© Bruno Cucinelli

Lo stile nel vestire è un equilibrio tutto personale tra indumenti appropriati e volutamente inappropriati o inattuali, secondo l’uso ordinario, ma esteticamente coerenti e magari piacevolmente sorprendenti. D’altra parte, come diceva Oscar Wilde: «La moda è una forma di bruttezza così intollerabile che siamo costretti a cambiarla ogni sei mesi».

Possedevano quest’arte molti anonimi gentiluomini inglesi del primo ‘900, così come la possiedono i loro pronipoti che oggi vivono nelle capitali ai quattro angoli del mondo e vengono ogni giorno immortalati dal blog fotografico di Scott Schumann, The Sartorialist, considerato trend leader dell’abbigliamento maschile. Ad accomunare questa gentry (la piccola nobiltà inglese, ndr.) del buon gusto di ieri e di oggi è la predilezione per il tweed, un tessuto in lana con armatura a saia dalle caratteristiche rigature diagonali, che è passato in un paio di decenni (i primi del ‘900) dalla campagna al business meeting, dalla verde Scozia al grigio cemento delle metropoli.

Come è spesso accaduto nel XX e XXI secolo, periodi in cui per la prima volta nella storia la voce popolare e giovanile ha avuto la meglio su quella aristocratica e adulta, anche nella conservatrice Inghilterra un tessuto tradizionalmente colle gato a una specifica funzione e a un tipico ambiente, la caccia e la country life, è entrato non solo nel daily wear formale, ma anche nei contesti intellettuali dei college e delle Università, diventando la divisa di teacher e fellow, scrittori e scienziati, Labour e Tory.

L’effetto più comune di questa stoffa è lo spigato, o spina di pesce, ma è molto diffuso anche il check e l’houndstooth o pied-de-poule, oppure il tartan, oggi fotografato addosso a businessman e hipster, docenti di letteratura e attori delle ultime generazioni come Daniel Radcliffe, alias Harry Potter, che da buon inglese possiede una collezione di giacche in tweed di ogni colore e fantasia. A essere proprio ortodossi in fatto di qualità, bisognerebbe scegliere solo tessuti certificati dalla Harris Tweed Authority, che tutela la produzione esclusiva (la migliore) delle isole Ebridi Esterne, in Scozia, ma anche altre zone dell’Inghilterra e del mondo garantiscono standard molto elevati e il dibattito dei connaisseurs si è spostato dalla provenienza del tweed al suo spessore. La differenza tra il super 120 e il super 150 (più alto è il numero, più fine è il filato in lana 100%) è un tema che oggi ricorre spesso - insieme a tutti i dettagli che distinguono un abito bespoke da un confezionato industriale - animando il dibattito degli iniziati sui blog e i forum più stylish correct. Come scrive Suzy Menkes, storica e rispettata fashion editor dell’International Herald Tribune , dopo gli anni vanitosi e femminei del metrosexual, «la costante dell’abbigliamento maschile odierno è la mascolinità e gli uomini sono addirittura incoraggiati a guardare la tradizione con occhi diversi».

L’attualità di un tes­suto classico come il tweed però non si limita alla rassicurante rivisitazio­ne di una tradizione, ma si aggiorna nelle forme e nelle linee, che appaio­no più morbide e rilassate: laddove il sarto di Savile Row o l’artigiano na­poletano avrebbero costruito spalle insellate e maniche asciutte, il trend di stagione punta invece su una vesti­bilità meno strutturata, più avvolgen­te e confortevole, come dimostrano i maxi cappotti di Corneliani e di Er­menegildo Zegna. Il monitor interna­zionale sulle tendenze Wgsn, consi­derato un’autorità nel settore, la chia­ma “Quietude”, ovvero “soft dres­sing”: ci sono altre priorità in questo momento, ovunque ci si trovi, meglio semplificarsi la vita almeno davanti all’armadio.