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Il gioco nel gioco”, ovvero tutto ciò che avviene una volta arrivati in green, rappresenta tra il 35 e il 45% dei colpi che si tirano in un giro di 18 buche. Ma, come molti sanno bene, gli effetti del putting si riverberano, in realtà, sulla performance complessiva del giocatore ben al di là del numero specifico di colpi tirati. Un buon risultato o, al contrario, una serie di putt inconsistenti possono avere conseguenze psicologiche decisive sulla fiducia nel proprio gioco dei golfisti di ogni livello. La migliore consistenza nei drive e nei ferri, magari anche i più difficili come quelli del gioco corto, si sgretola lasciando spazio al più nero sconforto se manca la necessaria freddezza al momento decisivo. Non sono pochi i giocatori, anche di livello internazionale, che per una crisi nel putting hanno dovuto abbandonare le speranze di gloria. Per non parlare dei tantissimi che hanno deciso di mollare sacca e mazze…
Si comprende, perciò, come questa parte del gioco dovrebbe ottenere molta più attenzione di quanto avvenga da parte dei golfisti. In questo può aiutare un fenomeno sempre più decisivo negli ultimi anni, cioè la progressiva applicazione della tecnologia in svariati ambiti del golf. Se, da un lato, è facile pensare ai materiali che hanno contribuito a rendere via via più performanti ferri e legni, dall’altro è nello studio del movimento, del volo della pallina o degli effetti che si generano con lo swing, che i nuovi strumenti hanno consentito passi in avanti notevoli da parte di chi produce bastoni, ma anche e soprattutto di chi insegna il golf.
La novità dei tempi più recenti è l’applicazione di alcune soluzioni tecnologiche al putting, un’area del gioco che, a torto, si pensava non potesse trovare beneficio da uno studio approfondito delle sue caratteristiche. Con l’aiuto di alcune di queste soluzioni – telecamere ad altissima precisione e non solo – metodi di studio, analisi e insegnamento all’avanguardia, mettiamo allora al centro dell’attenzione il putt (il colpo), il putting (inteso come tecnica da acquisire e controllare) e il putter (il bastone). Insomma, il “gioco nel gioco” da ogni punto di vista. Ad aiutarci in questo approfondimento è Carlo Alberto Acutis, animatore della Blue Team Golf Academy che utilizza soluzioni tecnologiche all’avanguardia.

Partiamo dall’inizio, ovvero come si sceglie il putter?
La scelta del putter è stata sempre dettata dall’estetica, dalla moda del momento o dal modello usato dal giocatore famoso preferito. Un sistema che lasciava tutto al caso. È, invece, necessario testare modelli diversi per forma, lunghezza, loft, peso ecc. E alla fine si trova sempre un bastone con il quale la qualità del rotolamento della palla è migliore. Contrariamente a una credenza diffusa, secondo la quale in fondo tutti i putter sono uguali e conta solo il giocatore, la differenza tra un attrezzo e un altro è davvero sorprendente e facilmente quantificabile. Oggi, grazie alle soluzioni tecnologiche di analisi del putting, come il Quintic, si può arrivare a fare un vero e proprio “fitting”. La quantità di particolari che il Quintic rivela sulla qualità del rotolamento del palla è notevole: in particolare, lunghezza e altezza del primo salto, spin, tempo e distanza dall’impatto al puro rotolo, velocità di partenza della palla (che cambia a seconda dell’inserto sulla faccia del bastone) e angolo di lancio. Oltre a questi ci sono logicamente anche tutti i dati del movimenti della testa del bastone. Questo è il motivo per cui, in ogni lezione di putting, una parte importante è dedicata al fitting, utile per identificare le caratteristiche più idonee al giocatore e al suo movimento al fine di individuare l’attrezzo più corretto.

Il segreto di un buon putt è la stabilità del corpo per colpire la pallina con la faccia della mazza perfettamente allineata. Address e posizione di fronte alla pallina sono fondamentali?
Quello che è stato sempre un dogma nell’insegnamento del putt riguarda la posizione degli occhi, da sempre consigliata a tutti in verticale sulla linea di tiro. Risulta, però, che solo una piccola percentuale (più o meno il 10%) di giocatori riesce a vedere una linea dritta in quella posizione. Per tutti gli altri è necessario effettuare dei test di mira per capire dove posizionare la testa. Due esempi eccellenti dell’importanza di questo fattore sono Justin Leonard – che posiziona gli occhi a metà strada tra la palla e i piedi – e Rory McIlroy, che punta gli occhi qualche centimetro all’esterno oltre la palla.

Lo sapevi che... 

Non si può non ricordare Craig Stadler quando, alla domanda dell’intervistatore sul perché stesse usando un nuovo putter, rispose tranquillamente: «Perché l’ultimo non galleggiava». La settimana precedente, infatti, lo aveva scagliato in un laghetto dopo l’ultimo errore nel torneo.

Dopo la preparazione arriva il colpo. Sapere cosa succede alla pallina nel momento dell’impatto può indicare dove intervenire per migliorare il movimento?
È proprio questo uno dei vantaggi di poter disporre di sistemi di analisi del movimento così completi e sofisticati. Da un lato, infatti, grazie alle telecamere ad alta velocità (fino a 360 frame al secondo) possiamo riprendere il giocatore da vari punti e angoli di visuale per coglierne le caratteristiche, la postura e i movimenti, anche involontari, che possono pregiudicare la qualità dell’impatto e la ripetitività dello swing del putting. Inoltre, è possibile anche riprendere e monitorare la traiettoria del colpo nei primi 40 centimetri del putt, consentendoci così di cogliere l’efficacia del movimento o gli elementi che la limitano, sin dal primo tratto coperto dalla pallina subito dopo l’impatto. Per esempio, si può capire il perché di un salto invece di un rotolo. Con il software di visualizzazione e analisi biomeccanica, è possibile raccogliere tutti i dati necessari per analizzare il movimento di putting che abbiamo appena ripreso: informazioni, relative al colpo e alla pallina, da visualizzare a video per un’analisi sia grafica che quantitativa. Questo studio è applicabile sia ai giocatori esperti, ai quali è possibile fornire suggerimenti e indicazioni realmente utili per affinare la tecnica, sia ai golfisti neo appassionati, o comunque con meno pratica alle spalle, che possono velocizzare il processo di apprendimento attraverso una chiara evidenza delle loro performance e dei miglioramenti raggiunti in tanti aspetti: postura, timing, qualità dell’impatto, velocità della pallina.

Negli ultimi anni si è assistito a un proliferare di grip di dimensioni diverse a volte affiancate anche da modi di impugnare il putter quantomeno inusuali per non dire stravaganti. A che cosa servono?
In generale le dimensioni del grip influenzano la sensazione che il giocatore ha per la testa del bastone. In particolare, uno di dimensioni standard fa sentire al giocatore molto nettamente la testa del putter. Partendo da tali concetti, molto genericamente si potrebbe dire che giocatori con buona sensibilità nelle mani possono trarre vantaggio adottando un grip standard, mentre coloro che si affidano maggiormente alla “meccanica” del movimento possono ottenere benefici da un grip più ampio, che dovrebbe ridurre e stabilizzare l’azione di mani e polsi. Parlando invece dei diversi modi di impugnare il putter, ultimamente ne sono emersi molti alternativi. Tra questi spiccano quello con “le mani rovesciate” (la destra, cioè, si posiziona nella parte alta e la sinistra in basso) e, più recentemente, il “pencil grip”, in cui la mano destra viene posizionata di lato sul grip quasi come se si stesse impugnando una matita. Ritengo che entrambi siano buoni sistemi per coloro che hanno la mano destra iperattiva durante l’impatto, cosa che normalmente fa aumentare il loft del putter e altera anche l’angolazione della faccia. La mano destra attiva (e “prevalente”) peggiora la qualità del rotolo e la direzione. Come valutazione, non ho preferenze su nessun sistema in particolare ma, grazie alla tecnologia, è possibile avere dati oggettivi per consigliare ogni giocatore sulla combinazione migliore per le sue caratteristiche. Perché il segreto per un buon putting è trovare il mix giusto.

Divieto di ancorare il bastone
Ricordiamo la novità che caratterizza da quest’anno il putting. Messi fuorilegge i cosiddetti “puttoni”, sia quelli con lunghezza di shaft intorno ai 43” (“belly putter”) che 50” (“long putter”), i bastoni non possono più essere ancorati rispettivamente allo stomaco e allo sterno (e neppure all’avambraccio come qualche giocatore, anche famoso, aveva scelto). La consistenza, la ripetitività e la stabilità che questa vera e propria tecnica di putting aveva fornito ad alcuni anche fra i campioni più famosi, devono essere ritrovate attraverso molta dedizione e pratica con i putter normali. Nel caso di qualche comportamento recidivo, la penalità è di due colpi in gara stroke play e la perdita della buca in match play.