Masters Tournament

Il golfista australiano John Senden durante la sfida dello scorso anno © Getty Images

Per molti è il torneo più im­portante del mondo e un sogno anche solo pensa­re di assistervi dal vivo, per alcuni è l’obiettivo da rag­giungere come giocato­ri, per pochi è la conferma di essere en­trati nella storia e nella leggenda del golf. È il Masters Tournament (The Masters), il torneo che apre la stagione dei Major e che, unico tra i quattro momenti più at­tesi dell’anno, si gioca sempre sullo stes­so percorso. Il contesto è l’Augusta Natio­nal, in Georgia, uno dei circoli di golf più esclusivi e “chiusi” che questo mondo an­noveri, al punto che solo da pochi anni ha aperto la possibi­lità di associarsi alle donne. Non si posso­no dimenticare, poi, gli aneddoti poco edi­ficanti che hanno visto protagonista proprio il giocatore che in que­sti ultimi 20 anni ha ri­scritto la storia di que­sto sport, Tiger Woods. Nelle prime uscite e vittorie non manca­rono spiacevoli manifestazioni di intona­zione razzista. Ma partiamo dall’inizio…

LA FORZA DI UN SOGNO
Dopo una carriera da dilettante che lo aveva portato a vincere tutto (compreso il Grande Slam, i quattro major vinti nella stessa stagione, unico nella storia del golf a riuscire nell’impresa) Robert Tyre “Bob­by” Jones aveva ancora un sogno non rea­lizzato legato al mondo del golf: disegna­re un percorso composto da buche che richiamassero quelle che più lo avevano colpito in occasione dei suoi tanti succes­si. All’inizio degli anni ’30, in collabora­zione con il ricco uomo d’affari Clifford Roberts, Jones decise così di dare il via al suo sogno-progetto, dopo aver individua­to il terreno (acquistato per 70 mila dol­lari) e con l’aiuto, il disegno e la super­visione di Alister Mackenzie, grandissi­mo architetto scozzese di campi da golf, con cui condivideva molte idee sulle ca­ratteristiche che un percorso dovesse pre­sentare.

Augusta National 

I lavori, iniziati nel 1931, si conclusero poco meno di due anni dopo e il circolo, l’Augusta National Golf Club, vide così la luce nel dicembre 1932 (apertura ufficia­le a gennaio 1933). Se, da un lato, il nuovo in­quilino aveva preso il posto di una piantagio­ne di indigo e di una serra di piante e fiori molto particolari, dal­l’altro Jones & co. sal­vaguardarono la peculiarità di quell’area: azalee, magnolie, gelsomini gialli, pian­te ornamentali tipiche del Sud degli Stati Uniti, oltre a inebriare i nuovi proprieta­ri li convinsero a farne elementi di unicità del nuovo golf club. E non a caso l’Augu­sta National è riconosciuto come uno dei circoli più belli del golf mondiale.
È così che, anche grazie alla fama che aveva saputo costruirsi negli anni, Bobby Jones decide di organizzare una compe­tizione nel “suo circolo”, invitando i mi­gliori esponenti del golf dell’epoca, con l’obiettivo di dare impulso a questo sport. Nel 1934, con la denominazione di Au­gusta National Invitational Tournament, il torneo ebbe la sua prima edizione, ma fu solo nel 1939 che Jones accettò di cam­biarne il titolo in The Masters Tournament: inizialmente il grande campione, non vo­lendo apparire presuntuoso, non volle uti­lizzare un nome così impegnativo

CURIOSITÀ E INNOVAZIONI
La storia del Masters e dell’Augusta Na­tional è ricca di eventi, curiosità, cambia­menti e aneddoti che hanno caratterizzato i loro oltre 80 anni di storia. Uno dei pri­mi fatti da segnalare, forse non noto a tutti, è che il giro così come siamo abitua­ ti a seguirlo non è quello originario. Dopo la prima edizione, nella seconda parte del 1934, Jones e Roberts decisero di inverti­re la sequenza delle buche. Un periodo, poi, che seppur indirettamente ha segna­to la storia di questo club e del suo torneo è stato quando non si è giocato... Durante la II Guerra mondiale la competizione fu sospesa e i due proprietari, per sostenere l’economia di guerra decisero di aprire i terreni del club per far pascolare il bestia­me e favorire l’allevamento di tacchini.
Altro evento entrato nella fenomenologia del Masters è il Par 3 Contest, la gara sul percorso executive disputata (per la pri­ma volta nel 1960) alla vigilia del torneo dai protagonisti con mogli, figli, amici e fi­danzate in veste di caddie. Per scaraman­zia, nessuno vuole vincere questa gara: sul trofeo del Masters non è poi mai stato inciso, infatti, quello stesso nome.

AMEN CORNER E NON SOLO
La leggenda dell’Amen Corner – il secondo colpo della 11esima buca, la 12esima ed i primi due colpi della 13esima – nacque nel 1958 dalla penna del giornalista Herbert W. Wind, che vide tra l’11esima e la 13esima buca il punto di svolta di un grande duello tra Ken Venturi e Arnold Palmer, risoltosi a favore di quest’ultimo. Come da tradizione, poi, passato l’amen Corner, sono le ultime buche dell’augusta National a fornire emozioni infinite impedendo fino all’ultimo putt di decretare il vincitore.

Jones e Roberts sono stati anche innovato­ri. Introducendo alcuni cambiamenti nel modo in cui i tornei venivano disputati, ma anche seguiti dagli spettatori: se, da un lato, vollero che la gara durasse quat­tro giorni per 18 buche (prima, di sabato e domenica ne erano previste 36) e sen­za giri di qualifica, dall’altro, hanno intro­dotto strumenti per aiutare il pubblico a seguire la gara, come il programma delle coppie in partenza e libretti con informa­zioni varie. E, anche per quan­to riguarda il campo, non si può certo dire che si sia stati con le mani in mano. Dopo l’inversione delle buche, molti sono stati gli in­terventi, dalla lunghez­za (negli anni aumenta­ta di centinaia di metri) ad alcune delle carat­teristiche stesse del di­segno (come la modi­fica di alcune collinet­te per facilitare la visua­le al pubblico), al riposizionamento di al­cuni tee.

SFIDA PER POCHI
Nel tempo i criteri per l’ammissione dei partecipanti si sono evoluti con i significa­tivi cambiamenti che il mondo professio­nistico del golf ha attraversato, risultando particolarmente impegnativi. Formalmen­te, la partecipazione alla gara su invito (il Comitato mantiene la possibilità di invita­re giocatori altrimenti non qualificati). Tra i criteri da soddisfare per avere la possibi­lità di ricevere un invito vi sono tra gli altri avere vinto il Masters, un Major negli ulti­mi cinque anni, essere tra i primi 50 gio­catori del mondo a una certa data. In tota­le, sono 18 i parametri adottati per la se­lezione che fanno del Masters la competi­zione, tra i Major, con il campo di parten­ti più ristretto (ca. 100 i campioni ai na­stri di partenza). Una clausola inderogabi­le rimane per i dilettanti che, per parteci­pare, devono mantenere il loro status fino al giorno dell’inizio della gara. Se, da un lato, è difficile essere ammessi, dall’altro, per chi vince, la carriera subisce un’acce­lerazione tale da trasformarne totalmente le prospettive. Oltre all’invito permanen­te al Masters, infatti, per cinque anni si ha diritto a partecipare agli altri tre Major, al The Players Championship (considerato il 5° Major) e al Pga tour americano. Il vincitore riceve inoltre la “green jacket”, che può tene­re un anno per ricon­segnarla quello suc­cessivo, e diventa so­cio dell’Augusta Natio­nal. Ovviamente è pre­visto anche un premio in denaro e, oltre a una copia del trofeo, viene consegna­ta una medaglia d’oro. Sono previsti poi altri riconoscimenti, tra cui quello per il secondo classificato, per il miglior dilet­tante che sia riuscito a passare il taglio, il miglior score di giornata o anche per chi abbia effettuato una particolare prodezza come una buca in uno o un albatross.

ITALIANI IN GARA
Benché non siano mai saliti sul primo gra­dino del podio, i giocatori italiani hanno avuto modo di farsi notare, e in positivo, nella lunga storia del Masters. In partico­lare due atleti che, per motivi diversi, sono simboli del nostro golf: Costantino Rocca e Matteo Manassero. Il primo nel 1997, anno che lo avrebbe visto anche fantasti­co protagonista in Ryder Cup, dopo il ter­zo giro si trovò al secondo posto e con la “sfortuna” di giocare le ultime e decisi­ve 18 buche con Tiger Woods in uno dei suoi primi momenti di trionfo. L’enorme pubblico al seguito fece il resto, probabil­mente non aiutando la concentrazione di “Tino” che chiuse quinto (ancora oggi mi­glior risultato di un Italiano). Manassero si distinse invece nel 2010, allorché ancora dilettante e poco più che 16enne, si trovò come più giovane della storia a giocare e a passare il taglio.