020. Ora la situazione è cambiata. «Nel 2009 c’è stato un calo dei consumi in Europa del 7%», ha detto l’amministratore delegato dell’Eni, Paolo Scaroni, «ma torneranno a salire prevedibilmente dal 2012, sempre che ci sia ripresa economica. E dopo quella data ci sarà un’ulteriore crescita». Quindi l’emergenza Ucraina è un episodio che potrebbe ripetersi se la domanda di gas tornerà robusta come in passato. È indispensabile, dunque, attrezzarsi, fare in modo di non rivivere quell’emergenza. Soprattutto l’Italia e la Germania che fanno ampio ricorso al gas per alimentare anche le centrali elettriche, dovranno trovare delle soluzioni.
Da quel 2005 l’Unione europea e i vari governi dei Paesi membri stanno adottando una politica molto accorta sul tema del gas, anche perché una fonte tradizionale (e interna) di approvvigionamento, i giacimenti del Mare del Nord, sono in progressivo esaurimento e dunque devono essere tempestivamente sostituiti. Come? Andando a cercare e a prendere il gas là dove c’è e trasportandolo dentro i nostri confini. E siccome la materia prima si trova in Paesi lontanissimi, bisogna costruire questa immensa rete di pipeline che attraversa stati con le condizioni politiche più diverse. È una realizzazione tecnicamente complessa, ma è soprattutto un risiko politico intricato e sempre potenzialmente in movimento, nel quale si formano alleanze che possono improvvisamente cambiare, ribaltarsi seguendo il mutare degli interessi. In questo quadro, compagnie petrolifere e utility stanno investendo circa 50 miliardi di euro per costruire impianti di trasporto che entreranno pienamente in funzione nei prossimi quattro anni. Uno dei più importanti è il North Stream, in corso di realizzazione in base a un accordo fra Russia e Germania. Si tratta di un tubo lungo 1200 chilometri che passa sotto il Mar Baltico collegando il porto di Wiborg a nord di San Pietroburgo con quello di Greiswald, in Germania. Il consorzio che realizzerà quest’opera (di cui è consulente-lobbista l’ex cancelliere tedesco Gerhard Schroeder) è a maggioranza russa: Gazprom ne controlla il 51%; altri partner sono alcune delle più importanti utilities del Nord Europa come le tedesche E.On, Ruhrgas, Wintershall (gruppo Basf) e l’olandese Gasunie. L’opera è strategica per una ragione geopolitica evidente: porta il gas direttamente dalla Siberia alla Germania e all’Europa senza, per così dire, pagare pedaggi di transito, perché attraversando il mare del Nord evita Polonia, Bielorussia, Repubbliche Baltiche. Quindi garantisce forniture sicure: non si corre il rischio che uno dei Paesi attraversati ne approfitti e crei di nuovo altri casi Ucraina. Per questa ragione la Commissione europea considera il progetto di importanza prioritaria.
Sempre per portare gas dalla Russia in Europa, nel 2007 è stato costituito un altro consorzio, South Stream, che riguarda direttamente l’Italia perché l’Eni è uno dei partner principali (essendo il socio di maggioranza ancora Gazprom). Questa pipeline partirà dal porto russo di Berogavaya e, passando sotto il Mar Nero, arriverà a quello bulgaro di Varna. Di qui si divederà in due sezioni: una andrà verso il nord-ovest, in Serbia, Ungheria e Austria; l’altra punterà in direzione sud-occidentale, passerà per la Grecia, attraverserà l’Adriatico e arriverà in Italia. L’impianto sarà in funzione a partire dal 2015. Se prima di allora non si sarà messo in moto il risiko politico. South Stream infatti, secondo alcuni, è in concorrenza con il suo collega Nabucco, un’altra pipeline di 3500 chilometri che porterà il gas dalle repubbliche del Caspio sui nostri mercati, attraversando Turchia, Bulgaria, Romania, Ungheria e Austria.Rispetto a South Stream, Nabucco ha una differenza sostanziale: il fornitore di materia prima non è la Russia, non è Gazprom. E questa caratteristica gli ha assicurato l’appoggio dell’Unione europea, ma anche quello degli Stati Uniti. La ragione? Sia Bruxelles, sia Washington ritengono che l’Europa, con le pipeline esistenti e quelle in costruzione, finirà per dipendere troppo dal gas russo.
Dipendenza energetica che - dicono soprattutto gli americani - un domani potrebbe trasformarsi in una sorta di vulnerabilità politica soprattutto se, in futuro, la domanda di idrocarburi dovesse riprendere a crescere ai ritmi sostenuti di prima della crisi. Detto in termini molto semplici Mosca potrebbe usare l’arma del gas, minacciare di chiudere i rubinetti, per influenzare alcune scelte cruciali dei Paesi europei che rifornisce.È una minaccia reale? Secondo Scaroni, no. «La Russia è stata per quattro decadi (periodo che include anche la guerra fredda) un fornitore affidabile» ha detto parlando nel marzo scorso al Cera Week, il convegno che ogni anno raccoglie il gotha del settore energetico a Houston (Texas) «Non c’è alcuna ragione per cui dovrebbe cambiare. Unione europea e Russia sono reciprocamente interdipendenti. Oltre a questo, la dipendenza europea dalla Russia è decisamente minore rispetto a 20 anni fa. Dal 1990, l’80% della crescita delle importazione europee di gas viene da altri paesi, come la Norvegia, l’Algeria, la Libia, la Nigeria e il Medio Oriente. Il risultato è che la quota russa nelle importazioni europee di gas è diminuita drasticamente passando dal 75% del 1990 al 40 di oggi».Queste argomentazioni non sono però riuscite a convincere i sostenitori del Nabucco, quelli che pensano che il Cremlino pesi comunque ancora troppo sulle forniture energetiche dell’Unione. Così le doppie diplomazie si sono messe in movimento. Mentre si è aperta l’ipotesi che i francesi possano entrare nel consorzio South Stream (rafforzandolo), Scaroni ha sparigliato le carte, proponendo una fusione fra i due progetti. «Se tutti i partner decidessero un merger fra Nabucco e South Stream, almeno in una parte dei loro percorsi, si ridurrebbero gli investimenti e i costi», ha detto a Houston e confermato due settimane dopo in un incontro a Milano alla Fondazione Mattei, «Questa operazione metterebbe insieme gli attuali (e potenziali) maggiori produttori di gas e i maggiori consumatori e allo stesso tempo coglierebbe l’obiettivo strategico di diversificare le fonti di riferimento e le vie di transito». Si vedrà nelle prossime settimane come andrà a finire questa partita.
Alla diversificazione degli approvvigionamenti punta anche un altro dei progetti ora in costruzione. Si tratta dell’Igi, una pipeline che porterà gas dall’Algeria (tradizionale fornitore dell’Italia) fino alla Toscana, e quindi alla rete nazionale, dopo aver fatto tappa in Sardegna. Per realizzare l’impianto è stato formato un consorzio, Galsi. Lo formano il gruppo Hera (utility emiliana), l’Enel e la Edison, che ne ha la guida. La società milanese è ritornata molto attiva nel settore del gas e inciderà nella strategia energetica italiana. La particolarità è che Edison oggi è solo formalmente una società italiana: la quota di controllo (attraverso varie scatole finanziarie) è detenuta da Edf, il colosso elettrico dello stato francese. E fra un paio di anni, quando sarà scaduto un bizantino patto di sindacato fatto per salvare un’apparenza di italianità, passerà a tutti gli effetti Oltralpe. Quindi anche Parigi avrà titoli per dire la sua sulle forniture di gas che arrivano da noi. E se si pensa che sempre Parigi è scelta per far ripartire il nucleare in Italia, si ha un’idea di quanto peserà la Francia sul futuro dell’energia nazionale. Forse in questo settore abbiamo fatto storicamente molti errori.

I numeri

  • 40%quota delle importazioni di gas dalla Russia in UE (oggi)
  • 75%quota delle importazioni di gas dalla Russia in UE (1990)
  • 50 mld euro investiti nel settore in impianti pronti nei prossimi quattro anni
  • 1200 km del gasdotto South Stream
  • 3500 km del concorrente Nabucco